TRATTATIVA STATO MAFIA/ Mancino, intercettazioni, D’Ambrosio, Napolitano, Di Pietro: la verità e le nebbie

Una commissione d’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Questa la proposta di legge presentata da Antonio Di Pietro. Nicola Mancino, indagato a Palermo per falsa testimonianza, avrebbe contattato il Quirinale perché “un uomo solo va protetto”. Di lì a poco Giorgio Napolitano scrive proprio al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito per chiedere alcune delucidazioni sul caso. Non solo. Secondo alcune indiscrezioni, sarebbero ben due le intercettazioni in cui gli inquirenti hanno sentito alla cornetta il Presidente della Repubblica. Ma i brogliacci verranno distratti. E, mentre tutti sono pronti a difenderlo, lui si affretta: “il ddl intercettazioni dev’ essere rivisto”.

di Carmine Gazzanni

giorgio-napolitano_trattativa_stato_mafiaUna campagna di insinuazione e sospetto sul Presidente della Repubblica e i suoi collaboratori: una campagna costruita sul nulla”. Con queste parole Giorgio Napolitano ha cercato di sedare le polemiche nate nei giorni scorsi relative alla presunta ingerenza del Quirinale sulle indagini portate avanti dalle Procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo riguardo la cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Tutto nasce dalla pubblicazione negli atti riguardanti l’ex ministro Nicola Mancino di un’intercettazione datata 9 dicembre 2011. L’ex ministro degli Interni non lo sa, ma la telefonata viene registrata. Dall’altra parte della cornetta  il magistrato Loris D’Ambrosio, uno dei principali consiglieri di Giorgio Napolitano. I toni della telefonata sono forti. Mancino si definisce “un uomo solo”, abbandonato, il che potrebbe essere un problema per molti altri coinvolti: “un uomo solo va protetto”, dice Mancino, perché se questo uomo solo rimane tale “potrebbe chiamare in causa altre persone”. Detto, fatto. Ad inizio 2012 il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito riceve una lettera proprio dal Quirinale, nella quale si chiedono chiarimenti sulla configurabilità penale della condotta degli esponenti politici coinvolti nell’indagine. Insomma, Napolitano interviene. Pressioni sulla magistratura nate dalle richieste di Mancino? Non lo sappiamo. Ma il dubbio è legittimo.

Nell’indifferenza generale di gran parte dell’arco parlamentare (come se le pressioni della più alta carica dello Stato su una vicenda così delicata fosse nulla), Antonio Di Pietro ha chiesto spiegazioni al Quirinale. Prima con una nota ufficiale – che tuttavia non ha ricevuto risposta, se non una marea di insulti da parte dei sobri parlamentari di maggioranza –poi, il 20 giugno, con una proposta di legge: “istituzioni di una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’ipotesi dello svolgimento di una trattativa Stato-mafia negli anni 1992-1993 e per appurare se membri delle istituzioni hanno frapposto ostacoli alle indagini della magistratura in merito”.

Immediata – superfluo dirlo – la bordata di fischi ad una proposta che in ogni altro Paese sarebbe stata a dir poco scontata. A cominciare dal Quirinale stesso. Il portavoce della Presidenza, Paquale Cascella, scriveva ieri su twitter: “Possibile che ex magistrati e avvocati ora impegnati in politica ignorino l’art. 104 d.lgs 6.9.2011 n.159 sulle attribuzioni Pg Cassazione?”. Piccola parentesi. L’articolo in questione prevede che “il Procuratore generale presso la Corte di Cassazione eserciti la sorveglianza sul procuratore nazionale antimafia e sulla relativa Direzione nazionale”.  Sembrerebbe non fare una grinza l’intervento del portavoce. Quello che però omette Cascella è una questione di tempistica: perché il richiamo di Napolitano arriva proprio dopo la telefonata con Mancino che chiede espressamente di intervenire sulle indagini? Cascella – ça va sans dire – tace a riguardo.

