TRATTATIVA/ Intercettazioni da distruggere: se la legge è uguale per tutti ma per Napolitano di più.

La legge è uguale per tutti: la frase campeggia nelle aule dei tribunali italiani ma evidentemente non è riferita poi alla totalità dei cittadini. La parola “tutti” in sé dovrebbe comprendere qualsiasi individuo che dimora nello Stato italiano, dalla più alta carica fino al più povero. Eppure la Corte Costituzionale, riferendosi però alla Trattativa Stato Mafia e in particolare alle intercettazioni tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’indagato Nicola Mancino (quattro in totale) ha stabilito che “il Capo dello Stato è al di fuori dei poteri tradizionali dello Stato stesso ”e quindi non poteva essere intercettato neppure per via indiretta.

 

di Viviana Pizzi

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA: PERSONA DIVERSA DAL PARLAMENTARE

Cosa hanno detto in pratica i giudici? Che la posizione del Presidente della Repubblica non è assimilabile a quella dei parlamentari. Solo Deputati e Senatori di conseguenza possono essere sottoposti ad intercettazioni da parte del giudice ordinario. La procura di Palermo avrebbe quindi fatto, a parere della Corte Costituzionale “un uso non corretto dei propri poteri”.

Come è stata collocata la figura del Presidente della Repubblica? “Al di fuori dei poteri dello Stato e al di sopra delle parti politiche”

A parere della Consulta, per qualsiasi tipo di attività formale e informale, Giorgio Napolitano in questo caso e i suoi successori nel futuro, in qualità di Capi dello Stato “devono poter contare sulla riservatezza assoluta delle proprie comunicazioni non in rapporto a una singola funzione ma per l’efficace esercizio delle stesse”. Pubblicare i contenuti di colloqui del Presidente della Repubblica sarebbe inoltre dannoso per tutto il sistema costituzionale complessivo.

Se il Capo dello Stato possa compire un atto di tradimento ai valori della Repubblica un giudice non potrà mai saperlo proprio perché è impossibile intercettarlo e le altre prove documentali risulterebbero più deboli.


IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA NON È RESPONSABILE DEGLI ATTI COMPIUTI NELL’ESERCIZIO DELLE SUE FUNZIONI

Secondo una teoria basata sull’articolo 90 della Costituzione è previsto che il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni, tranne che per l’alto tradimento o attentato alla Costituzione.

Il giudice ordinario non può controllare questi reati tramite intercettazioni telefoniche- Proibirle però è una limitazione logica e implicita allo status che assoggetta il Presidente al codice penale. Norme tuttavia che non tutelano l’alta carica dello Stato come persona ma come istituzione.

napolitano_uber_allesLa tutela della riservatezza delle comunicazioni del Presidente non assume alcuna rilevanza tra reati funzionali ed extra funzionali. Può essere verificato invece il regolare svolgimento delle funzioni che un Capo dello Stato deve assumere nel sistema costituzionale italiano, fondato sulla separazione e sull’integrazione dei poteri di quest’ultimo.

La Corte costituzionale ha anche stabilito che la Costituzione non è sacrificabile rispetto alla simmetria processuale. I principi di essa, in una gerarchia di norme e di poteri, sono sempre più importanti di qualsiasi simmetria processuale non richiesta dall’articolo 271 comma 3 del codice penale.


REATI COMUNI: PRESIDENTE UGUALI AGLI ALTRI

Dalla sentenza della Corte Costituzionale  emerge che per i reati fuori dal ruolo il capo dello Stato è un cittadino come gli altri e per questo motivo è assoggettato alla giustizia penale come ogni altro singolo cittadino.

Quello che però non è ammissibile è l’utilizzazione di strumenti invasivi per la ricerca della prova quali le intercettazioni telefoniche che potrebbero coinvolgere in modo indistinto non solo le conversazioni private del Presidente ma tutte le comunicazioni comprese quelle necessarie per lo svolgimento delle sue essenziali funzioni istituzionali per le quali si determina un intreccio tra apsetti personali e funzionali.

Come cercare le prove di reati in caso di colpevolezza da parre del presidente della Repubblica? Soltanto con documenti, testimonianze ed altro che non arrechino una lesione alla sfera di comunicazione costituzionalmente protetta del Presidente. Strumenti però che rendono più deboli le indagini da portare avanti.

 

LE INTERCETTAZIONI VANNO COMPLETAMENTE DISTRUTTE

L’effetto più immediato della sentenza della Corte Costituzionale sull’indagine della Trattativa Stato Mafia era già stato annunciato. Le intercettazioni che sono state registrate tra il Presidente della Repubblica e l’indagato Mancino vanno immediatamente distrutte e non vanno divulgati in alcun modo i loro contenuti.

Questo perché, secondo i giudici relatori Gaetano Silvestri e Giuseppe Frigo, non esiste differenza tra intercettazioni dirette, indirette e casuali.

La Corte Costituzionale ha inoltre stabilito che non spettava ai pm di Palermo né valutare la rilevanza della documentazione né ometterne di chiederne al giudice l’immediata distruzione. I giudici hanno quindi fatto passare per intero la teoria del Capo dello Stato asserendo che le intercettazioni sono inutilizzabili.

Ferma restando l’inutilizzabilità delle quattro conversazioni che andranno distrutte  secondo la procedura camerale partecipata l’autorità giudiziaria dovrà ora tenere conto della eventuale esigenza di evitare il sacrificio di interessi riferibili a principi costituzionali supremi tra i quali la tutela della vita e della libertà personale e la salvaguardia dell’integrità costituzionale delle istituzioni della Repubblica.

Una sentenza che sicuramente farà discutere e dalla quale esce una sola e unica verità: secondo la Costituzione Italiana il Presidente Napolitano, come i suoi successori, sono figure protette sulle quali è difficile indagare. Anche in caso commettano reati gravi come l’alto tradimento dello Stato.

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.