VIOLENZA SULLE DONNE/ La testimonianza, l’aiuto della rete e le ricette per evitare la mattanza

Il fenomeno era rimasto sopito per qualche tempo, ma è bastato l’omicidio della diciassettenne palermitana Carmela (morta con venti coltellate inferte dall’ex cognato), a far riemergere il grave problema del femminicidio. In queste righe la testimonianza di chi, grazie all’esistenza della pagina “No alla violenza sulle donne” è riuscita a far rinviare a giudizio il suo stalker. Il primo passo per Vittoria è stato compiuto ma ora servono leggi, case per donne maltrattate e sensibilità politica, che le permettano di arrivare serena a tutti i gradi di giudizio prima che il suo carnefice finisca definitivamente in carcere. L’Idv aveva pensato a questo, a destinare fondi ai centri antiviolenza. Lo ha fatto già durante l’opposizione al Governo Berlusconi, quando in dieci mesi non morivano ancora 105 donne ammazzate dai propri compagni.

di Viviana Pizzi

no_alla_violenza_sulle_donneCentocinque donne ammazzate nel 2012 per mano dei propri compagni: persone, perché di tale specie si tratta e non di oggetti dei quali poter disporre a proprio piacimento, che come unica colpa (si fa per dire) hanno quella di aver saputo dire di no ai propri ex compagni.

Tra le “morti rosa” c’è chi aveva già trovato la forza di rifarsi una vita e chi invece continuava a subire maltrattamenti di ogni genere all’interno delle mura domestiche “per il bene dei figli” (un uso appartenente a quelle vecchie mentalità che hanno condizionato le vite di molte di quelle che ora sono le vittime).

Dove si stava portando avanti questa battaglia? Non era un’aula di tribunale e neppure una stazione di polizia, niente di tutto questo. La lotta si è spostata su spazi virtuali come i social network, tanto demonizzati perché ormai divenuti anche veicoli di scambio di informazioni riservate e di fotografie pornografiche e pericolose da punto di vista sessuale. Luoghi dove la vendetta di ex mariti o fidanzati abbandonati diventa possibile: basta una foto della tua compagna nuda che si conserva in un archivio del pc, occorre un click per mandarla in rete e la violenza virtuale ha inizio. Amici, amici di amici e contatti possono entrare nell’intimità della donna in quel caso violata.

Ma ora facebook, grazie ad attiviste tornate in campo soltanto da ieri mattina dopo una pausa forzata di più di tre mesi, diventa anche un luogo dove raccontare la mattanza, esporre numeri da capogiro e dimostrare che la violenza sulle donne purtroppo non ha nulla di virtuale ma è invece un triste spaccato della vita reale che provoca dolore, sofferenza, morte e orrore.

Lottare contro la violenza sessuale dal virtuale al reale è possibile sulla pagina “No alla violenza sulle donne” , quella che ha 16.774 fans da non confondere con quella che si intitola “NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE” con 464208 mi piace. Non appena la prima piazza è stata riaperta la guerra tra i due spazi è ricominciata. I secondi, in realtà uomini che denunciano da tempo la situazione dei padri separati, hanno ricominciato a offendere con epiteti poco piacevoli le lottatrici.

Ma tre le tante minacce ricevute dalle attiviste c’è anche una storia che sembra aver raggiunto “il lieto fine” . Si tratta di una nostra lettrice di cui non riveleremo il nome per questioni di privacy, che dopo aver postato commenti sulla sua storia di violenza è stata raggiunta da messaggi dal contenuto minatorio inequivocabile

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LA TESTIMONIANZA: “VOGLIO ASSICURARE ALLA GIUSTIZIA IL MIO STALKER”

Grazie all’esistenza della pagina “No alla violenza sulle donne” ho avuto il coraggio di raccontare le violenze subite negli anni. Mi sentivo un’altra, capace di riprendermi la mia vita e di guardare oltre. Lo avevo già fatto altrove ma non avevo trovato lo stesso clima di comprensione e solidarietà”.

Inizia così il calvario della nostra donna, poco meno di quaranta anni, con una brutta storia alle spalle fatte di violenze subite dal suo ex ragazzo quando ne aveva la metà. Qualche giorno dopo è stata raggiunta da messaggi di morte in posta privata su facebook. Il molestatore le diceva frasi che pesavano come sassi: “La vuoi smettere di fare la pasionaria o no? Smettila o finisce male”. Vittoria, questo il suo nome di fantasia, ripiomba nel suo stato ansioso, lo stesso che aveva già provato dopo essere stata vittima di stupro. La nostra lettrice però stavolta è più forte e non è più la ragazzina sottomessa che si è fatta strappare a forza la sua verginità pur di non finire ammazzata, piena di botte e scaricata sul ciglio della strada pesta e sanguinante.

