UNITÀ D’ITALIA 5/ Viaggio nella storia: l’Eroe dei due Mondi

L’Eroe dei Due Mondi subito dopo il suo insediamento a Palazzo D’Angri, nominava un nuovo governo composto da liberal-moderati con a capo Romano, affidandone per contro la Segreteria al fido Bertani. Emanava poi una serie di decreti quali – per citarne alcuni – l’intitolazione degli atti pubblici a ‘Sua Maestà Vittorio Emanuele re d’Italia’ e l’estensione al Mezzogiorno dello Statuto Albertino.

  di Matteo Migliari

gaviDa allora, oltre alle problematiche legate alla circostanze belliche, se ne aggiungevano con maggiore insistenza, di natura strettamente politica. “Garibaldi deve fronteggiare le pressioni che Cavour mette in atto perché si proceda a un’immediata annessione delle terre liberate allo stato italiano che si è formato nel centro-nord, e al tempo stesso deve tenere in considerazione anche le pressioni di molti suoi collaboratori (principale fra i quali Francesco Crispi) che vorrebbero piuttosto l’elezione di un’assemblea che scelga la migliore modalità di unione al regno centro-settentrionale”.

Inoltre, era riottoso nel convocare immediatamente il plebiscito, perché riteneva potesse essere di intralcio alle operazioni militari in corso; ma soprattutto perché riteneva opportuno compiere tale atto solo una volta conquistata Roma, obiettivo ultimo della spedizione. Convinzione rafforzata da Mazzini e Cattaneo giunti a Napoli per dare indicazioni e suggerimenti.

Date le circostanze, Cavour maturava definitivamente la decisione di inviare una spedizione attraverso lo Stato Pontificio, con l’obiettivo di raggiungere Napoli e ostacolare le manovre di Garibaldi. In tal modo, avrebbe impedito l’avanzata verso Roma, evitando il rischio di far sollevare un caso diplomatico internazionale. Allo stesso tempo, avrebbe meglio pilotato gli eventi politici legati all’annessione. Pertanto, ottenuto l’avallo di Napoleone III, e servitosi di insurrezioni pilotate in Umbria e nelle Marche, predisponeva l’ingresso dell’esercito piemontese nel territorio pontificio. Pochi giorni dopo l’incursione si assisteva all’agevole vittoria sabauda nel territorio di Castelfidardo. Grazie ad essa, Cavour, immediatamente attuava una clamorosa propaganda contro Garibaldi. Con queste ingegnose manovre riusciva in più intenti: non solo impediva manovre democratiche e repubblicane volte a spingere l’impresa garibaldina a marciare sullo Stato pontificio; ma addirittura guadagnava due regioni, le Marche e l’Umbria, che facevano parte proprio dello Stato che avrebbe dovuto salvaguardare.

Nel frattempo, le forze militari borboniche – ancora ingenti – si erano riorganizzate e concentrate nel territorio compreso tra Capua e Gaeta, con i fiumi Volturno e Garigliano a tracciarne i confini; il comando in capo affidato al generale Giosuè  Ritucci. Era ormai evidente l’approssimarsi di una definitiva battaglia che avrebbe deciso le sorti del Mezzogiorno. Nella notte a cavallo tra l’ 1 e il 2 ottobre, Ritucci decideva di sferrare l’attacco utilizzando circa 30000 soldati. Prendeva corpo la battaglia passata alla storia con il nome di ‘Battaglia del Volturno’. Al termine degli scontri,  nonostante l’esercito borbonico rimanesse ancora una volta sostanzialmente integro, le truppe garibaldine, abilmente manovrate, erano riuscite a sventare l’attacco sul quale il regno borbonico aveva riposto le proprie speranze di rivalsa.

Tuttavia Garibaldi doveva costatare che il nemico, ancora numeroso e ben appoggiato alle fortezze di Capua e Gaeta era troppo forte. Abbandonava così l’idea della liberazione di Roma. Inoltre, il 12 ottobre le truppe piemontesi, composte da circa 40000 soldati, varcavano il confine sul Tronto, senza dichiarazione formale di guerra. In pochi giorni avrebbero debellato ogni resistenza incontrata negli Abruzzi e in Molise, vinto la battaglia sul Macerone, fino ad arrivare a Teano.

Rinviare ulteriormente la consegna del regno appena conquistato, dunque,  non aveva motivo di protrarsi oltre. “Tra l’11 e il 13 ottobre, dopo concitate discussioni con i suoi collaboratori, e molte personali incertezze, Garibaldi accetta infine di decretare i plebisciti, e non l’elezione di un’assemblea costituente”. Avrebbero avuto luogo il 21 ottobre – seguiti il 4 novembre da quelli nell’Umbria e nelle Marche – sulla falsariga di quelli già sperimentati negli annessi stati centro-settentrionali. Alla luce dei risultati, scontate tutte le forzature delle regole del gioco, il popolo aveva deciso per l’unificazione con il Piemonte; quindi era da considerarsi fuorilegge o nemico della patria chiunque si fosse opposto a tale stato di cose.

Il 26 ottobre 1860, a brevissima distanza dall’evento dei plebisciti,  Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II si incontravanoIncontro_fra_Garibaldi_e_Vittorio_Emanuele_II a Taverna Catena – oggi ricadente nel territorio di Vairano Patenora – per il simbolico passaggio dei poteri. Terminava l’autorità dittatoriale di Garibaldi, e il suo esercito veniva retrocesso nelle retrovie, senza vedersi attribuita alcuna riconoscenza. Contemporaneamente era già cominciato ‘l’assedio di Gaeta’. Qui il Re Francesco II e le sue truppe rimaste fedeli (oltre alla popolazione civile) avrebbero resistito alcuni mesi sotto incessanti bombardamenti, fino a capitolare il 13 febbraio 1861.

In Piemonte invece, erano da tempo iniziati i preparativi che avrebbero portato alle elezioni generali. Così, il 27 gennaio e il 3 febbraio 1861 venivano effettuati i due turni elettorali per l’elezione della camera dei deputati, la cui sede restava in Torino. La legge elettorale, che regolamentava le elezioni era quella del governo piemontese ‘n. 680 del 17 marzo 1848’, fortemente classista. In base ad essa aveva diritto al voto circa il 2% dell’intera popolazione. Ma alle votazioni ne avrebbe preso parte circa la metà. Il 18 febbraio, si riuniva nel palazzo Carignano il primo Parlamento del Regno d’Italia, inaugurato con un discorso del Re. Alla camera sedevano 443 deputati con una preponderante maggioranza di centrodestra cavouriana.

Il 17 marzo veniva promulgato il decreto con il quale si procedeva alla proclamazione del Regno d’Italia, indicando in Vittorio Emanuele il suo re. L’assemblea, tuttavia, si sarebbe trovata da subito ad affrontare i numerosi problemi che l’unificazione aveva creato…


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