TRATTATIVA STATO MAFIA/ Quell’uomo del Pci che oggi cerca “consenso” dal Quirinale

“Leggi ad personam” ci riportava subito a Berlusconi. Molti ricordano i “lodi” Schifani e Alfano, poi il legittimo impedimento. Erano gli scudi per i processi: sovvertivano la Costituzione, il principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Servirono anni per spiegarlo, perché gli italiani d’ogni parrocchia capissero, metabolizzassero la questione. Un imprenditore, il padrone di Fininvest, lavorava secondo il suo canone, la propria logica, l’obiettivo. A prescindere dalle regole della competizione.

di Emiliano Morrone

napolitano_giorgio_pciQuei pionieri che ne denunciarono i metodi e le capacità d’acquisto, non solo in denaro, patirono gravi conseguenze, tra moti di rinuncia e un sogno di giustizia. Nel gruppo c’erano Paolo Flores D’Arcais e Gianfranco Mascia; questi fra gli animatori del Popolo viola. Entrambi testimoniano quante piazze e reti siano occorse per smontare l’immagine di onnipotenza e santità di Berlusconi, costruita dai suoi media. Altra barriera, questa, che con le leggi ad personam l’ha preservato dall’esercizio compiuto dell’azione penale, per statuto a garanzia dell’imputato.

Crebbe quindi lo sdegno popolare, fino alla caduta dell’Egoarca, il 12 novembre 2011. Allora pensammo che con le mosse di Giorgio Napolitanomoral suasion, Monti senatore a vita e poi presidente del Consiglio – potesse aprirsi un tempo diverso per l’Italia, troppo a lungo privata dei suoi fondamenti costituzionali.

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Invece no, ci siamo illusi e siamo stati perfino raggirati. Tutto il malcontento è stato concentrato su Berlusconi, ritenuto l’unico nemico del futuro e delle possibilità di ripresa democratica, culturale ed economica. Al vecchio governo abbiamo obiettato la riduzione del parlamento a organo di ratifica della volontà del capo, sempre indiscutibile. Inoltre, abbiamo creduto che l’avversione di un uomo di Stato per l’informazione e le intercettazioni finisse in un brutto ricordo; nel capitolo di una storia buia ma utile a scuotere la coscienza, l’orgoglio, la dignità sepolti.

Adesso emerge che la ministra Paola Severino sta preparando una legge che presto impedirebbe l’uso delle intercettazioni – dirette o indirette – riguardanti il Presidente della Repubblica, in attesa che la Corte Costituzionale decida sul conflitto sollevato contro la Procura di Palermo. Chiunque, anche solo per il legittimo esercizio della critica, dovesse fare ragionati accostamenti all’epoca berlusconiana, verrebbe tacciato di sovversione, attacco istituzionale o chissà che cos’altro.

Antonio Di Pietro ha ieri rammentato dei passaggi di un interrogatorio di Bettino Craxi sull’attuale capo dello Stato (sopra il video in rete, nda). Per il leader IdV, Napolitano, che in tribunale Craxi collegò al finanziamento ai partiti, “ha cercato il consenso di tutte le forze politiche per mantenere un’acquiescenza nei suoi (propri, nda) confronti”. Il riferimento è alla vicenda delle telefonate di Mancino al Quirinale.

Di Pietro tiene alta la guardia, menomale. Sottolinea in solitaria la subordinazione del parlamento a Monti e difende la ricerca della verità sul sangue versato da Falcone e Borsellino. Per ultimo, con la memoria di Mani pulite ci informa di un altro pezzo di storia, che appare interrata ma forse sopravvive ancora, nella lunga notte della Repubblica.

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