UNIVERSITÀ/ Nella spending review la norma che privatizza gli atenei. Abolito il tetto sulle tasse universitarie

Obiettivo: privatizzare le università pubbliche. Se infatti è stata tagliata la norma presente nella bozza della spending review che avrebbe portato ad un taglio al FFO di 200 milioni, è stato inserito un altro comma che, se si vuole, è ben più pericoloso del precedente: è stato infatti eliminato il tetto alle tasse universitarie. Il rischio, ovvio, è che gli studenti, a partire dal prossimo anno accademico, vadano incontro a spese stellari. Soprattutto se fuoricorso.

di Carmine Gazzanni

universita_deve_restare_pubblica1Due sole parole cambiate. Eppure i risultati di quanto previsto dal governo Monti con l’articolo 7 comma 42 della spending review potrebbe avere effetti devastanti sulle università pubbliche e, più precisamente, sugli studenti. È stato nei fatti abolito il tetto sulle cosiddette tasse di frequenza, ovvero le tasse che ogni universitario è tenuto a pagare lungo la sua carriera. In pratica si è dato avvio ad una spregiudicata liberalizzazione degli atenei pubblici, in perfetta linea con quanto già fatto dal precedente governo Berlusconi.

Ma andiamo con ordine. La norma vigente (Dpr 306/1997) fissa un limite massimo alle tasse universitarie le quali non possono superare il 20% dell’annuale assegnazione di fondi ministeriali (FFO). Tetto che, peraltro, pochi atenei hanno rispettato: lo scorso anno, come dimostra un’indagine dell’Udu (Unione degli Universitari), ben 36 atenei pubblici su 61 (il 59%) hanno superato questo tetto, di contro ai 31 del 2010. In alcuni casi il superamento è a dir poco imbarazzante: addirittura dieci atenei impongono più di 400 euro in media per studente, cinque atenei addirittura più di 500. La Cà Foscari di Venezia arriva a ben 602,20 euro in più. E c’è anche chi raddoppia: l’Università di Bergamo per il 2011 è arrivata a 14,5 milioni di euro di tasse. Il 41% dei fondi FFO.

Insomma, fino ad ora diversi atenei hanno fatto orecchie da mercante: la legge c’è, ma ce ne infischiamo. Ora le cose cambiano. In peggio. Infatti, andando a leggere il decreto legge n. 95 (la spending review), ci si accorge che il tetto è stato, in pratica, abolito. Si legge all’articolo 7 comma 42: “dopo le parole ‘contribuzione studentesca’ sono inserite le seguenti ‘degli studenti italiani e comunitari iscritti entro la durata normale dei rispettivi corsi di studio di primo e secondo livello”. Cosa vuol dire questo? Semplice: il tetto del 20% non sarà più calcolato sulla totalità degli iscritti ad un ateneo, ma solo sul numero degli studenti in corso. La conseguenza è ovvia: per raggiungere il tetto del 20% le tasse per gli studenti in corso aumenteranno vertiginosamente.

Non solo. Se, come detto, diminuendo il numero degli universitari di cui si tiene conto la quota di tasse “cadauno” potrebbe aumentare, c’è anche dell’altro. Andando avanti nell’articolo, infatti, si legge di un’altra sostituzione: “le parole ‘del finanziamento ordinario annuale dello Stato’ […] sono sostituite dalle seguenti ‘dei trasferimenti statali correnti attribuiti dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca”. Sembrerebbe non ci sia alcuna differenza. E invece sì. Con il più generico “trasferimenti statali correnti” si fa riferimento non solo al FFO, ma, appunto, all’intero ammontare dei trasferimenti dello Stato alle università. Anche, ad esempio, all’edilizia universitaria.

Cosa comporta questo? Semplice. Tenendo conto di tutti i “trasferimenti statali” (e non solo del FFO), il tetto del 20% sarà decisamente più alto rispetto ad oggi. Il che, dunque, comporta l’assurdo: tasse universitarie ben più esose dell’anno accademico appena trascorso, per un numero di studenti (come detto, si tiene conto solo di quelli in corso) invece ben più esiguo.

Ci si chiederà a questo punto: e gli studenti fuori corso? Di loro, nel testo, non si parla. Sono esclusi dal tetto del 20%. Il che porta ad una conseguenza ancora più drammatica: il rischio, in altre parole, è che per loro non venga predisposto alcun limite nella tassazione da parte degli atenei. E se ricordiamo che – dati Miur 2008/2009 – i fuoricorso sono circa il 56,5% del totale, ci rendiamo conto di quanti soldi potrebbero entrare, arbitrariamente, nelle università. Si legge su coordinamento universitario.it: “su questa categoria di studenti, che già oggi non usufruisce di tutti i servizi offerti dall’Università perchè molto spesso lavoratori o perchè non frequentano le sedi universitarie, si concentreranno ulteriori aumenti delle tasse senza alcun tipo di limite”.

Si dirà: è mai possibile che non ci sia un benché minimo provvedimento affinchè gli atenei non tassino arbitrariamente? In realtà c’è: “È fatto obbligo agli atenei che superano tale limite di destinare le maggiori entrate al finanziamento di borse di studio a favore degli studenti”. In altre parole, le università che superano il 20% devono destinare il surplus in borse di studio.

È questo un vincolo valido? Sembrerebbe di no. Innanzitutto bisogna osservare che difficilmente, ora, si potrà superare il tetto del 20% dato che, come detto, è aumentato il monte capitale e diminuito il numero di studenti presi in considerazione. Ma c’è anche dell’altro. Osserva Michele Orezzi, coordinatore nazionale Udu: “L’unico vincolo previsto per gli atenei è quello di destinare i fondi in eccesso a borse di studio, senza nessuna specifica effettiva sul fatto che debbano essere destinate a studenti capaci e meritevoli ma privi di mezzi e con la possibilità di banali giochi di bilancio che consentirebbero a molte università ulteriori aumenti delle tasse universitarie”. Capiamo perché. Ad oggi sono diverse le università che, già nelle loro voci di bilancio, destinano soldi alle borse di studio (l’Università di Bari – ricorda ancora coordinamentouniversitario.it – stanzia annualmente 462.000 euro). La possibilità, insomma, è che questi atenei riducano sensibilmente i fondi per queste voci che saranno poi finanziate con la sanzione derivante dal potenziale sforamento del limite. Il gioco delle tre carte.

Il rischio, insomma, come denunciato dall’Idv, è che si attui una “trasformazione dell’Università pubblica in Università di classe”. E sono pure Professori e Rettori

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