TRATTATIVA STATO MAFIA/ Processo, ennesima porcata: il Governo non si costituisce parte civile

Come già dimostrato in passato, la trattativa è stata certificata dalla magistratura, che ha individuato in Mori, De Donno e Ciancimino i principali mediatori istituzionali, cui si aggiungono Subranni, Mannino e Marcello Dell’Utri, accusati di minaccia e violenza a corpo politico dello Stato, “per aver rafforzato la volontà ricattatoria della mafia nei confronti dello Stato.” E proprio in questi giorni, al tribunale di Palermo, è in atto un procedimento penale sulla trattativa negli anni tra il ’92 e il ’94, processo in cui il Governo – sollecitato dall’opposizione e da migliaia di esponenti della società civile – ha rifiutato di costituirsi come parte lesa. L’ennesimo sfregio alla giustizia da parte del governo dei banchieri.

di Redazione Infiltrato.it

mafia_trattativa-interna-nuovaSecondo quanto rilevato dai magistrati, obiettivo principale dei pezzi deviati dello Stato era convincere i mafiosi ad evitare la strategia stragista o, quantomeno, a farla finita con gli attentati che sconvolsero l’Italia del post-Tangentopoli e portarono alla ribalta politica il magnate televisivo Silvio BerlusconiGli stessi magistrati, tra cui quell’Antonio Ingroia costretto al confino guatemalese, pensarono che quella trattativa avesse aperto la strada all’arresto di Totò Riina, dando il via al regno di Bernardo Provenzano, più “tranquillo” e calcolatore rispetto al sanguinario compaesano.

I pm di Palermo ritengono di avere identificato in Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni, Marcello Dell’Utri e Calogero Mannino gli uomini addetti alla trattativa con gli esponenti mafiosi Totò Riina, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano e Nino Cinà.

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Tra gli indagati per falsa testimonianza ai pm, Nicola Mancino, a causa del quale anche il Presidente Napolitano è finito – a ragione, meglio essere chiari – nell’occhio del ciclone. Non si tratta, come propagandano i cortigiani, di esporre Napolitano al fuoco istituzionale o, peggio, di minacciarne l’indipendenza e metterne in discussione l’autorevolezza. Tutt’altro: bisogna pretendere chiarezza su un periodo buio – uno dei tanti – della storia d’Italia, in cui attuali primattori della scena politica nazionale sono coinvolti in prima persona e in maniera profonda.

Avaaz ha raccolto in poche ore quasi 50 mila firme per chiedere al Governo di costituirsi parte lesa nell’udienza preliminare del 29 ottobre prossimo, dopo che l’ex pm Antonio Di Pietro – uno dei protagonisti positivi di quella stagione costellata da diavoli, politici corrotti e mafiosi d’alto bordo, le “menti finissime” di cui parlava Falcone – il 5 settembre aveva interrogato nel merito il Ministro dei rapporti con il Parlamento.

La risposta di Giarda, che in politichese stretto sottolineava che “il governo si era reso parte attiva per accertare se vi erano i presupposti formali per intraprendere iniziative”, non presagiva nulla di buono. E infatti oggi quelle brutte sensazioni sono state confermate dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Malaschini, in risposta ad una mozione presentata da Antonio Borghesi, vicepresidente del gruppo Idv alla Camera. Di fronte alla richiesta di adempiere i propri doveri e impegnare il Governo a costituirsi parte civile nel processo di Palermo, “Ponzio Pilato” Malaschini è stato lapidario: Allo stato il Governo non può assumere l’impegno in esame pur non essendovi alcuna preclusione”.

Per ora, insomma, non se ne fa niente, fermo restando che “la costituzione di parte civile può esserci per l’udienza preliminare ma anche successivamente”.

O anche mai.

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