Senza dimenticare, peraltro, che da quanto emerge da alcune indiscrezioni non ci sarebbero solo telefonate intercorse tra Mancino e uomini vicini a Napolitano, ma anche direttamente tra Mancino e il Presidente stesso. Brogliacci, però, che molto probabilmente verranno bruciati. Ma il Quirinale tace anche su questo.

Intanto, però, le polemiche non tendono ad acquietarsi. Dopo le parole di Enrico Letta (“con l’attacco volgare e insultante di oggi Antonio Di Pietro ha fatto fare il salto di qualità finale alla sua campagna denigratoria nei confronti del presidente della Repubblica Napolitano e del suo operato, sempre improntato al servizio delle istituzioni”), è toccato ancora al Pd rincarare a dose. Laura Garavini, capogruppo Pd nella Commissione Antimafia, ha definito la richiesta della commissione d’inchiesta “una inutile moltiplicazione di organismi che non garantisce la chiarezza e la verità su quanto è accaduto negli anni delle stragi di mafia”. Il passaggio logico dell’onorevole rimane assolutamente poco chiaro: perché mai la supposta “moltiplicazione di organismi” non garantirebbe chiarezza e verità?

Non poteva poi mancare Pierferdinando Casini. Il Presidente della Repubblica “ha adempiuto con scrupolo e innegabile correttezza istituzionale al suo ruolo doppio di presidente della Repubblica e del Csm. Ha operato per evitare distonie e sovrapposizioni, e disinnescare potenziali conflitti tra poteri dello Stato: questo significa volere la verità che non è mai figlia di strumentalizzazioni politiche ma solo dei fatti che l’hanno determinata”. Belle parole. Ma fumose. Il leader Udc parla, ma nei fatti nulla dice sulla questione Mancino-Napolitano-pressioni sul Pg. Zero. Anzi, addirittura rovescia il discorso: Napolitano avrebbe finanche operato per “disinnescare potenziali conflitti tra poteri dello Stato”. Peccato che, se quanto sta emergendo dovesse essere appurato, è accaduto esattamente il contrario.

Nessuno, insomma, chiede conto a Napolitano. Non si può. Sarebbe un “attacco volgare e insultante” per dirla con Enrico Letta. Il che vuol dire, completando il sillogismo, che la stessa ricerca della verità sarebbe secondo gran parte dell’arco parlamentare un “attacco volgare e insultante” essendo questo quello chiesto dal leader Idv. Siamo all’inverosimile.

Non solo. Se tutti si sono affrettati a dissociarsi dalle richieste avanzate da Antonio Di Pietro, nessuno – a cominciare dal Pd – ha pensato di chieder conto a Napolitano di altre dichiarazioni fornite ieri. Argomento: intercettazioni telefoniche. “Questa – ha detto il Presidente della Repubblica – è una scelta che spetta al Parlamento, ed è per la verità una scelta da molto tempo all’attenzione del Parlamento. Se da tanto tempo è all’attenzione del Parlamento vuol dire che si tratta di una questione che meritava già da tempo di essere affrontata e risolta sulla base di una intesa la più larga possibile”. Insomma, per Napolitano le intercettazioni rientrano in  una questione urgente. Da affrontare prima di subito. Ma, sia chiaro, il fatto che quanto sta emergendo in questi giorni sia dovuto proprio ad alcune intercettazioni, è solo una coincidenza. Una coincidenza – ci mancherebbe – “volgare e insultante”.

Intanto, però, dal Quirinale si dicono tranquilli. Il Colle si sarebbe comportato sempre con la massima correttezza. Non si capisce allora perché tanta paura per una commissione d’inchiesta sulla trattativa. A sentire i pomposi discorsi delle autorità (e Napolitano in testa) in occasione delle ricorrenze per le vittime illustri di mafia, tutti sono concordi: è ora che si faccia chiarezza. E dunque? Vogliamo o no, signor Presidente, fare davvero chiarezza sulla vicenda?

O anche questa semplice e chiara domanda è da rubricare come “attacco volgare e insultante”?

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