UNIVERSITÀ/ Tagliato il Fondo per gli atenei: personale a rischio e porte aperte ai privati

Niente dote aggiuntiva al Fondo destinato agli atenei italiani. Questo quanto stabilito nelle legge di stabilità (che oggi pomeriggio sarà approvata definitivamente). Il dato è assolutamente drammatico: mai prima d’ora si era registrato un taglio del genere rispetto all’anno precedente (meno 4,3%). Il risultato – incredibile ma vero – è che il Fondo non coprirà nemmeno le spese fisse delle università per il personale. Con la conseguenza che, ovviamente, ricerca e innovazione diventano chimere. A meno che non si apra ai privati …

 

di Carmine Gazzanni

Voglio rivolgere a tutti i giovani auguri per un Natale e per un anno che siano quanto più possibile sereni. Un augurio a voi, alle vostre famiglie, ai vostri insegnanti, soprattutto nella speranza che il 2013 possa essere finalmente l’anno in cui l’Italia ricominci a vedere una concreta prospettiva di crescita, a guardare al futuro con speranza e non con timore”. Con queste parole pochi giorni fa Mario Monti ha augurato agli studenti un sentito augurio per le feste natalizie. Parole di speranza, forti, ferme, che ispirano fiducia. Peccato però che questi stessi studenti, oggi, a distanza di poche ore dalle parole del premier, si sono trovati di fronte ad una legge di stabilità in cui è stato inserito di tutto. Un vero e proprio calderone dal quale sbuca un articolo con cui si dice addio alla crescita delle università italiane e si concretizza il rischio default per più di un ateneo italiano.

universit_tagliati_fondi_ateneiContrariamente a quanto ci si aspettava, infatti, il governo, con l’avallo della maggioranza parlamentare, ha mantenuto la dote aggiuntiva al FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) di soli 100 milioni di euro. Insufficienti sotto ogni punto di vista. Studenti, professori e rettori erano tutti d’accordo affinchè il Fondo arrivasse minimo a 400 milioni. Ma niente da fare. Le proteste, soprattutto da parte dell’istituto più autorevole e dunque più influente – il CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) – sono state probabilmente troppo sterili. C’era fiducia, forse, nella possibilità che il governo comprendesse da sé i suoi sbagli. Anche perché tanti e tanti ministri – da Profumo a Ornaghi finendo con lo stesso Monti – sono uomini di università, rettori che conoscono a fondo (o dovrebbero conoscere a fondo) i problemi di bilancio degli atenei italiani.

Invece niente da fare. Mai prima d’ora il Fondo di Finanziamento Ordinario aveva subito un taglio così radicale: meno 4,3% rispetto all’anno precedente. Un taglio assurdo nelle dimensioni. Basti pensare – come sottolineato da Il Sole 24 Ore – che per la prima volta nella storia l’anno prossimo il Fondo sarà inferiore alle spese fisse di personale complessive registrate negli ultimi consultivi. I dati più recenti, infatti, dicono che gli atenei spendono per le buste paga di docenti e amministratori 6,62 miliardi di euro, mentre il finanziamento statale per le università per il 2013 si fermerà – tra fondo iniziale e dote aggiuntiva – a 6,6 miliardi di euro. La differenze è minima, ovviamente. E sicuramente sarà colmata dall’altra entrata principale degli atenei: le tasse degli studenti iscritti. Ma il rischio – che a questo punto diventa più di una certezza – è che non ci saranno più soldi da investire per ricerca e innovazione.

La situazione, peraltro, diventa critica soprattutto se, dati alla mano, si fa riferimento ai conti in rosso di tanti e tanti atenei: secondo le ultime stime sarebbero oltre la metà – 36 su 66 – le università “sprecone”. Da quella di Siena (la più indebitata) fino a La Sapienza, passando con la Federico II. Atenei importanti, dunque. Tutti condannati a vivere i mesi prossimi in profonda ansia. Avendo i conti in pesante indebitamento, i tagli del Fondo potrebbero concretizzare il rischio default, come d’altronde detto ieri anche dal ministro Profumo.

Ma ecco allora che si fa strada anche l’unica alternativa affinchè gli atenei evitino il fallimento: aprire ai privati. Il governo Monti infatti – non meno dell’esecutivo precedente – si è occupato spesso e tanto dell’istruzione pubblica, ma in senso contrario di quanto ci si potrebbe immaginare da ministri ex professori o ex rettori (addirittura). Due norme per capirci. Nella prima bozza della spending review presentata dal cdm spuntava un taglio pesantissimo alle università pubbliche: 200 milioni in meno per il Fondo di Finanziamento Ordinario. Non solo. Quei soldi – come se non bastasse – sarebbero serviti per finanziare le scuole private. Per fortuna tanto è stato il clamore per l’indecente norma che alla fine il governo è stato costretto a ritirarla.

Passano solo poche settimane e, finalmente, il colpo riesce: abolizione del tetto per le tasse studentesche (fino a ieri non potevano superare il 20% dell’annuale assegnazione di fondi ministeriali). Cosa vuol dire questo? Ogni ateneo in cerca di soldi può stabilire l’entità delle tasse a proprio piacimento. Senza sottostare ad alcun tetto o limite. Cosa, questa, molto probabile dato che il Fondo, come visto, è stato fortemente limato.

A questo punto le conseguenze sono ovvie: o l’ateneo deve guardare con occhio benevolo a finanziamenti privati con tutte le conseguenze del caso (ricerca finanziata solo se potrebbe andare a beneficio del soggetto privato finanziatore), oppure deve fissare tasse altissime rendendo l’istruzione universitaria un diritto elitario, accessibile a pochi. Con buona pace per progetti di ricerca e innovazione che, a questo punto, sono belli che sepolti.

Insomma, una spregiudicata liberalizzazione degli atenei pubblici. La morte dell’istruzione come diritto pubblico. Un diritto, peraltro, garantito anche dalla nostra Carta Costituzionale. Saranno ottimi tecnici, autorevoli professori, illustri economisti. Ma forse non conoscono adeguatamente l’articolo 34 della Costituzione: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Non si dice “potrebbero”, “chissà se riusciranno a” o “con un po’ di fortuna”. No. “Hanno diritto a”. Chiaro. Forte. Inequivocabile. Almeno fino a ieri. Meno male che Monti c’è (ancora per poco).

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.