SANITÀ MOLISE/ Resistere alla propaganda di potere: dentro gli ingranaggi del sistema sanitario

Negli ultimissimi giorni la propaganda di potere si è fatta più intensa e scientifica. Berlusconi sta correndo in aiuto di tutti quegli alleati traballanti e in difficoltà, che avevano manifestato una certa voglia di distacco. Il Presidente della Regione Molise, Michele Iorio, rientra perfettamente in questo identikit: grane giudiziarie, manifestazioni di piazza, opposizione ringalluzzita e piccole defezioni interne ne stavano minando il potere. Dal Governo centrale partivano nient’altro che schiaffi all’orgoglio sannita


di Andrea Succi

sanit_moliseLa sanità non funziona, la spesa dei fondi pubblici è a livelli di guardia, soldi per i terremotati nisba… Insomma se qualcosa poteva andare male, andava peggio. E Iorio, come tanti altri, cominciava a dubitare del progetto berlusconiano… Ma fu così che, improvvisamente, il vento cambiò: il Ministro Fitto rivela che il Molise primeggia nella gestione dei fondi Fas (una balla colossale…) e i numeri sanitari sembrano aver cancellato la regione dagli ultimi posti della (mala)graduatoria nazionale…

Partiamo dalla sanità e ripubblichiamo un’intervista in cui Lucio Pastore, medico del Pronto Soccorso di Isernia e profondo conoscitore della realtà locale, svela i giochi di potere, analizza i rapporti di causa-effetto e le possibili soluzioni, racconta i meccanismi di un sistema il cui malfunzionamento è strutturale e, forse, persino calcolato.

 

Partiamo subito forte. Dal 2001 ad oggi – cioè sotto la Presidenza Iorio – il deficit sanitario è schizzato alle stelle.

Il problema della spesa sanitaria riguarda tutte le regioni italiane. L’attenzione dei politici si concentra sui fondi sanità, perché rappresentano il grosso dei fondi regionali, e quindi la via per gestire potere. Se una sanità non è finalizzata a dare risposte ai bisogni della gente, evidentemente è finalizzata ad altro.

Quali sono le cause che hanno generato il debito?

A livello regionale la spesa aumenta per ragioni di clientele che il più delle volte non hanno niente a che fare con i bisogni sanitari. Manca l’analisi dei bisogni della gente.

Ad esempio in Molise, laddove la percentuale di persone anziane è una delle più alte d’Italia, è assurdo avere un’incidenza di strutture per acuti cosi alta – 6 ospedali, 3 cliniche private, 2 centri di ricerca, e via dicendo – e avere una quasi assenza di strutture per cronici.

L’ospedale, che è una struttura che dovrebbe rispondere a delle esigenze di urgenza, di acuzie, viene utilizzata per pazienti cronici, per gli anziani. Questo espande enormemente la spesa, perché il paziente cronico ha bisogno di altro, che costa anche di meno; l’acuto invece ha bisogno di un’intensità di cura con spese molto maggiori e di conseguenza si avrà un trattamento non adeguato a costi più alti, che automaticamente vengono scaricati sulla comunità.

Ci spieghi meglio questo concetto?

Il paziente anziano non ha bisogno di avere un pronto soccorso, un’unità coronaria, un servizio di radiologia 24 ore su 24, o quanto altro sia presente nelle strutture acute, ma ha bisogno di un’alta intensità infermieristica e riabilitativa.

Se invece vengono utilizzare strutture per acuti per trattare questi pazienti cronici, i costi lievitano e l’efficienza della struttura per quel tipo di patologia si abbassa. Se si fosse fatta un’analisi dei bisogni reali del territorio, gran parte delle risorse sarebbero state convertite.

Nel piano sanitario questo bisogno viene esposto solo in linea di principio.

Quali sono gli effetti immediati del debito sanitario sull’utenza?

