SAN GIULIANO DI PUGLIA/ La Cassazione conferma: “Gli assassini sono i costruttori”

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Sconfessata definitivamente la teoria secondo la quale è stato solo il terremoto a causare il crollo della vecchia scuola Jovine. Sotto le macerie morirono 27 bambini e una maestra. Anche il Presidente della Regione aveva visto male. Solo pochi giorni fa, infatti, aveva parlato di “fato”. L’udienza della Cassazione, invece, dice esattamente il contrario. Un’udienza, questa, che è stata poco pubblicizzata. L’ennesimo tentativo di nascondere che sono stati proprio i costruttori a causare la morte dei bambini e non il terremoto. Meglio definito “fato”.

 

L’ultima sentenza sul crollo della scuola Jovine arriva in un mercoledì in cui tutti commemorano Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo. Ma a Roma sta per accadere altro. La terza sezione penale della Corte di Cassazione conferma le condanne ai quattro maggiori responsabili del crollo della scuola Jovine di San Giuliano di Puglia.

Cinque anni per Giuseppe La Serra, Mario Marinaro, Giovanni Martino e Carmine Abiuso. Tutti colpevoli di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni colpose. Gli avvocati avevano tentato di far ridurre la pena a due anni e undici mesi di reclusione, ma gli è andata male.

Che i quattro non vadano in carcere è da vedere. Per ora l’ordine è sospeso per effetto dell’indulto. Ma sarà il Tribunale di sorveglianza a stabilire, fra due mesi, quale sarà la sorte dei quattro condannati. Intanto l’assurdo: potranno continuare a lavorare, continuare a fare progetti. Ma quant’è: la giustizia ha deciso così.

Sono altri però gli aspetti che escono fuori da questa sentenza. Innanzitutto viene confermato che gli assassini dei 27 bambini e della maestra sono i costruttori e i progettisti della scuola. Un edificio killer che tutto era tranne che sicuro.

Il terremoto, quel sisma su cui in tanti hanno lucrato, è soltanto la concausa. Come sostenne il procuratore Nicola Magrone, il piano sopraelevato, costruito in cemento armato, aveva appesantito una struttura fatta di sabbia e ciottoli, e aveva causato per questo un collasso statico. “La scuola – scrisse l’ex procuratore di Larino – sarebbe crollata anche con una nevicata”. Questo significa una cosa sola: il sisma del 31 ottobre 2002 non fu così intenso come lo si vuole far passare. E’ vero che molti edifici dei 14 comuni del cratere (Bonefro, Casacalenda, Castellino del Biferno, Colletorto, Larino, Morrone del Sannio, Montelongo, Montorio nei Frentani, Provvidenti, Ripabottoni, Rotello, San Giuliano di Puglia, Santa Croce di Magliano, Ururi) sono stati lesionati.

Ma è vero anche che qualcuno ha voluto lucrare su quelle lesioni. E, soprattutto, sui cosiddetti “Angeli di San Giuliano” per ottenere finanziamenti a pioggia e costruirci intorno un mercificio padre di tutti gli sprechi dell’era del Governatore Michele Iorio. Non sarebbe un caso, allora, che gli esperti abbiano definito il sisma del 31 ottobre 2002 un “terremotino”. Dieci volte inferiore a quello di domenica 20 maggio avvenuto in Emilia Romagna, venti rispetto al sisma dell’Abruzzo.

Non lo diciamo noi, ma i giudici: se la scuola di San Giuliano fosse stata costruita adeguatamente, nessuno sarebbe morto. Se i morti molisani sono il quadruplo di quelli emiliani, la colpa è soltanto di chi ha costruito male, senza rispettare le regole del buon costruire. Ma qualcuno ha fatto finta di non vedere.

