UNIONI DI FATTO/ Italia ultima in Europa per “diritti civili”

A mettere al centro della discussione parlamentare la spinosa questione delle coppie omosessuali ci ha pensato la parlamentare Anna Paola Concia. Che ha annunciato in una conferenza stampa il suo ricorso al Tribunale Civile di Roma per veder riconosciuta la sua coppia con la moglie Ricarda. In Italia esiste un vuoto legislativo da anni. I gay non hanno alcun “diritto civile” e non lo avranno nemmeno nei prossimi sei mesi prima delle politiche del 2013. Intanto lottano per loro soltanto Antonio Di Pietro (Idv) e Nichi Vendola (Sel).

di Viviana Pizzi

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Ancora una volta è stata la parlamentare Anna Paola Concia a tirar fuori l’argomento delle unioni omosessuali in Italia. Insieme alla moglie Ricarda, regolarmente sposata per la Germania ma che resta un’estranea per i diritti italiani, hanno fatto ricorso al Tribunale Civile di Roma per rendere più forte una esigenza negata dalla legislazione italiana. E lo hanno annunciato in una conferenza stampa svoltasi in questi giorni a Montecitorio.

 

Insieme alle due hanno presentato la stessa richiesta altre quattro coppie omosessuali. Lo hanno fatto perché anche in Italia venga colmato un vuoto legislativo in materia che non pone la nostra nazione certamente tra quelle più evolute in materia di diritti per le unioni gay. A mostrare quanto stiamo indietro rispetto agli altri paesi europei lo dimostra la mappa dei diritti degli omosessuali

In tutte le nazioni europee ormai amare persone dello stesso sesso non viene considerato un reato, in questo l’Italia è stata antesignano visto che un uomo che ama un uomo non è processato dal 1890.

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Ma il tempo pare fermo a due secoli fa: dalle Alpi alla Sicilia infatti due uomini o due donne che si amano tra loro non possono sposarsi, non vengono riconosciuti come coppia di fatto, non possono adottare figli. Ma la cosa triste è che in caso di morte una donna innamorata di un’altra non entra nel suo testamento, se sta male devono arrivare i parenti legittimi a scegliere per lei mentre la sua compagna resta lì inerme senza poter dire o fare nulla: insomma niente diritti civili se non quello di cambiare sesso con un’operazione per i transessuali (un diritto che non da nulla a un omosessuale che si sente uomo ma che ama un altro uomo). Tra i “riconoscimenti possibili” quello di arruolarsi nelle forze armate e una legge antidiscriminazione approvata nel 2000 ma modificata successivamente nel 2003 o nel 2008.

Insomma ben poco se si considera che negli altri Paesi europei la strada percorsa è di sicuro migliore. Basti pensare all’Islanda, alla Norvegia, alla Svezia, al Belgio, all’Olanda, al Lussemburgo, all’Andorra, alla Spagna e al Portogallo dove un omosessuale può scegliere liberamente di convolare a nozze civili con il proprio compagno. Cosa che comporta gli stessi diritti civili degli eterosessuali.

Negli altri Paesi le norme sono come quelle italiane? Certo che no perché ci sono le unioni civili a sancire una via di mezzo tra gli stati in cui è previsto il matrimonio e quelli in cui non è riconosciuto alcun diritto. Ecco l’elenco di quei paesi dove sono riconosciute: in primis la Germania (proprio dove Anna Paola Concia e la moglie hanno mosso i loro primi passi), la Danimarca (primo stato a riconoscere le unioni civili nel 1989), in Francia (dove ci sono i pacs tanto portati avanti anche dall’area moderata del centrosinistra italiano), in Repubblica Ceca e in Ungheria (dove ci sono i contratti di abitazione rispettivamente dal 2006 e dal 2009), il Slovenia (le unioni civili sono legali dal 2006), in tutto il Regno Unito (possibile registrarsi dal 2005) e in Austria (legislazione approvata nel 2010).

Ma l’Italia è in buona compagnia nel mancato riconoscimento delle unioni tra omosessuali? Lo vedremo subito: come il nostro paese nessun riconoscimento anche nella parte più povera dell’Europa orientale. L’unica cosa stiamo meglio di qualcuno è la Costituzione, quell’insieme di norme fondamentali che regolano l’ordinamento giuridico tanto in discussione negli ultimi anni ma strenuamente difese dalla politica.

Infatti ci sono paesi come la Polonia, l’Ungheria, l’Ucraina, la Serbia, il Montenegro, la Moldavia, la Lituania, la Lettonia, la Bulgaria e la Bielorussia dove si dovrebbe addirittura cambiarla per permettere il riconoscimento delle coppie gay. Infatti le loro norme parlano chiaro e dicono: il matrimonio è un istituto giuridico che riconosce soltanto le unioni tra un uomo e una donna.

Insomma l’Italia sta meglio soltanto dei paesi della ex Jugoslavia e dell’asse comunista. Per il resto ci sono ancora molti passi da fare per arrivare al riconoscimento dei diritti civili. Altro che passeggiate mano nella mano o baci per strada. La macchina legislativa, stando ai pensieri dei leader dell’Idv e di Sel Antonio Di Pietro e Nichi Vendola va cambiata. Lo avevano già ribadito anche a Vasto al settimo incontro dell’Italia dei Valori che i diritti delle coppie omosessuali andavano garantiti “perché siamo tutti uguali”. Il presidente della Regione Puglia ha anche dichiarato: “Vorrei sposare il mio compagno”.

Con la legislatura da terminare il governo tecnico in carica impegnato quasi esclusivamente nei tagli alla spesa pubblica sembra difficile che si possa pensare a un riconoscimento delle coppie di fatto in questi ultimi sei mesi.

Tra il popolo omosessuale ci sono due sentimenti contrastanti: da un lato il menefreghismo nei confronti della politica “che pensa solo a tagliare i posti di lavoro ed affamare le genti” dall’altro la voglia di veder riconosciuti i propri diritti. Da Nord a Sud sono molti a non recarsi proprio alle urne a causa dello scarso interesse mostrato dalla politica nei loro confronti. Ora tocca proprio a chi si impegna nella cosa pubblica, soprattutto nel centrosinistra che si è sempre dichiarata vicina ai loro diritti, tocca riconquistarli. Perché anche con i voti degli omosessuali che non vivono alla luce del sole il loro modo di essere si possono cambiare le cose.

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