Con il processo di federalismo, il debito non viene più scaricato in senso generico sullo stato ma si riversa sui cittadini della regione. Ecco quindi che abbiamo l’aumento delle accise sulla benzina, l’aumento delle tasse regionali, la cosiddetta cartolarizzazione del debito sulla sanità, e cioè il trasferire alle generazioni future i debiti che adesso si fanno.

La sanità pesa per l’80% sul bilancio regionale. È di gran lunga la voce più corposa e significativa non solo a livello economico ma anche dal punto di vista della gestione del potere. Ci spieghi la centralità della sanità nei giochi di potere molisani?

Da quando vivo in Molise chi detiene il potere ha sempre posto al centro dei suoi interessi la sanità. Dal ‘95 in poi Michele Iorio non ha mai lasciato la sanità ad altri, ne ha sempre avuto la gestione, sia nel governo di centro-sinistra che nel governo di centro-destra.

Non cedere la sanità significa non cedere il potere locale e spesso le esigenze di alcuni soggetti implicano che, da un punto di vista clientelare, si deve fare quel tipo di struttura anche se non dovesse servire. Questo è sempre successo e continua a succedere.

Veniamo al dunque. Esistono circa 28 TAC ogni 1.000.000 di abitanti, con valori oltre 35 in diverse regioni tra cui il Molise. Questi macchinari costano non meno di € 800.000 cadauno e sono finanziati al 90% da fondi regionali. Sembra quasi che si spenda senza considerare i reali bisogni.

Il potere politico tende a far credere che una pletora di apparecchi, una pletora di diagnostica, possa rappresentare un vantaggio per i cittadini. Invece è un danno immane per due motivi.

Uno economico, perché i costi di gestione per finanziare un apparato eccessivo di diagnosi sono enormi; l’altro culturale, perché frazionando eccessivamente il lavoro le casistiche cliniche nelle singole strutture saranno sempre più basse, e quindi la capacità di esperienza, di creare conoscenza, di fare medicina – che può rappresentare la qualità di un sistema – tenderà a diminuire.

Il PSR 2008-2010 prevede la riduzione dei posti letto senza accorpare le unità operative. Che significa? Quali le conseguenze?

Ridurre i posti letto senza accorpare le unità operative mina ulteriormente l’efficienza delle strutture, senza creare una reale diminuzione dei costi. Per essere più chiari, il costo di un reparto viene dato dal posto letto, poiché su questo gravano infermieri, medici, personale ausiliario e laboratori. Se si passa da venti a dieci posti letto non accorpando le strutture, il risparmio economico è quasi nullo. Questo è quello che stanno facendo attualmente.

Dici che sarebbe più giusto trasformare i piccoli ospedali in altri servizi alla popolazione. Quali?

Posso ipotizzare che delle residenze assistite per anziani siano meglio di ospedali poco efficienti; posso ipotizzare che un’assistenza domiciliare, quindi portata a casa dei pazienti, offra un servizio più valido di quello ospedaliero; posso ipotizzare che gli ospedali di comunità – strutture intermedie gestite dai medici di base – siano più funzionali e legati al territorio rispetto ai nosocomi, che in realtà sono dei pozzi di San Patrizio della spesa pubblica.

Due casi sono emblematici nella malagestione dei posti letto. Partiamo dal primo.

Nell’ospedale di Isernia è presente una U.O.C. di Neurofisiopatologia. Il primario è Nicola Iorio, fratello del Presidente Michele Iorio. La struttura ha 6 posti letto, 4 dirigenti, svariati tra medici, infermieri e tecnici. Praticamente più personale sanitario che malati. Eppure non avrebbe motivo di esistere data la specificità del reparto. Ci spieghi le dinamiche che hanno portato a questo spreco? Chi ci guadagna e chi ci perde?

