UNITÀ D’ITALIA 3/ Viaggio nella nostra storia: l’operazione in Sicilia

Da tempo esuli politici meridionali, patrioti, membri della Società Nazionale, avevano preso in considerazione la possibilità di una conquista militare del Regno delle Due Sicilie. Il momento propizio sembrava fosse giunto, dopo lo scoppio di rivolte in Sicilia. Proprio l’isola era giudicata il luogo ideale dal quale tentare l’operazione.

di Matteo Migliari

marsalaTutto il movimento patriottico era concorde nel designare Giuseppe Garibaldi come guida di una tanto ardita impresa. Anche il Re, Vittorio Emanuele II, e il ministro dell’Interno Rattazzi appoggiavano Garibaldi , così come Cavour non rinnegava completamente l’idea di usare per i suoi scopi questa sorta di movimento monarchico-populista incardinato sul binomio Vittorio Emanuele-Garibaldi. L’impresa pertanto si sarebbe realizzata sotto lo slogan “Italia e Vittorio Emanuele”, con buona pace della corrente repubblicana.

Nel frattempo era già in divenire l’organizzazione pratica dell’impresa. Volontari convergevano alla volta di Genova, arrivando ben presto a contare oltre mille arruolati. La sera del 5 maggio 1860, dopo aver rinviato la partenza inizialmente prevista il 28 aprile, i due piroscafi Lombardo e Piemonte prendevano il largo con a bordo i circa ‘Mille’ volontari, per giungere sulle coste siciliane la mattina dell’11 maggio. Lo sbarco, accelerato a causa del sopraggiungere di navi da guerra borboniche, avveniva a Marsala, ovest della Sicilia e feudo di importanti aziende inglesi. Le priorità di Garibaldi e soprattutto di Crispi – anima politica della spedizione – erano quelle di conquistare la fiducia delle popolazioni locali, e allo stesso tempo, conferire un’aura di legittimità all’impresa. Tra le prime mosse, veniva deliberata la dittatura di Garibaldi “in nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia” e dichiarata decaduta l’autorità borbonica sull’isola.

Di li a poco, nondimeno, avrebbero affrontato la prima e vittoriosa battaglia contro l’esercito borbonico, posizionato in cima ad un colle – Pianto dei Romani – vicino l’abitato di Calatafimi. Questa memorabile vittoria delle ‘camicie rosse’ avrebbe spianato la strada verso Palermo e fatto affluire centinaia di insorti siciliani nella fila dell’esercito garibaldino, tanto da arrivare a contare circa tremila unità. Dopo avere ingegnosamente aggirato le truppe al comando del colonnellocalatafimi Von Mechel, inviate appositamente per arrestare l’avanzata dei ‘filibustieri’, la mattina del 26 Garibaldi e i suoi giungevano a Misilmeri, parte orientale di Palermo. Dopo un consiglio di guerra, si decideva di penetrare nella città da ‘Porta Termini’ percorrendo il passo di Gibilrossa, secondo la sperimentata tattica di Garibaldi di cogliere il nemico di notte. Affrontati e sopraffatti alcuni presidi, la mattina del 27, raggiungevano la piazza della Fieravecchia. Dentro Palermo, dopo iniziali titubanze, a dar man forte ai volontari si impegnava anche una parte consistente della popolazione. Sorgevano le barricate.

I borbonici, invece, agli ordini del generale Lanza, bombardavano incessantemente la città dal forte di Castellammare e dalle navi ancorate nel porto. Gli scontri sarebbero durati tre giorni; la popolazione civile versava in gravi difficoltà, molti i caduti. Alle truppe borboniche iniziavano a scarseggiare i viveri, mentre all’esercito garibaldino soprattutto le munizioni. Le difficoltà spingevano Lanza, la mattina del 30, a chiedere un incontro a bordo della nave inglese Hannibal, capitanata dall’ammiraglio George Mundy. L’Eroe dei due mondi accettava l’incontro, subito dopo si concordava una tregua di alcune ore, trasformata il giorno seguente in armistizio. Il 6 giugno il generale Lanza, sfiduciato, senza avere ricevuto benefici dalla sua tattica del bombardamento, accettava la resa. Iniziava la smobilitazione dell’esercito che mestamente si imbarcava per Napoli.

Il popolo palermitano esternava grandi manifestazioni di gioia; in effetti, l’operazione compiuta aveva qualcosa di insperato. “Tutti erano consapevoli che senza la ribellione e il coraggio di una parte grande della cittadinanza, Garibaldi e i suoi Mille (ridotti ormai a poco più di cinquecento) non avrebbero potuto vincere; ma nello stesso tempo ognuno sapeva che senza quella folle spedizione venuta dal Nord, Palermo e la Sicilia probabilmente non sarebbero riusciate a liberarsi”.

Da un punto di vista strettamente politico, invece, l’ occupazione di Palermo aveva un grosso impatto ed era destinata a rimodellare le valutazioni all’interno dello scacchiere della diplomazia internazionale e soprattutto a stravolgere le strategie di Cavour. D’altronde, nessuno si aspettava un tale successo. I governi reazionari austriaco e russo, non trovavano una linea comune per fermare l’avanzata, limitandosi solo a dimostrazioni verbali della loro contrarietà. Le pressioni che giungevano dalla Francia erano rivolte a fermare la marcia dei Mille, affinché non mettesse in discussione il potere temporale della Chiesa; quelle che giungevano dall’Inghilterra erano di segno opposto.

Ovviamente, i fatti di Palermo si facevano sentire notevolmente anche all’interno del governo e della corte borbonica, Il Re Francesco II si vedeva costretto ad emanare una serie di atti, quali la concessione della costituzione, l’adozione della bandiera tricolore, l’amnistia politica, maggiore autonomia alla Sicilia. Gesti ritenuti tardivi, quasi disperati, inefficaci ai fini di ristabilire una situazione ormai gravemente compromessa, quantomeno sull’isola siciliana.

Con la conquista di Palermo, dunque, poteva considerarsi conclusa la prima fase della spedizione. La fase circoscritta all’epopea dei Mille. Ma la parte orientale dell’isola era ancora sotto il controllo dell’esercito borbonico…


 

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