Venafro-Casoria, a/r: Stefano Montanari e le Nano-Killer

Infiltrato.it – invitato dalle Mamme per la Salute e l’Ambiente di Venafro – ha incontrato Stefano Montanari. Risultato? Un reportage scioccante.

inquinamentoMeglio morire di cancro o di infarto? Se questa fosse la scelta, l’unica possibile, non ci penserei due volte: meglio un infarto, magari durante un’orgia di gruppo in un paese esotico lontano dai frastuoni – e dall’inquinamento – della città.

La domanda, o meglio la provocazione, è stata fatta ad una platea di quasi 300 persone da un amletico Stefano Montanari, il Professore studioso di nanopatologie, lanciato nell’universo mediatico da Beppe Grillo. Infiltrato.it – invitato dalle Mamme per la Salute e l’Ambiente di Venafro – ha avuto la fortuna di partecipare al Convegno organizzato da Codacons Campania all’Hotel Futura Centro Congressi di Casoria, il 30 settembre scorso.

Quella zona del napoletano, già martoriata da anni e anni di inquinamenti di vario tipo – inceneritori, discariche abusive, rifiuti tossici, centrali a turbogas e via discorrendo – ora rischia di ritrovarsi con una nuova centrale, stavolta a biomasse, che potrebbe bruciare anche i rifiuti. Esattamente com’è successo per l’inceneritore Energonut di Pozzilli, proprietà Veolia, nato come impianto a biomasse che ardeva noccioline e ridotto a inceneritore da 100.000 tonnellate all’anno.

Il Codacons Campania, preoccupato per quest’ennesimo scempio ambientale, ha voluto sensibilizzare la popolazione invitando il massimo esperto italiano (e forse europeo) in nanopatologie, cioè quelle malattie degenerative causate dalle polveri sottili o sottilissime – 10, 2.5 e 0.5 – emesse in seguito a combustione: non importa cosa venga bruciato, dice Montanari, che identifica l’inizio della fine (per il genere umano) nella scoperta del fuoco, utilizzato contro natura e quindi causa primordiale dell’inquinamento attuale.

L’unico modo per sottomettere la natura, è obbedirgli”, ripete il Professore.

La conferenza è a dir poco scioccante, come vedere in anteprima la propria morte e pensare che sarà molto difficile invertire la rotta: sappiamo perfettamente che gli inceneritori uccidono, che i cementifici faranno crepare non solo flora e fauna siti nelle vicinanze ma anche gli operai che vi lavorano e le famiglie che abitano nei paraggi; sappiamo con certezza scientifica che le turbogas causano diverse specie di malattie tumorali, che le discariche – peggio se abusive – sono grave fonte d’inquinamento sia per la terra che per le falde acquifere, e di conseguenza per gli alimenti chel’uomo ingerisce. Ma ascoltare e vedere tutto questo in maniera tecnica e particolareggiata, con dati, slide e foto comprovanti, beh questo provoca certamente una stretta alla gola di cui è difficile liberarsi.

Tante mamme e papà presenti in aula hanno dovuto assistere – molti di loro credo per la prima volta, a giudicare dalle espressioni turbate e dalle mani nei capelli – ad esempi, come quello che sto per descrivere.

Montanari, nella sua attività di ricercatore, è spesso costretto a fare autopsie su corpi torturati dagli avvelenamenti presenti nell’aria, nell’acqua e nel cibo: il proiettore mostra la foto di una bambina di Agrigento, appena nata e morta nel giro di un paio d’ore a causa delle gravissime malformazioni che le nanoparticelle inquinanti hanno prodotto nel suo dna.

Il corpicino è completamente flagellato da enormi piaghe rosse, gli occhi inesistenti, braccia e gambe storpiate. L’aspetto più sconvolgente è che sia nata da una mamma sana viva per miracolo: il feto ha assorbito i veleni accumulati nel corpo, espulsi appunto sotto forma di embrione (dis)umano, altrimenti il decesso sarebbe toccato alla madre.

