Berlusconi triste e solitario. La parabola discendente dell’ex Cavaliere

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Chissà se nelle parole che Silvio Berlusconi pronuncia a difesa dell’amico Putin c’è solo un tributo alla profonda sintonia col suo antico sodale o se c’è la consapevolezza che rappresentano la prima, seria incrinatura della recente profonda sintonia con Matteo Renzi e col governo italiano: “antistorica e controproducente la decisione dei leader riuniti a all’Aja di escludere la Federazione Russa dal G8”, “avventate le decisioni prese dalle diplomazie occidentali”. Chissà.

 

Dall’inner circle dell’ex premier trapela che si tratta semplicemente di un modo per “marcare una posizione”, quasi un atto dovuto che rispecchia un convincimento profondo. Non ci sarebbe nessun calcolo tattico, se non, forse, la scelta di un momento – la vigilia della visita di Obama – che garantisce sui giornali titoli che, per una volta, coprono la grande faida di Forza Italia sulle candidature alle europee.

Insomma, la mossa va presa per quel che è. Una delle tante per continuare ad esserci, slegata dalle altre e legata a un umore cangiante che accentua quel tratto irrazionale e situazionista da sempre proprio di Berlusconi. Il Cavaliere ai tempi dell’interdizione appare così, triste, solitario y final, tra un colpo ad effetto su Putin e la faida interna che non riesce a domare. Vittorio Feltri, penna dell’assalto a Fini ai tempi della casa di Montecarlo lo descrive così, intervistato nel corso de La Zanzara su Radio 24: “Berlusconi sembra Bossi, speriamo con esiti diversi. Vive recluso in casa ostaggio del cerchio magico e questo non giova né a lui né al partito. Dovrebbe cercare di essere più autonomo”.

Infatti, il partito sta esplodendo, a causa della percezione che il Cavaliere sia imbrigliato dal suo cerchio magico: “Non capisco – prosegue Feltri – a che titolo parli Pascale, non ha un ruolo, non è dirigente di FI, ha solo la funzione di fidanzata. Mi sembra non basti per dettare legge in un partito”. Parole che intercettano un sentimento diffuso tra i parlamentari nel day after delle nomine, solo che, si sa, i deputati di Forza Italia non sono avvezzi a rilasciare dichiarazioni critiche ai taccuini. Tranne Fitto: “Se dovesse permanere la tesi di non candidare i parlamentari nazionali sono pronto a candidarmi e disponibile a dimettermi dal Parlamento”. Parole che hanno il sapore di una sfida a Berlusconi.

E che hanno l’obiettivo di far cadere l’alibi della doppia candidatura per giocare a carte scoperte. Posizione che ha l’effetto di rimettere parzialmente in discussione quella linea del cerchio magico che il Cavaliere aveva fatto sua il giorno prima, o quantomeno di attutirla. Chi ha sentito Denis Verdini racconta che, al momento, nessuna decisione è stata presa. Certo, l’ex premier propende per il rinnovamento e la cosiddetta linea Toti, ma vorrebbe evitare il big bang. E comunque è convinzione di Verdini che la fase di incertezza di Berlusconi proseguirà fino al 10 aprile, con chi lo strattonerà da un lato e chi lo strattonerà dall’altra. E lui, novello Amleto, che darà ragione agli uni e agli altri.

È possibile, anzi al momento è così, che giovedì sarà convocato l’ufficio di presidenza per le candidature ma è altrettanto certo che nessuno dà un valore all’organismo appena nominato o pensa che sia il luogo delle decisioni vere: “è inutile” così più di un componente lo descrive nelle chiacchiere da Transatlantico.

Nella grande incertezza accade che nessun atto sia legato all’altro da una trama. E, forse, nemmeno da quella logica che anche un cultore di Erasmo e della sua lucida follia come il Cavaliere ha avuto eccome. Giurano fonti degne di questo nome che nei giorni scorsi l’ex premier ha contattato qualche esponente di peso del Nuovo centrodestra di Alfano, così, giusto per rompere il ghiaccio, come fossero chiacchiere tra vecchi amici. Per carità, con Angelino il Capo è ancora arrabbiato, però in cuor suo non esclude che prima o poi ci possa essere una grande riconciliazione.

Una suggestione, determinata dalla consapevolezza che proprio Ncd rappresenta la chiave del gioco: “Se torniamo assieme – dice un azzurro di rango – abbiamo una doppia opzione: tornare al governo o far saltare Renzi”. Idee che si scontrano con la diffidenza che le lusinghe di Berlusconi alimentano nel Nuovo centrodestra. E non solo nel Nuovo centrodestra.

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