Cosa ha fatto la nostra “Vittoria”? Ha preso armi e coraggio e mentre la pagina chiudeva ha portato avanti la sua lotta. Si è recata dalla polizia postale e ha segnalato una serie di messaggi (circa venti) tutti dallo stesso tono minaccioso. Gli agenti del posto, in tempi record, hanno rintracciato l’identità fb e gli hanno attribuito nome e cognome: lo stesso della persona che anni prima l’aveva stuprata, convinto che prima o poi il suo nome sarebbe saltato fuori da qualche parte.

Per ora l’uomo non è in carcere, il caso non è stato catalogato tra i più gravi visto che tra vittima e carnefice non c’erano più contatti fisici da anni, ma è stato rinviato a giudizio con l’accusa di stalking. Poco male se si considera che fino a quel momento Vittoria non aveva avuto la forza di denunciarlo e non aveva avuto alcuna forma di giustizia.

Spero che venga condannato al massimo della pena – conclude la testimonianza – per ora è stato semplicemente rinviato a giudizio ma ci sono ottime speranze, i giudici mi sembrano dalla mia parte. Facebook in questo caso non è stato affatto deleterio, anzi ha fatto in modo che potessi avere la speranza di vederlo finalmente dietro le sbarre dopo anni di violenze e vessazioni di ogni genere”.

LA LEGGE SULLO STALKING E I RISCHI PER VITTORIA

Il molestatore non è in carcere, i rischi aumentano. Quali pene prevede il reato di stalking lo vediamo subito. Il decreto legge n. 11/09 introduce nel nostro ordinamento, peraltro con notevole ritardo rispetto agli altri ordinamenti europei, una “nuova” fattispecie di reato finalizzata a far venire meno la pericolosa condotta “persecutoria” nei confronti soprattutto delle donne.

La figura ai sensi dell’art 612 bis del codice penale prevede che, “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque reiteratamente, con qualunque mezzo, minaccia o molesta taluno in modo tale da infliggergli un grave disagio psichico ovvero da determinare un giustificato timore per la sicurezza personale propria o di una persona vicina o comunque da pregiudicare in maniera rilevante il suo modo di vivere, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a quattro anni”.

L’articolo di legge parla chiaro: lo stalker puro non resta in carcere più di quattro anni,  spesso anche solo per sei mesi. Un tempo  brevissimo che può significare anche sospensione della pena nel caso in cui il condannato non abbia subito prima altri processi penali.  Un vero e proprio pericolo per la donna che ha avuto il coraggio di denunciarlo perché la rabbia del persecutore in quel tempo si può trasformare in furia omicida. Vittoria, come le altre 105 vittime di violenza di quest’anno, rischia ora la morte. Per colpa di leggi carenti che non prevedono il carcere nei casi in cui il persecutore in oggetto è tecnicamente incensurato fino a condanna definitiva.

Vittoria potrebbe essere ancora  vittima del suo violentatore anche perché in Italia esistono strutture protette per le vittime dei reati di natura sessuale ma non sono presenti in tutte le città, non in tutte le regioni. Il Molise, ad esempio, è privo di qualsiasi strumento in grado di preservare le vittime di stupri e maltrattamenti in famiglia. Col risultato che se una donna subisce uno stupro o rimane in silenzio tutta la vita oppure sceglie la via della denuncia con la possibilità di vedersi piombare davanti agli occhi il suo aggressore fino a condanna definitiva se le prove a carico raccolte non sono troppe.

LA POLITICA SENSIBILE E LA MOZIONE DEI PARLAMENTARI IDV

Cosa si è fatto finora contro la violenza sulle donne in parlamento e al governo? Di sicuro è un tema che ha visto combattere insieme onorevoli di diversi schieramenti politici. Alessandra Mussolini e Giovanna Melandri da due rami opposti del parlamento hanno lottato insieme affinché lo stupro venisse riconosciuto reato contro la persona e non contro la morale, tutte unite hanno raggiunto la possibilità che uno stupratore possa essere condannato anche a dodici anni di carcere.

