L’EDITORIALE/ Una dittatura morente

di Pasquale Di Bello

In Molise il “regime” di Michele Iorio sta crollando inesorabilmente, questo anche grazie al ruolo della “rete” che ha consentito di sfondare quel muro di omertà che circonda il Palazzo e che per lungo tempo ha impedito la circolazione di fatti e notizie che oggi arrivano prepotentemente alla ribalta nazionale. Corriere della Sera, Repubblica e il Fatto Quotidiano hanno ripreso in questi giorni ciò che l’Infiltrato ha denunciato da tempo: irregolarità, ombre e incongruenze che si addensano sulle elezioni regionali del 16 e 17 ottobre e che rischiano di inficiarne l’esito. In un clima di depistaggi mediatici, intimidazioni, querele e palle di fango, si apre per il Molise una stagione di “resistenza” che culminerà nella prossima primavera. Le imminenti elezioni politiche generali potrebbero essere abbinate – all’esito dei ricorsi elettorali – ad una nuova consultazione per il governo della regione.   

 

Come tutte le dittature al tempo di internet, anche quella di Michele Iorio si sta sgretolando – e quindi morendo – sotto i marocco-liberta-di-stampa-e-governance-L-B0YoPkcolpi del rete. Il caso dell’Infiltrato è in tal senso un esempio significativo. I lettori ci perdoneranno l’autocitazione, ma se oggi l’Italia conosce lo scandalo delle elezioni regionali del Molise lo si deve al coraggio di questa testata on-line che, sfidando la camarilla dei mammasantissima locali, ha dato per primo la notizia di irregolarità, anomalie e incongruenze al limite del broglio da dittatura sudamericana. Perché, detta alle spicce, di questo si tratta: di un regime. Un regime che oggi muore. Irreversibilmente. Una tirannia fondata sul ricatto politico-clientelare e, nell’ultimo caso, anche sulla cialtroneria di qualche sparafucile addetto ai seggi elettorali. La misura della disperazione in cui annaspano Iorio e il cerchio tragico che lo circonda, ce l’hanno data in questi giorni molti segnali. Smaccate operazioni di un depistaggio mediatico e giudiziario che punta ad un solo obiettivo: abbassare il livello di attenzione sociale sull’esito delle elezioni regionali del 16 e 17 ottobre scorsi.

FASCISTI CONCLAMATIChi ha vinto realmente, Iorio o Frattura? Ci sono stati nei conteggi errori marchiani tali da alterarne l’esito finale: si o no? I molisani, e gli italiani, attendono di sapere questo e non altro. Accade però che questi dubbi – sollevati per primi dall’Infiltrato e che oggi catalizzano l’attenzione di media nazionali quali il Corriere della Sera, Repubblica e il Fatto Quotidiano – vengano immediatamente bollati come “leggende metropolitane diramate su internet da fascisti conclamati passati con nonchalance e con gli stessi metodi da Ciarrapico a Di Laura Frattura” (Telemolise, editoriale del 22 ottobre 2011). Il fascista conclamato, sia detto di passata, sarebbe il sottoscritto. A dirlo, senza possibilità di equivoco, stanno ventitré secondi di primo piano che il servizio ci dedica, e per giunta al rallentatore (un’eternità in televisione). Propalatore delle “leggende metropolitane diramate su internet”, è senza alcun dubbio l’Infiltrato. Anche qui i lettori ci passeranno l’autocitazione, tuttavia necessaria a comprendere quale sia il clima di delegittimazione strisciante e diffamazione latente riservato all’informazione molisana allergica al conformismo e all’intruppamento. Se l’informazione non è di regime, in Molise diventa automaticamente “leggenda metropolitana opera di fascisti conclamati”. Questo, nel silenzio generale dei dispensatori di solidarietà a cottimo, adusi a stracciarsi le vesti in casi di segno contrario. Viene da chiedersi oggi, alla luce dei fatti emersi, dei dubbi permanenti e delle anomalie registrate, se anche al Corriere, a Repubblica e al Fatto circolino “fascisti conclamati” o, viceversa, semplicemente giornalisti con la schiena dritta e poco inclini al baciamano e al battitacchi.