Per rendere chiaro il problema, bisogna ricordare che la Neurofisiopatologia è una sottobranca della Neurologia, usata per completare alcune indagini, e che non ha posti letto perché agisce da servizio per altri tipi di reparto. Quella di Isernia invece è l’unica struttura con posti letto, perdipiù creata a 15 chilometri dalla Neuromed, l’Istituto di Ricerca ad indirizzo Neurologico di Pozzilli. Secondo logica si dovrebbe presupporre che su questo territorio ci sia una tale incidenza di patologie neurologiche per cui, accanto a un istituto di ricerca, si ha bisogno di creare una nuova struttura di Neurofisiopatologia. Ma la vera ragione per cui il reparto esiste è un’altra: il Dirigente di questa struttura è il fratello del Presidente della Regione.

In origine, al posto dell’attuale Neurofisiopatologia, sorgeva un reparto di chirurgia, il cui primario – il Dottor Berardi – ha sempre desiderato ritornare a Campobasso, la sua città.

E quindi si determina una situazione stranissima.

Si viene a creare politicamente un posto perché Berardi lasci Isernia e vada via; metà della vecchia struttura di chirurgia da lui diretta viene ceduta al fratello del Presidente per creare la Neurofisiopatologia, e l’altra metà viene affidata – per chiara fama – al Dott. Huscher, che porta con sè il figlio del Presidente. I dati sono questi e lascio a voi la conclusione di quali possono essere le tensioni che hanno portato a questa scelta.

Il secondo caso riguarda la dispersione dei 164 posti letto di Chirurgia Generale distribuiti su 9 U.O.C. Perché si tende a creare nuove U.O.C.?

Perché moltiplichi non soltanto i primariati, quindi clienti di calibro grosso, ma anche le sottostrutture, quindi l’apparato medico, l’apparato paramedico e la struttura di rifornimento di materiale. Moltiplicando questi reparti, la gestione politica può avere un’espansione di potere.

Questo avviene per la chirurgia così come per altri casi, laddove le esigenze reali in rapporto ai bacini di utenza non sono rispettate.

Per esempio una chirurgia dovrebbe rispondere ad un bacino d’utenza di almeno 100mila abitanti. Nel Molise ci sono 10 unità operative chirurgiche per 300mila abitanti. Quale può essere la qualità finale di questa organizzazione?

Si è arrivati ad un debito di 600 Ml di € in maniera quasi inspiegabile. Tu proponi la contabilità analitica per centri di costo. Perché? Quali vantaggi porterebbe?

Ogni centro di costo deve avere una contabilità che permetta di sapere quanto si spende per il personale, per gli infermieri, per l’approvvigionamento, per la pulizia, per gli interventi, e nello stesso tempo quali sono i ricavi di questa gestione.

In questo modo si può capire se il debito strutturale è causato da questioni di malasanità o da risposte ad esigenze particolari, ad esempio un’epidemia sul territorio, una catastrofe….

La contabilità analitica per centri di costo è prevista anche dalla legge, la 229, ma guarda caso nessuno vuole applicarla perché renderebbe trasparente il meccanismo di spesa.

Senza avere una analisi dei flussi reali non si potrà fare una efficace analisi di bilancio.

Alcuni infermieri lamentano che il carico di lavoro è distribuito male, che si privilegia l’inserimento di stagisti, quindi di personale poco preparato, e si riduce il personale specializzato. Quali sono le esigenze che stanno dietro una scelta simile?

Gli infermieri mancano non perchè non vengono assunti, ma perché vengono dirottati – per ragioni di clientela – in strutture che probabilmente non ne hanno bisogno. E questo succede abitualmente.

Ecco perché uno dei principi fondamentali per far funzionare una struttura pubblica è quello dei carichi di lavoro, cioè stabilire anche con la controparte quali siano i criteri per la distribuzione della forza lavoro. È chiaro che se nella distribuzione del personale vengono utilizzati metodi ad personam il meccanismo si incepperà.

 

Ecco. Il punto è proprio questo. Qual è il meccanismo?

 

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