Ma una sensibilità particolare l’hanno mostrata le donne dell’Italia dei Valori perché la lotta contro la violenza di genere è uno dei punti cardine del programma del partito di Antonio Di Pietro come è stato mostrato anche durante il settimo incontro nazionale del partito in programma a Vasto.

I parlamentari non hanno aspettato che la mattanza raggiungesse queste cifre da capogiro. La loro lotta parte da lontano e affonda le radici durante l’opposizione al governo Berlusconi. Già allora era stato denunciato il malcostume imperante e la diseducazione che arrivava da certi messaggi lanciati dal berlusconismo ( vedasi caso Ruby). Infatti gli onorevoli Silvana Mura, Anita Di Giuseppe, Massimo Donadi, Antonio Borghesi e Fabio Evangelisti avevano presentato allo scorso governo proprio una mozione per chiedere maggiore tutela e maggior appoggio alle case di accoglienza per donne maltrattate.

Ma cosa è accaduto col governo Berlusconi gli onorevoli lo spiegarono subito, cose che stentano a cambiare anche col governo Monti: uno dei primi atti fu quello di tagliare i fondi stanziati per il sostegno alle donne vittime di violenza e per la prevenzione.

Nel lontano 2002, il Consiglio di Europa ha varato  una raccomandazione (n. 5/02) in cui sottolineava che “la violenza maschile contro le donne è il maggior problema strutturale della società che si basa sulla ineguale distribuzione di potere nelle relazioni tra uomo e donna”.

Più di recente, la Commissione europea, nella conferenza del 31 gennaio 2009, ha ribadito la necessità di individuare percorsi utili “per eliminare tempestivamente ruoli tradizionali e stereotipilegati al genere, in particolare nei settori della educazione, formazione, cultura”, anche  sostenendo “la partecipazione delle donne all’economia e ai processi decisionali in materia politica.

Nonostante l’Italia – denunciano i parlamentari – detenga la non invidiabile definizione di “fanalino di coda” quanto a condizione femminile, pochi si indignano, la gran parte dell’opinione pubblica risulta indifferente, inerte  nonostante al tema della dignità e del corpo offesi delle donne reagiscano associazioni femministe,  libri e campagne, una delle quali, in particolare,  ha assunto la forma di un documentario, della  durata di 25 minuti, sull’uso del corpo della donna in TV, curato da Lorella Zanardo e Marco Malfi

Per cancellare la sensazione di indifferenza istituzionale, si chiedeva  dotare il Fondo contro la violenza sessuale e di genere di risorse adeguate agli obiettivi di competenza ed a reintegrare le risorse sottratte ai Centri antiviolenza e alle Case delle donne maltrattate.

Hanno suggerito di promuovere e curare – attraverso il coinvolgimento di tutti i poteri pubblici competenti, centrali e territoriali – campagne di informazione, formazione e sensibilizzazione finalizzati alla prevenzione della violenza di genere, utilizzando l’esperienza e la competenza delle organizzazioni di settore.

EDUCARE ALLA NON VIOLENZA

La ricetta è far  fronte del ruolo fondamentale nella crescita delle nuove e dei nuovi cittadini ricoperto dalle istituzioni scolastiche, ad adottare iniziative ordinamentali – quali settimane dedicate dalla scuola materna all’università – al fine di dare fondamento ai principi costituzionali che dichiarano l’uguaglianza e la pari dignità tra i sessi e di combattere gli stereotipi di genere, che si formano sin dai primi anni di età, in particolare prevedendo un programma di ri-educazione e formazione sull’esercizio di diritti e obblighi uguali fra maschi e femmine nell’ambito sia privato che pubblico.

Bisogna  valutare le opportune ed appropriate modalità per adottare iniziative contro l’uso del corpo delle  donne nella pubblicità, nella televisione e sui media, a causa del quale anche indagini internazionali segnalano lo scadimento della rappresentazione delle donne in Italia. Inoltre è importante che il Governo si faccia promotore e portatore nelle competenti sedi istituzionali europee della necessità di un programma incisivo e comune, rivolto in particolare ai giovani per mettere fine alle discriminazioni  e alle violenze intrecciate al genere.

Nonostante gli appelli al Governo Berlusconi le tematiche restano attuali, è ora quindi che il Governo Monti si schieri apertamente anche contro la violenza alle donne per arginare definitivamente un fenomeno che sta devastando la parte rosa dell’Italia.

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