LA FABBRICA DELLA QUERELA – Se il primo tentativo del regime è quello di delegittimare gli strumenti e i protagonisti della controinformazione, il secondo, quello più sottile, è di spostare radicalmente l’attenzione dal tema elezioni ad altro. L’altro, in questo caso, è un video che il berlusconiano Michele Iorio ha valutato dal contenuto diffamatorio. Al netto delle presunte diffamazioni, che sono ancora tutte da accertare, va sottolineata quella che ormai è una costante di Iorio & Co., ovvero l’uso del diritto non come strumento di difesa e tutela ma come strumento di offesa e intimidazione. La fabbrica della querela, o peggio quella della più perniciosa citazione civile, è da anni un pilastro su cui il regime di Iorio si regge. Riavvolgendo il nastro, i primi fotogrammi di quella che è una vera e propria opera di intimidazione li troviamo girati nel 2009. All’epoca l’intera Giunta regionale – probabilmente vittima di qualche cattivo consigliere – nell’intento di mettere il bavaglio all’unica voce fuori dal coro, il quotidiano Nuovo Molise (quello del tempo, non certo l’attuale), si spinse a diffidare la Rai (e a fargli causa) dal leggere i titoli di  quella testata in rassegna stampa. Contemporaneamente alla diffida partì anche la citazione civile, ciò nonostante le perplessità opposte dall’Avvocatura dello Stato all’iniziativa regionale. Col tempo, successivamente, e sempre allo scopo di intimidire “per fame” i giornalisti di quella testata, seguirono altre citazioni, querele, denunce molte delle quali ancora tutte sub judice. Le vicende al momento chiuse, sia detto per chiarezza, hanno sinora dato sempre torto sia a Iorio sia a chi, come il senatore Ulisse Di Giacomo (coordinatore regionale del Pdl), ha deciso di seguirne l’esempio. Evidentemente, e a dispetto di lorsignori, un giudice a Berlino c’è sempre.

SATIRA KAPUTT – La fabbrica della querela, dicevamo, non si è fermata neanche in campagna elettorale. Anzi, il clima elettorale – notoriamente acceso – è stato un formidabile acceleratore delle operazioni di depistaggio. A finire sotto accusa, e successivamente sequestrato, un video di satira politica che ha letteralmente spopolato sulla rete. Michè: nun te reggae chiù, questo il titolo del  filmato costruito sulla celebre canzone di Rino Gaetano. Il video, tra le altre cose, propone una serie di immagini legate a temi sottoposti da anni all’attenzione della Giustizia: acquisto del catamarano Termoli Jet, gestione dei fondi post-sisma, gestione dei fondi ex art. 15. Bene, accade che mentre la macchina della Giustizia procede lento pede sui temi posti dal video, contemporaneamente è un fulmine nel chiedere, ottenere e disporre il sequestro del filmato stesso. Un fatto, questo, che se dal lato della tempestività smentisce l’immagine negativa di una Giustizia tartaruga dall’altro, quello del merito, rappresenta dal nostro punto di vista un pericolosissimo precedente per chiunque intenda fare satira politica in Molise. Se il criterio e la tempestività dei magistrati campobassani fosse emulato dagli altri colleghi italiani, sarebbero centinaia i video da sequestrare ogni settimana in Italia. Pensiamo, ad esempio, ai casi di Luciana Littizzetto o di Maurizio Crozza, per non parlare di quelli ipotizzabili a carico del redivivo “Il Male” di Vauro e Vincino o al “Vernacoliere” di Livorno. Sta di fatto che per giorni e giorni, con l’espediente del video, il discorso dal chi ha vinto o ha perso le elezioni, dalla regolarità o meno delle operazioni di scrutinio dei voti,  viene spostato sulla presunta natura diffamatoria di un filmato che, a detta di chiunque lo abbia visto, non supera l’aggressività della satira da oratorio. Ci auguriamo, a questo punto, che la solerzia impiegata dalla Magistratura in questa circostanza possa ripetersi per quelle indagini e per quei processi che vedono implicati sia Iorio sia gran parte delle sue ultime due giunte regionali. Il rischio prescrizione, in molti casi, è dietro l’angolo.

UNIRE IL CENTROSINISTRA – Oltre alla democrazia, anche il depistaggio e la delegittimazione viaggiano sulla rete. Uno dei fenomeni della campagna elettorale appena conclusasi in Molise è stato certamente l’utilizzo dei social network come strumento di aggregazione ed elaborazione di idee e strategie. Tra i gruppi sorti su Facebook, quello che porta il nome di “Unire il Centro-sinistra” è quello che ha maggiormente spopolato. Un aggregato di umanità e di idee che è andato oltre la rete e che è diventato un vero lievito della campagna elettorale. Da soggetto politico a oggetto di attacchi da parte del regime il passo è stato breve. Anche in questo caso è stata la fabbrica della querela a giocare un ruolo da protagonista. Assumendo che da quel gruppo fossero partite espressioni diffamatorie da sottoporre alla valutazione del magistrato, l’attenzione è stata immediatamente spostata dal piano generale (chi ha vinto e chi ha perso le elezioni) ad un piano personale del tutto fuorviante rispetto ai temi del dibattito politico in corso. Anche qui il depistaggio e la mistificazione sono chiari: al netto di eventuali episodi diffamatori – tutti ancora da appurare –  il tentativo di far passare l’intero gruppo come un accolita di “selvaggi” (anche questo è stato detto) è stato fin troppo chiaro. Qui, tuttavia, il regime ha giocato ancor più sottilmente, arruolando tra le proprie fila veri e propri  maître à penser – si fa per dire – della sinistra onanista, quella delle grandi, verbose e inconcludenti masturbazioni pseudointellettuali. Nelle fila del berlusconiano Michele Iorio militano oggi frattaglie radical chic, compagni al cashmere, e “maestri” di penna assoldati come guastatori dietro le linee. Il compitino che è stato loro affidato è quello di tenere sempre aperto il fuoco amico: dichiararsi a parole di sinistra dopo aver ottenuto il porto d’armi a destra. In poche parole il gioco di Iorio e del suo cerchio tragico è smaccatamente chiaro: avvelenare i pozzi a sinistra, utilizzando gente di sinistra. Assieme al compitino principale, vi è poi quello di complemento: delegittimare l’informazione alternativa e boffarne (perdonate il pessimo neologismo) i protagonisti attraverso lo spargimento ad personam di fanghi e liquami.

