Storia dell’Hip Hop, dai primi dj ai geni del microfono. Scoppia la mania

hip hop mania

“Dammi un microfono e canterò la mia vita”, è l’invito che l’MC (Master of Ceremonies) rivolge al pubblico per sfida o per puro sfogo. E’ una necessità impellente, la voglia di raccontare il proprio vissuto; giovani di colore o delle comunità ispaniche si mettono in gioco, contendendosi il titolo di miglior “poeta”. Dalle prime battaglie canore in strada ai palcoscenici più famosi d’America e del globo, l’hip hop visse le turbolenti stagioni di rivalsa sociale negli Stati Uniti degli anni sessanta e settanta, divenendo poi un genere musicale di consumo.

 

E’ stato versato molto inchiostro nel parlare di Hip Hop e dei fenomeni culturali legati ad esso; trattare di nuovo la sua storia è ripetitivo e naturalmente molto molto noioso, descrivendo anno per anno i fatti e le uscite discografiche; sarebbe meglio invece fare alcune considerazione sul suo ruolo giocato nella seconda metà del novecento: in pratica realizzare quello che comunemente si chiama “sguardo socio-culturale”.

Incomincio nel dare alcune coordinate spazio – temporali per comprendere bene il contesto storico e metropolitano in cui ci muoveremo: le megalopoli statunitensi, i ghetti neri, gli anni settanta e la contestazione.

Leggendo questi indizi possiamo fin da subito capire a cosa ci riferiamo. Tutti bene o male siamo a conoscenza del movimento di protesta nato in California negli anni sessanta e diffusosi a macchia d’olio in tutto il pianeta; abbiamo studiato Martin L. King, Malcolm X e gli altri leader del fronte nero che lottarono a costo della propria vita per rivendicare l’uguaglianza tra bianchi e le genti di colore.

La cultura Hip Hop fu uno dei campi di battaglia fondamentali per il riconoscimento dei principali diritti civili, quelli che venivano costantemente negati. Inscindibile è quindi il legame tra identità afroamericana e Rap, tra i messaggi di fratellanza e la voce “incazzata” dei rapper.

Nel Bronx (NY), ad esempio, luogo degradato e segnato dalla faide tra gang rivali, negli anni settanta non era raro imbattersi in Block Party, in feste da strada, dove un Dj mixava brani funk e jazz per creare basi ritmiche. Ad accompagnare la musica di solito era presente un Master of Ceremonies, o meglio conosciuto come “rapper”, dalle capacità canore sorprendenti: brani lunghi, all’inizio spontanei, con versi liberi, con un linguaggio spinto e molta molta rabbia. Parole di dolore e di speranza uscivano dalla sua bocca ed erano amplificate dal microfono per diffonderle nell’etere.

“Toglietemi tutto, ma non il microfono” è una frase emblema della volontà di narrare e della paura di veder negato questo diritto dalla censura o dalle forze dell’ordine. L’unica possibilità di poter emergere in un mondo ostile. Una lotta tra la libertà di espressione e il silenzio spesso imposto negli Stati Uniti.

Oggi probabilmente ritenere ciò alternativo ci sembrerebbe erroneo, ma all’epoca tale musica era una novità, al di là dei normali schemi artistici. Questo modo di fare dava all’occhio e faceva storcere il naso ai più. Senza considerare poi il retroterra culturale e sociale sopra descritto che influiva negativamente sulla sua comprensione.

I primi Dj e “geni del microfono” ponevano al centro della loro arte “l’essere afroamericani”, narrando spesso la propria vita, segnata da problemi familiari e giuridici: spaccio, consumo di droga, piccola criminalità, violenza domestica e pubblica…segni del degrado in cui erano stati costretti nei ghetti. Senza un lavoro certo, senza un futuro assicurato, per sopravvivere ci si dedicava al crimine. Non si arrivò mai ai toni nichilisti e anarchici del punk, con il concetto del “No Future” nella canzone “Anarchy in UK” dei Sex Pistols: si denunciava il malessere del proletariato nero, ma sempre in chiave costruttiva, mai di sfiducia.

Bisognava ricordare le proprie origini, il proprio passato e rammentare chi si era e in quali condizioni si viveva. Ogni parola, suono e graffito racchiudeva in se un elemento che poteva essere utile per costruire il proprio essere. Non a caso le prime tracce strumentali assimilavano frammenti di brani jazz e funk, richiamando generi musicali tradizionalmente legati alla cultura Afro. Progetti e iniziative si susseguirono e furono patrocinati da importanti Dj. Non possiamo non citare ad esempio la “Universal Zulu Nation”, la casa discografica del Dj Afrika Bambaataa, fondata per dar corpo alle rivendicazioni sociali, riunire i più importanti Mc e fornire una veste di rispettabilità all’espressione “Identità Afroamericana”. Un modo di fare arte impegnata che ha pochi eguali e che spesso purtroppo è stata declassata a “atti osceni” o addirittura criminali.

Nonostante la scalata delle classifiche, i miliardi di dischi venduti in tutto il mondo e il successo, l’Hip Hop più combattivo e originale è riuscito a preservarsi. Oggi il quadro che si presenta ai nostri occhi è molto diverso. Il Rap è diventato una forma artistica a tutti gli effetti ed ha conquistato nuovi soggetti. Non solo le comunità nere, ma anche quelle ispaniche, ad esempio, fanno Hip Hop e anche loro mossi dal “furor del dire”.

Queste minoranze costituiscono una massa di nuovi reietti, spesso clandestini, sfruttati e vessati da chi li vuole espellere senza pensare al loro futuro e alla loro dignità. E’ diventato ufficialmente la voce di chi vuol provocare e denunciare, liberamente e senza temere censure. Attraverso il microfono gli ultimi possono prendere la parola mostrando quella grinta che sempre li ha contraddistinto i rapper.

Paradossalmente oggi gli stessi bianchi che prima ghettizzavano l’Hip Hop, adesso lo amano e non mancano artisti nell’undeground o nella mainstram che “rappano come negri”.