UNITÀ D’ITALIA 4/ Viaggio nella nostra storia: l’avanzata dell’esercito meridionale

Dal quartier generale di Palermo ci si organizzava per conquistare il resto della Sicilia. Sbarcavano, in quei giorni, le navi Whasington, Franklin, Utile, Carlo Alberto e Gulnara, portando rifornimenti di armi e di soldati alla spedizione, fino ad accrescere il contingente iniziale di venti volte. Garibaldi procedeva ad un riassetto militare degli uomini a sua disposizione, ribattezzati intanto come soldati dell’ Esercito Meridionale.

di Matteo Migliari

cavour2Tra il 20 e il 26 giugno marciavano da Palermo, dirette verso la Sicilia orientale, tre colonne garibaldine, seguendo distinte rotte. La riscossa, invece, veniva affidata nelle mani del generale Tommaso Clary, che aveva a disposizione oltre 20000 soldati, concentrati tra Messina, Siracusa, Augusta e Milazzo. Nel frattempo, il 17 luglio, la colonna guidata da Medici (circa 3200) che marciava in direzione di Messina e le truppe borboniche agli ordini del colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco, inviate dal Clary, venivano in contatto tra i comuni di Barcellona (dove si sarebbe appoggiata la colonna Medici) e di Milazzo. L’esercito garibaldino riusciva a conquistare la cittadina, costringendo gli uomini del Del Bosco alla ritirata all’interno del forte prima, e alla resa definitiva poi.

La battaglia, seppur vittoriosa, sarebbe costata cara ai garibaldini dato l’alto numero di perdite e di feriti (circa 700). Tuttavia, il trionfo si sarebbe rivelato decisivo nel togliere ogni residuo dubbio sulla possibilità di far proseguire la spedizione oltre l’isola siciliana. Nondimeno, con la resa del forte di Milazzo e con quella di Messina stipulata il 28 luglio, l’esercito borbonico, nonostante avesse subito nel complesso poche perdite, si ritirava dall’isola. La Sicilia era ormai conquistata.

Cavour iniziava a temere che l’avanzata dell’Esercito Meridionale rischiasse di diventare un’insidia. La sua maggiore preoccupazione era che in caso di conquista anche della parte continentale del Regno, Garibaldi non avrebbe predisposto l’annessione al Piemonte, ma mantenuto la Dittatura e puntato su Roma, dove avrebbe proclamato la repubblica. Iniziavano, pertanto, le sue pressioni volte a smontare l’impresa garibaldina. Vittorio Emanuele, invece, non temeva che il successo di Garibaldi offuscasse il prestigio della monarchia, anzi, “mandò un invito a desistere, ma, contemporaneamente, suggerì una risposta negativa. […] In verità le lettere servivano a scagionare la monarchia di fronte alla diplomazia. Garibaldi, in segreto, aveva un filo diretto col sovrano”.

Con l’assenso segreto del Re, dunque, nella notte tra il 18 e il 19 agosto 1860, dalla costa di Giardini, 3500 uomini si imbarcavano insieme al Generale, per approdare poco a sud di Reggio (Melito di Porto Salvo). La conquista di questo munito avamposto continentale del Regno era fondamentale per la prosecuzione della spedizione. Tra l’altro, all’interno della città, molti patrioti liberali si erano clandestinamente organizzati per dare man forte non appena la spedizione avesse fatto irruzione. Gli scontri, procuravano numerosi morti e feriti, e duravano circa otto ore; ma alla fine Reggio ed il suo castello venivano espugnati.

Atro duro colpo al Regno delle Due Sicilie e al suo esercito veniva inferto il 30 agosto presso Soveria Mannelli. Qui il garibaldi_a_napoligenerale borbonico Giuseppe Ghio, sebbene avesse a disposizione un esercito di 10000 soldati, accettava la resa senza combattere. Inesorabilmente, l’esercito napoletano iniziava a sfaldarsi.

In sostanzal’avanzata della spedizione, in Calabria, non trovava grandi ostacoli, anche per la cospirazione messa in atto dai piccoli movimenti di liberali che, in diverse luoghi e occasioni, si rivelavano abili nel preparare la strada al passaggio dei garibaldini. Episodi rivoltosi prendevano forma a catena, propagandosi nella parte continentale del regno.

Tuttavia considerazioni di carattere politico imponevano che si raggiungesse rapidamente la capitale. Garibaldi, pertanto, con alcuni suoi collaboratori la mattina del 7 settembre raggiungeva Napoli. Ad attenderlo c’era il Ministro della Polizia borbonica Liborio Romano, il quale temendo disordini per il momentaneo vuoto di poter creatosi, ne aveva sollecitato e propiziato l’ingresso. Infatti, proprio grazie alla scaltrezza del Ministro, che già da tempo aveva segretamente avviato trattative con l’apparato piemontese e con l’entourage garibaldino, si poteva procedere all’ingresso del generale a Napoli senza la presenza del Re (aveva lasciato la capitale il giorno prima, trasferendosi nella cittadella fortificata di Gaeta) e di conseguenza, senza problemi di ordine pubblico. Anzi, attorno ad essi lo scenario era quello di una folla immensa e festante. I festeggiamenti sarebbero durati tre giorni…


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