UNA MORTE ANNUNCIATA – Con l’iniziativa assunta dal centrosinistra nazionale e locale, quella di adire il Quirinale e il ministro dell’Interno affinché si faccia piena luce sul risultato elettorale e solo successivamente si proceda alla proclamazione degli eletti, la coalizione antagonista a Iorio & Co. ha dato una bella prova di unità dopo secoli di lacerazioni. E’ anche questo un segno del tempo che è cambiato e del tempo che è finito. Il centrodestra e Iorio hanno i giorni contati. Verosimilmente nelle prossime ore si procederà alla proclamazione di Iorio presidente della regione e un minuto dopo, altrettanto verosimilmente, partiranno i ricorsi sia per la verifica generale delle schede sia per l’estromissione della lista Molise Civile dal novero di quelle collegate a Michele Iorio. Molise Civile, in un primo tempo esclusa per presunte irregolarità nella raccolta delle firme, è stata poi riammessa tra poche luci e moltissime ombre. Ad una verifica più attenta, la lista potrebbe saltare. Tuttavia, indipendentemente dalle sedi di Giustizia, la morte dello iorismo è già certificata dall’esito delle elezioni appena conclusesi. La macchina clientelare di Iorio si è inceppata, producendo un risultato del tutto inatteso. La presunta vittoria, dubbia e ottenuta sul filo di lana, contiene in se una certezza: il Molise ha detto basta, e solo una serie di circostanze fortuite consente oggi a Iorio di rimanere in sella. L’uscita di scena è al momento solo rinviata. L’eclissi di oggi sarà un tramonto a primavera, allorquando insieme alle ormai imminenti elezioni politiche si tornerà probabilmente a votare anche per le regionali. La fase dei ricorsi, indipendentemente dal ruolo della Magistratura, sarà accompagnata da una incessante mobilitazione popolare necessaria a ribadire, giorno dopo giorno, che la dittatura sta morendo. Ci saranno, verosimilmente, colpi di coda violenti da parte del regime ma la società molisana ha già dimostrato di essere matura per la transizione e di possedere – questa la grande sorpresa della campagna elettorale – gli anticorpi necessari a debellare la malattia perniciosa dello iorismo.

IN MOLISE COME IN CILE – Che fare, allora? Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi l’animale morente tenterà di soffocare e reprimere con ogni mezzo la spinta al cambiamento. La macchina del fango continuerà a lavorare per mettere il bavaglio ad ogni voce fuori dal coro, e lo farà su quelli che sono ormai con evidenza i suoi fronti privilegiati: quello mediatico e quello giudiziario.  Il livello dello scontro è quindi destinato ad alzarsi. Se in Molise c’è una spinta alla rivoluzione e al cambiamento questa è tempo che si compatti in un unico fronte, riassorbendo ogni frangia di dissenso. Se un tempo fu l’Italia a correre il pericolo cileno, e lo si affrontò attraverso un compromesso storico che sfociò nel programma di solidarietà nazionale, oggi l’ombra cilena (sinonimo di dittatura) oggi si allunga sul Molise. I militari molisani non indossano divise, ma loden, non viaggiano sui cingolati, ma su auto blu, ma visti da vicino hanno le stesse zanne affilate e gli stessi sorrisi da iene tipici dei golpisti. Occorre lavorare, per la prossima primavera, ad un punto di sintesi tra tutte le forze antagoniste a Michele Iorio e al cerchio tragico che lo circonda. La strada verso un’alleanza e un governo di solidarietà regionale è un percorso necessario alla liberazione del Molise. Le elezioni del 16 e 17 ottobre scorsi questo lo hanno detto chiaramente.  

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