Bocciatura Consulta, la prova provata che questo Parlamento ha fallito

parlamento italiano ha fallito in toto

La bocciatura della Consulta è l’ultima prova di una sequela di flop. Sempre all’ombra del Colle.

 

Il solenne momento è arrivato, prendiamo atto che il Parlamento italiano ha fallito. Celebriamo il doveroso requiem per un’istituzione che vive da tempo una crisi senza via d’uscita. Delegittimata dalla Corte Costituzionale e oscurata dalla sempre più ingombrante presenza del Quirinale. Lontana anni luce dal Paese, anche se questa ormai non è più una novità. La sentenza della Consulta è stata la pietra tombale. Dichiarando incostituzionale il Porcellum, i giudici sono riusciti a umiliare il Parlamento due volte. Prima, esautorando di fatto le Camere, composte da deputati e senatori eletti con un sistema di voto contrario ai princìpi della nostra democrazia. Poi, sottolineando l’assoluta incapacità riformatrice del nostro legislatore, che da anni tenta invano di approvare una nuova legge elettorale. E dire che il Parlamento dovrebbe servire proprio a questo, fare le leggi.

Le reazioni rasentano il ridicolo. Ora le opposizioni denunciano la presenza di colleghi “abusivi” tra i banchi del Pd, eletti in virtù del premio di maggioranza appena cancellato dalla Corte Costituzionale. Ne hanno già chiesto la sostituzione, tanto per delegittimare ulteriormente l’istituzione. E mentre qualche deputato festeggia entusiasta la decisione della Consulta – invece di provare un po’ d’imbarazzo – Camera e Senato si scontrano per stabilire da quale ramo del Parlamento dovrà partire l’ennesimo tentativo di riforma. Paradossale.

Paradossalmente viene quasi da giustificare il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ieri si è preso la licenza di sostituirsi alle Camere. Da Napoli, il capo dello Stato ha annunciato che la prossima legge elettorale dovrà prevedere «il superamento del sistema proporzionale». Un’invasione di campo piuttosto evidente. Del resto è da tempo che il Quirinale prende a pesci in faccia il Parlamento. C’è un’immagine che racconta perfettamente questa situazione. Bisogna tornare indietro fino alla scorsa primavera, qualcuno la ricorderà: dopo un inutile confronto per individuare il nuovo presidente della Repubblica, ad aprile i leader politici si arrendono alla propria inconcludenza e pregano Napolitano di rimanere al Colle. Lui accetta, seppure controvoglia. Ma al momento della rielezione attacca duramente i suoi elettori.

A Montecitorio, davanti al Parlamento in seduta comune, Napolitano critica «contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere» in tema di riforme. Se la prende con i «calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi» e definisce «imperdonabile» l’incapacità di approvare una nuova legge elettorale. Roba da nascondersi per la vergogna. E invece il duro j’accuse del Quirinale viene continuamente interrotto da applausi scroscianti e standing ovation. Come se al centro delle critiche non ci fossero proprio loro, i nostri parlamentari. Forse davvero incapaci di cogliere il senso di quella sonora bacchettata.

Peraltro, che il Parlamento sia spesso inconsapevole delle proprie azioni è ormai evidente ai più. Neanche un anno fa Camera e Senato hanno approvato una legge che le ha obbligate, pochi mesi dopo, a ratificare la decadenza di Silvio Berlusconi. Decisione giusta o sbagliata? Non è questo il punto. Piuttosto colpisce la disinvoltura di chi, votando il provvedimento, non aveva neppure immaginato quali conseguenze sarebbero scaturite. Risultato: dallo scorso agosto fino a pochi giorni fa, il Parlamento è rimasto impantanato nel surreale dibattito sul futuro politico del Cavaliere. Uno scontro sul filo del regolamento, che ha finito per assorbire quasi interamente i lavori di Palazzo Madama. Come se il Paese non avesse altre priorità. Si tratta dello stesso Parlamento che, dal 2011, non riesce ad esprimere un esecutivo. Chi ha dimenticato la lunga fase post-elettorale dello scorso inverno? Il Partito democratico alla ricerca del sostegno dei grillini, quelle interminabili, sterili, discussioni sulla nascita del governo di cambiamento immaginato da Pierluigi Bersani. Alla fine il Quirinale ha imposto un esecutivo di larghe intese, con tanti saluti agli elettori che a febbraio si erano presentati ai seggi. Anche in questo caso, nessuna  novità. Era accaduta la stessa cosa alla fine del 2011, quando per salvare l’Italia dalla crisi economica era stato chiamato a palazzo Chigi Mario Monti. Un tecnico. La peggiore delle umiliazioni per i partiti presenti in Parlamento. Ma probabilmente non era ancora abbastanza.

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