Il presidente Michele Iorio stesso, quasi a voler giustificare il suo modello Molise, sostiene ancora che a uccidere i bambini di San Giuliano di Puglia sia stato il fato. Lo dice in questo messaggio inviato al presidente della Regione Puglia Nichi Vendola all’indomani dell’attentato di Bridisi. Questo il testo della lettera:“Caro Presidente, esprimo a te e a tutti i Pugliesi, a nome di ogni Molisano, il cordoglio per la morte della giovane studentessa di Brindisi, il dolore per il ferimento delle altre ragazze dell’Istituto, e la piena e ferma indignazione per un atto vile ed inaccettabile. Il Molise purtroppo conosce il dolore della morte di ragazzi colpiti nel mentre si accingevano a studiare e fortificare le loro conoscenze per un futuro migliore. A noi si è trattato dal fato, a Brindisi quasi certamente dalla spietatezza della criminalità organizzata e dalla sua ignobile ed inumana azione eversiva. Siamo dunque vicini alle famiglie degli studenti  e alle Istituzioni di ogni ordine e grado. Ciò nella certezza che solo con la vicinanza e la solidarietà di tutti i cittadini onesti e liberi lo Stato, attraverso le Forze dell’Ordine e la Magistratura, potrà, non solo fermare i colpevoli, sia mandanti che esecutori, ma rigettare con ferma decisione il loro piano criminoso e fortemente lesivo dello società e del vivere democratico”. 

Una dichiarazione in cui Iorio parla chiaro. Nega quello che hanno sostenuto giudici e pubblici ministeri e cerca di propinare all’esterno un’immagine di un Molise che non esiste. Nel messaggio non nomina nemmeno San Giuliano di Puglia, ma il riferimento è chiaro. Nessun altro in Molise è morto all’interno di un edificio scolastico. Ma perchè negare quello che oggi dicono i giudici? Perchè negare che per il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia esistono colpevoli che hanno nomi e cognomi?

Semplice: per giustificare i suoi sprechi di dieci anni che, peraltro, non hanno neanche permesso a tutti i cittadini terremotati di rientrare nelle loro case. Ad oggi solo nel comune degli angeli tutti hanno riavuto la loro abitazione. Non è la stessa cosa, ad esempio, a Bonefro, dove la ricostruzione è a meno del 50%.

Ma a chi sono andati i fondi che dovevano essere destinati ai terremotati? Parrebbe un po’ a tutti tramite l’articolo 15. Ma che cos’è l’articolo 15? E’ un provvedimento del 2003 per mezzo del quale la Regione, d’intesa con il ministero dell’Economia e delle Finanze, ha predisposto un programma pluriennale di interventi diretti a favorire la ripresa produttiva nel territorio della regione Molise colpito dagli eccezionali eventi sismici del 31 ottobre 2002 e da quelli meteorologici del gennaio 2003, da finanziare anche con il concorso delle risorse nazionali e comunitarie. Un intento nobile.

Peccato, però, che lo stato di calamità è stato esteso da Michele Iorio anche ad altre iniziative che poco c’entrano con l’area terremotata o alluvionata. E mentre le vecchiette rimanevano nei prefabbricati a morire di freddo d’inverno e di caldo d’estate, ecco che i soldi della ricostruzione venivano spesi in museo del profumo a Sant’Elena Sannita, Museo della Zampogna a Scapoli, studio della Patata turchesca, manifestazioni di Miss Italia e itinerari del sentimento a Ururi. Tutto per un costo complessivo di un miliardo di euro che, se destinato alle case dei terremotati, avrebbe permesso loro di rientrare tutti nelle loro case.

Definire il crollo della scuola Jovine una fatalità significa anche negare tutto questo. E il comportamento di chi ha tenuto nascosto la celebrazione di questa udienza tentando di farla passare inosservata, cementa il nostro convincimento.

Non si può dunque parlare di “fatalità”, come ha fatto un governatore la cui popolarità è in discesa soprattutto dopo il maggio nero della sentenza del Tar che ha annullato le elezioni regionali e dopo la sconfitta a Isernia della sorella Rosa.

Non sarebbe il caso, allora, di dover ammettere davanti all’Italia intera il fallimento del modello Molise, piuttosto che mandare lettere al presidente della Regione Puglia parlando semplicemente di “fato”?

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