TRATTATIVA/ “Io ci sto”: il Fatto Quotidiano, Grillo e Di Pietro nella battaglia di verità

Superata la soglia delle 95 mila firme per la campagna “Io ci sto” lanciato dal Fatto Quotidiano e supportata da Grillo e Di Pietro. Obiettivo dichiarato: “rompere l’accerchiamento cui sono sottoposti i pm di Palermo da parte di Quirinale, Csm, Avvocatura dello Stato, Pg della Cassazione e governo”. I fatti sono noti e ce ne siamo occupati più volte in passato: da quando nelle intercettazioni è uscito fuori il nome di Napolitano, i poteri forti si sono scatenati contro la magistratura palermitana, impedendole – di fatto e con l’allontanamento forzato di Ingroia – lo svolgimento indipendente delle proprie funzioni.

di Carlo Flai

papello-grasso-stato-mafia1Daniele Luttazzi, Daniele Silvestri, Gianni Vattimo, Sandro Ruotolo, Franco Battiato, Victoria Cabello, Gene Gnocchi, Claudio Santamaria, Fiorella Mannoia, Carlo Verdone, Fabri Fibra. E ancora: Vauro, Dacia Maraini, Caparezza. E poi le Agende Rosse, i ragazzi di Addio Pizzo, l’Anpi Palermo e tantissimi altri.

I nomi non sono sparati a caso ma rappresentano alcune delle 95 mila firme che hanno deciso di prendere una posizione netta per proteggere il lavoro della Procura di Palermo e, più in generale, l’indipendenza della magistratura italiana. Sembrano lontanissimi i tempi in cui Berlusconi urlava al complotto dei “giudici comunisti”: al confronto, quanto sta succedendo nell’ultimo periodo e a causa del Governo Monti, sembra acqua di rosa.

A quanto pare in Italia esiste ancora qualcuno più cittadino degli altri, qualcuno con più diritti rispetto ai comuni mortali. Il Presidente della Repubblica, seppur ricopra una carica istituzionale di primissimo piano, dovrebbe piantarla di ostacolare il lavoro dei giudici palermitani che lavorano alacremente per trovare il bandolo della matassa di una trattativa stato mafia le cui vittime eccellenti si chiamano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

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Perché il punto è proprio questo: in pubblico, nelle occasioni di ricorrenza in cui tocca ricordare i “caduti in battaglia”, Napolitano – con voce vibrante – chiede a tutta forza che vengano a galla i punti oscuri che quegli anni disgraziati si portano dietro; all’atto pratico, quando le risultanze investigative – grazie allo strumento delle intercettazioni – portano alla luce presunti coinvolgimenti nella trattativa di uomini dello Stato (come Mancino e Napolitano) i poteri forti si compattano e fanno fronte comune per bloccare le indagini.

Secondo Antonio Di Pietro “è immorale e raccapricciante solo pensare che uno Stato possa essere sceso a patti con la mafia, ma è ancora più sconcertante che si blocchi il percorso per arrivare alla verità”. Come dargli torto. Ancora più esplicito è il commento di Don Gallo: “Ho visto nascere la Democrazia nel 1945 con la mia Brigata partigiana (avevo 17 anni). Sono ‘vecchio’, 84 anni, devo vederla morire? No! Su la testa”.

Se in democrazia ogni cittadino è uguale davanti alla legge allora l’equazione è presto fatta: che si chiami Napolitano, Mancino o pincopallino, chiunque dovrà lasciarsi giudicare. Si resta sbigottiti a pensare che l’attuale Presidente della Repubblica, ex comunista sfegatato, assuma un comportamento simile al tanto vituperato Silvio Berlusconi, che dai comunisti è lontano anni luce.

Ma in questi tempi liquidi, dove il magma massonico riesce a infiltrarsi in ogni dove e a rendere il tutto omogeneo e indecifrabile (per la massa), è lecito dubitare persino della buonafede del Presidente della Repubblica.

Io ci sto”: e tu?

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