Per spezzare la montante ansia decido che è il caso di prendere una boccata d’aria ed esco a fumare una sigaretta. Un non-sense assoluto, ma nello stato confusionale in cui ero un po’ di veleno mi è servito come antidoto per recuperare quel minimo di lucidità utile a scrivere qualcosa degno di questo nome. E fuori dalla porta girevole dell’Hotel trovo un gruppetto di quattro persone, intento a discutere di biomasse. Via via che ascolto capisco che tre di questi sono politici locali – consiglieri comunali e provinciali – e uno imprenditore, che tiene le redini del discorso e attacca: “A final’, s’ b’rimm bbuon acoppa internét, nun è poi ch’ ‘sta biomassa fa tutti ‘sti dann!”.

Quasi mi prende un colpo. Traduzione istantanea dal napoletano all’italiano: “Alla fine, se cerchiamo su internet, si capisce che una centrale a biomasse non è così dannosa come vogliono far credere.”

Praticamente una contro-informazione assassina proprio il giorno in cui Montanari racconta la verità sulle biomasse, proprio davanti all’Hotel dove Montanari tiene la conferenza. Ovvio che non sia un caso, anche perché quei quattro li avevo già notati all’interno della sala-convegni, poco prima che l’incontro iniziasse.

Altro non-sense, tipico di zone in cui certe entità stanno sempre sul pezzo e non si lasciano sfuggire nulla: meglio prevenire che curare, secondo un’assurda logica criminale da lavaggio del cervello immediato. Ancor prima che nella popolazione locale possa attecchire l’idea che una centrale a biomasse possa far danni, c’è già chi si muove per dimostrare il contrario. Basta andare “acoppa internét”.

Penso tra me e me che forse era meglio restare seduto tra la folla piuttosto che prendere una boccata d’aria, meglio l’ansia di un futuro potenzialmente tetro che la triste consapevolezza della realtà.

La conferenza si avvia verso la fine, la sala non è più piena come all’inizio, ci vuole coraggio anche per sapere di che morte morire: sono avvelenati i cibi, le acque, gli alberi, la frutta, i vestiti che indossiamo e che diventano treni-merci di nanoparticelle avvelenate. Prendete le zucchine, ad esempio: assorbono le polveri 200 volte più di qualsiasi altro alimento. Mangerò ancora zucchine? Certo che si, altrimenti impazzirei di paranoia e rabbia, ma resta la consapevolezza dell’ignoto: cosa fare per cambiare realmente la situazione?

Ed è questa la domanda che più ricorre nello spazio finale dedicato ai presenti, che alla fine si trasforma in un teatro dell’assurdo, dove il napoletano – per indole teatrista – quando sale sul palco e prende il microfono si rivolge un tanto alla platea e un tanto a Montanari, chiamandolo “Professoore” come facevano i condomini del Professor Bellavista, nel film diretto da Luciano De Crescenzo. La domanda non è più una domanda, ma un monologo piuttosto divertente, che lascia come al solito l’amaro in bocca per una rassegnazione mai ostentata ma sempre presente.

Cambiare stile di vita, denunciare alla Comunità Europea, fare rete insieme ad altre associazioni, pare siano queste le tattiche più gettonate per fronteggiare – e possibilmente prevenire – la devastazione ambientale.

Lo sanno bene le Mamme per la Salute e l’Ambiente di Venafro, che hanno coinvolto altre associazioni tra cui la Falco di Bojano e il Comitato SS Rosario di Venafro (salute&ambiente); che da 5 anni si battono denunciando e chiedendo all’Arpa (Arpa, ci sei?) analisi e monitoraggio di acqua e aria della zona; che hanno invitato alcuni sindaci, tra cui quello di Sesto Campano, Renata Cicerone, presente all’incontro.

E proprio la Cicerone vive una situazione particolare: è lei che ha favorito l’installazione del Cementificio Colacem a Sesto Campano e ora si trova con un figlio che lavora là e con le parole di Montanari che gli rimbombano nella testa. Cosa fare? Mandare un figlio a morire e salvare 400 posti di lavoro (quelli che lavorano nella Colacem) oppure organizzarsi per verificare se e quanto inquini quell’impianto e prendere quindi le giuste decisioni?

Cara mamma-sindaco, non la invidio per niente.

 

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