Sentenza Cucchi, il Ministro Cancellieri riapre il caso: “Bisogna dare risposte giuste alla famiglia”

 

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Annamaria Cancellieri riapre il caso ai microfoni di Sky Tg 24. Sostiene che lo Stato deve dare risposte giuste impegnandosi fino in fondo, facendo tutto il possibile per accontentare tutta la sua famiglia che non ne ha avute di adeguate.

 

Le parole sono del ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. E sono relative al caso di Stefano Cucchi. Il geometra 31enne deceduto il 22 ottobre 2009 durante la custodia cautelare in carcere.

Alla famiglia di Stefano Cucchi bisogna dare “risposte giuste, impegnandoci fino in fondo e facendo tutto quello che è possibile”.  Il caso lo ha riaperto davanti ai microfoni di Sky tg 24. Sottolineando che  nella motivazione della sentenza di assoluzione degli agenti penitenziari, i giudici avevano scritto che bisognava verificare se Stefano Cucchi  fosse stato malmenato dai carabinieri.

Il Sappe e la Procura di Roma hanno immediatamente risposto al ministro con queste parole: “L’indagine sulle forze dell’ordine è stata già effettuata”. La Cancellieri ha, tra l’altro ricordato, che si tratta di “atti complessi su cui spesso non si arriva a comprendere esattamente come si sono svolti. La giustizia si è espressa ma i familiari non hanno avuto piena risposta alle loro domande”.

Dobbiamo vedere – ha continuato –  se le risposte sono state esaustive o no, se sono state fatte tutte le indagini che andavano fatte, se tutto è stato fatto al meglio”.

Il caso Cucchi è iniziato, lo ricordiamo, il 15 ottobre 2009 quando venne trovato in possesso di 21 grammi di hashish e antiepilettici. Il giovane, lo ricordiamo, era epilettico. Quel giorno, senza traumi fisici, fu condotto in carcere pesando 43 kili su 176 cm di altezza.

Il giorno dopo venne processato per direttissima. Durante il confronto con i giudici aveva difficoltà a camminare e a parlare. E mostrava evidenti ematomi agli occhi. Parlò con suo padre pochi attimi prima del processo ma non disse di essere stato picchiato. Nonostante le sue precarie condizioni, il giudice stabilì per lui una nuova udienza da celebrare qualche settimana dopo e stabilì che il giovane sarebbe dovuto rimanere in custodia cautelare al Regina Coeli.

Dopo l’udienza le condizioni di Cucchi peggiorarono ulteriormente. Venne visitato all’ospedale Fatebenefratelli. Fu proprio li che vennero messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso, all’addome e al torace. Venne quindi richiesto il suo ricovero che però venne rifiutato dal giovane stesso. Morì all’ospedale Pertini il 22 ottobre, una settimana dopo l’arresto. Il suo peso era di 37 chilogrammi.

Dopo la prima udienza i familiari cercarono a più riprese di vedere, o perlomeno conoscere, le condizioni fisiche di Cucchi, senza successo. La famiglia ebbe notizie di Cucchi quando un ufficiale giudiziario si recò presso la loro abitazione per notificare l’autorizzazione all’autopsia.

Il 13 dicembre  2012 i periti incaricati dalla corte hanno stabilito che il giovane è morto a causa delle mancate cure dei medici, per grave carenza di cibo e liquidi. Affermano inoltre che lesioni riscontrate post mortem potrebbero essere causa di un pestaggio o di una caduta accidentale e che “né vi sono elementi che facciano propendere per l’una piuttosto che per l’altra dinamica lesiva“.

Il 5 giugno 2013 la  Corte d’Assise condanna in primo grado quattro medici dell’ospedale Sandro Pertini a un anno e quattro mesi e il primario a due anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa), un medico a 8 mesi per falso ideologico, mentre assolve sei tra infermieri e guardie penitenziarie, i quali, secondo i giudici, non avrebbero in alcun modo contribuito alla morte di Cucchi.

Per i medici, dunque, il reato di abbandono di incapace viene derubricato in omicidio colposo. Il pm aveva chiesto per quest’ultimi (Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite, Rosita Caponetti e Flaminia Bruno) pene tra i cinque anni e mezzo e i 6 anni e 8 mesi. Aveva inoltre sollecitato una pena a quattro anni di reclusione  per gli infermieri e due anni per gli agenti penitenziari. Le accuse nei confronti di quest’ultimi erano di lesioni personali e abuso di autorità. Sono stati assolti con la formula che richiama la vecchia insufficienza di prove.

Una sentenza che ha scatenato un vespaio di polemiche.

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