RAPPORTO CAVE 2011/ Molise, Legambiente lancia l’allarme

Non è la prima volta e non sarà sicuramente l’ultima, ma stavolta il rapporto Cave 2011 di Legambiente evidenzia come la situazione cave in Molise sia “particolarmente preoccupante“. Sono enormi i “danni inferti al paesaggio“, che corrispondono a “enormi guadagni per i cavatori e spesso nessun risarcimento per le casse pubbliche“. Nella regione guidata da Michele Iorio c’è un paesino, Macchia D’Isernia, che – da questo punto di vista – è il più tartassato, con la presenza di ben 6 cave.

cava_di_florio_macchia_diserniaIn Molise esistono 56 cave attive e ben 545 dismesse, un numero impressionante se paragonato a quello di altre regioni molto più estese. Il piano cave non esiste “e se si considera il peso che le Ecomafie hanno nella gestione del ciclo del cemento e nel controllo della aree di estrazione è particolarmente preoccupante una situazione priva di regole.”

Il comunicato, del resto, parla chiaro:

 

“Sono 15mila in Italia le cave abbandonate e quasi 6mila quelle attive. Nove regioni sono senza piani-cava, in Sicilia, Sardegna, Calabria, Basilicata si estrae gratis. Questi i dati diffusi da Legambiente nel suo Rapporto Cave 2011 con cui richiama l’attenzione sui danni al paesaggio causati dall’attivita’ estrattiva, fonte miliardaria di guadagno per chi estrae senza regole e controlli.

Il rapporto denuncia “la ferita rilevantissima al paesaggio” inferta dalle 15mila cave – incluse le 13mila dismesse e quelle abbandonate – che colpisce 2.240 comuni. L’Italia e’ il Paese dove si consuma piu’ cemento in Europa (oltre 34 milioni di tonnellate e una media di 565 chili per ogni cittadino).

Il rapporto segnala come “particolarmente preoccupanti” le situazioni di Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Calabria, Basilicata, Campania, Friuli Venezia Giulia e Piemonte, dove non e’ in vigore un piano cave e dove tutto il potere e’ nelle mani di chi concede l’autorizzazione.

L’associazione ambientalista punta il dito contro un sistema privo di regole caratterizzato da una “ridicola” discrepanza tra le entrate degli enti pubblici derivanti dai canoni e il volume d’affari del settore.”

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