ARCHEOMOLISE/ Monografia della Valle del Volturno

Sette articoli su altrettanti argomenti di interesse storico, archeologico, artistico, antropologico; 80 pagine interamente a colori; contributi dei massimi esperti di cultura molisana; il prodotto di un lavoro disinteressato e qualificato che non riceve finanziamenti pubblici di alcuna sorta; un’iniziativa editoriale che da 3 anni sostiene la visibilità, la conoscenza, lo studio del patrimonio culturale molisano.

di Alessandro Testa

Con questi numeri ArcheoMolise inaugura una nuova formula di divulgazione e presentazione del patrimonio culturale molisano: la monografia incentrata su un ambito di ricerca circoscritto e particolarmente significativo nel contesto molisano.

Archeo_okQuesta volta si tratterà di una terra straordinariamente ricca di antichità e tradizioni, di arte e artigianato, di flora e fauna, in breve di una terra dove cultura e natura si mescolano e arricchiscono a vicenda, nella cornice delle maestose guglie delle Mainarde: è la valle dove nasce il fiume Volturno e dove 13 secoli fa venne edificata l’abbazia di San Vincenzo, che ne costituisce l’epicentro geografico ma anche storico e identitario. Non è un caso quindi che dal 1990 questo territorio è  parte integrante del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

 L’Alta Valle del Volturno è una terra tanto bella e suggestiva quanto nei secoli passati e nel presente afflitta da non trascurabili sciagure. Essa fu certamente teatro di sanguinose battaglie tra Sanniti e Romani; in seguito, nel medioevo, furono i Saraceni a portarvi la distruzione. Con l’età moderna a desolarla è stata la meno violenta (ma altrettanto esiziale) emigrazione, fenomeno che in questo territorio ha assunto nei due secoli passati delle proporzioni che definirei bibliche (in rapporto alla popolazione residente) e la cui severità è chiaramente attestata dai numeri dei censimenti. A completare l’amaro quadro, stanno le violenze e le bombe del secondo conflitto mondiale e la triste continuità di quelli che Sabino D’Acunto definì i “tellurici travagli” che da sempre sconquassano le terre molisane.

Sembra un miracolo, dunque, che a tutto ciò abbiano resistito le testimonianze materiali e immateriali del passato, le quali hanno oltretutto dovuto fronteggiare e fronteggiano tutt’oggi l’incuria, il disinteresse e le mancanze tanto di una parte della popolazione locale che della classe dirigente. Lo stato dei “beni” che possono rientrare nella categoria di “patrimonio culturale” testimonia incontestabilmente questa affermazione: i centri storici di alcuni borghi della valle cadono letteralmente a pezzi e i siti di interesse storico-artistico e archeologico sono spesso all’abbandono e per nulla valorizzati. La stessa area archeologica di San Vincenzo, per non fare che l’esempio più rilevante, versa in uno stato pressoché disastroso tanto da un punto di vista della ricettività del sito che della sua conservazione e manutenzione, ciò che rappresenta un danno non solo per la popolazione locale e per il Molise, ma anche per l’Italia e l’Europa intera.

In quanto studiosi e soprattutto in quanto persone dotate di sensibilità e amore per questa terra – mi permetto di tradurre e veicolare il pensiero di numerosi colleghi e amici – siamo costernati di fronte a questo stato delle cose. E non penso ci si possa nascondere dietro la scusante della penuria di mezzi finanziari, poiché essi sono stati ampiamente messi a disposizione, a suo tempo, e poiché per cambiare, spesso, basterebbero idee nuove, persone nuove, desiderio di interazione tra le istituzioni e, soprattutto, una buona dose di discernimento nella capacità di giudizio della nostra classe dirigente.

In realtà, in Molise le politiche culturali sembrano essere negli ultimi anni orientate principalmente verso opere e progetti spesso inutili alla comunità ma utili a pochi, mentre alcuni tra i siti archeologici più importanti d’Italia – siti che se correttamente amministrati potrebbero rappresentare il volano per una nuova e più virtuosa forma di interazione economica con il territorio (o di “sviluppo”, come ad alcuni piace dire) – vanno alla malora o quasi. L’associazionismo tenta di mettere le proverbiali “pezze” nel fondo bucherellato del tino, ma, nel migliore dei casi, a chi opera con disinteresse e convinzione per la conservazione, valorizzazione e promozione culturale di questa regione vengono lasciate le briciole, nel peggiore, ci sono solo difficoltà, ostracismo e tante delusioni. Non che altrove in Italia le cose vadano meglio dal punto di vista delle politiche culturali (d’altronde già Cassio Dione notava che i barbari non si limitavano a invadere soltanto qualche vallata). La tendenza generale è ormai evidente, e il Molise, sempre così solerte nel soffiare nella stessa direzione del vento, la rappresenta egregiamente.

 Il ruolo di uno studioso non dovrebbe esser quello di profondersi in j’accuse alla classe dirigente locale, tuttavia, in una regione i cui politici usano troppo spesso la parola “cultura” per mere convenienze particolaristiche o per decantare untuosi slogan elettorali, in una regione che disprezza così svergognatamente il proprio passato, in una regione dalla quale i giovani competenti – quali che siano i loro titoli e le loro aspirazioni – letteralmente scappano, credo che sarebbe auspicabile che di certe cose, in certe sedi, si cominci a discutere.

 Chiunque fosse interessato ad avere informazioni sulla rivista ArcheoMolise può scrivere all’indirizzo archeomolise@gmail.com oppure all’indirizzo e-mail segnalato in basso.


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