Tra poltrone da spartirsi e Quirinale da assegnare. Novembre prima data utile per ritorno al voto.

Maggioranza assoluta per il centrosinistra alla Camera (sebbene raggiunta per pochi voti) e Senato clamorosamente spaccato con la maggioranza relativa in mano al Pdl (sebbene su scala nazionale abbia vinto Bersani). Questo è il resoconto emerso dalle urne. Uno stato di ingovernabilità (dovuto principalmente ad un’orrenda legge elettorale) che ci riporterà alle urne. Ma non nell’immediato: l’articolo 88 della Costituzione vieta, al momento, di sciogliere le Camere. A conti fatti la prima data utile potrebbe essere a novembre. Il tempo giusto per spartirsi le poltrone. Tanti, infatti, gli incarichi da assegnare: dai ministeri alle Presidenze di Camera e Senato. Fino al Quirinale. Pdl e Terzo Polo sono pronti a far sentire la propria voce. E Bersani dovrà necessariamente piegarsi. Ma occhio al M5S, primo partito in Italia, il cui peso – nel caso si torni alle urne – è destinato ad un nuovo boom. E, forse, il più clamoroso di quelli a cui finora abbiamo assistito.

 

di Carmine Gazzanni

Si è conclusa ieri la tornata elettorale più brutta che la storia repubblicana ricordi (come detto da un autorevole storico quale Guido Crainz). E non poteva che chiudersi nel modo che più le conveniva. Quello che ci attende, infatti, è un incredibile stallo a cui saremo condannati nei prossimi mesi e da cui non potremmo uscire facilmente. La situazione, infatti, è paradossale: il caos regnerà sovrano dato che nessuna coalizione detiene maggioranza assoluta al Senato (il Pdl avrà solo tre senatori in più rispetto al Pd, 116 a 113) e dato che il Pd avrà diritto al premio di maggioranza (55% dei seggi) sebbene abbia raccolto solo 150 mila voti in più rispetto alla coalizione di centrodestra. Insomma, ingovernabilità certa. Dalla quale, però, non si potrà uscire immediatamente. Lo impedisce – paradosso dei paradossi – l’articolo 88 della Costituzione tramite cui si specifica che lo scioglimento delle Camere non può avvenire “negli ultimi sei mesi del suo mandato (del Presidente della Repubblica, ndr)”. Il settennato di Giorgio Napolitano scadrà ad aprile, ergo siamo a meno degli “ultimi sei mesi del suo mandato” e, dunque, le Camere non potranno essere sciolte almeno fino all’insediamento del nuovo inquilino del Quirinale.

A questo punto, dunque, lo scenario che si profila è profondamente ingarbugliato: alla profonda ingovernabilità in cui siamo caduti dopo questa tornata elettorale, non c’è alcuna soluzione che possa fare da contraltare nell’immediato. Niente di niente. Bisognerà solo aspettare e “vivere” lo stallo. Ma questo cosa significa? Che se Pier Luigi Bersani, in quanto vincitore alla Camera, riuscirà a formare il governo dovrà necessariamente cedere qua e là presidenze, incarichi, ministeri e così via. Col rischio che si crei un nuovo governo anomalo. E chi ne potrebbe far parte? Due le possibili ipotesi: o Bersani scenderà a patti con il Movimento 5 Stelle (sempre presupponendo sia una proposta accettabile per Grillo); oppure dovrà guardare al centro e, se non dovesse bastare, anche al di là del centro, a quel rivale di sempre – Silvio Berlusconi – a cui, pensandolo morto, è stato permesso nuovamente di resuscitare. Ma analizziamo nel dettaglio cosa potrebbe accadere già nei prossimi giorni.

 

PD: GOVERNIAMO? SI, NO, FORSE – Quello che emerge dai risultati è, come detto, un pesante stato di ingovernabilità. Tutti ne sono coscienti, tanto che già immediatamente dopo i primi dati attendibili che sono arrivati dal Viminale, diversi esponenti hanno parlato di nuove elezioni. Insomma, nemmeno il tempo di finire lo spoglio e già si è prospettata una nuova tornata elettorale. Sintomo, questo, della bassezza della politica nostrana, non disposta nemmeno a cercare un dialogo sul da farsi, ma immediatamente arrendevole e pronta a tornare ancora in campagna elettorale? Probabilmente sì. Certo, un calcolo dietro c’è eccome. Basti pensare che i primi a parlare sono stati i democratici: appena fiutato che le cose non stavano andando come pensavano, meglio mettere le mani avanti prima di subito e parlare di elezioni anticipate nel caso in cui il trend berlusconiano al Senato fosse stato confermato (cosa che, come sappiamo, è poi avvenuta). Già intorno alle 17, infatti, Stefano Fassina aveva parlato della possibilità di tornare alle urne. Ora, però, sembra che la linea dei democratici sia cambiata: Bersani non è disposto a cedere (ancora) metri ai suoi rivali. Il governo – avrebbe detto il segretario Pd – si farà e sarà di centrosinistra. A parte, come vedremo, qualche piccola-grande cessione, inevitabile per poter governare. O, meglio, per poter governicchiare. A meno che non riesca a trovare l’accordo giusto per una maggioranza assoluta anche a Palazzo Madama…

 

PDL E MONTI TEMPOREGGIANO. E GUARDANO AL LORO TORNACONTO – Il professore e la sua squadra non possono che dirsi favorevoli ad un governo di larghe intese: sarebbe d’altronde l’unico modo per poter essere della partita senza venir relegati in un angolino. Insomma, dietro l’apertura di Monti, più che senso di responsabilità, ci sarebbe mania di protagonismo. Basti pensare soltanto a quanto affermato da Mario Sechi in diretta sullo speciale di La7 condotto da Enrico Mentana: “Non è detto che un governo di larghe intese possa durare anche per l’intera legislatura”. Ci si è già provato (vedi governo Monti) e non ha funzionato per ovvie ragioni. Perché si dovrebbe tornare a sperimentare l’in-sperimentabile?

ingovernabilit_certaDiscorso diverso per il Pdl. Il partito di Berlusconi sa bene che ora ha il coltello dalla parte del manico, posizione più che ottimale per mettere sottoricatto il centrosinistra (questo, nei fatti, era l’obiettivo inconfessato di Silvio Berlusconi). Per tutta la serata di ieri, infatti, gli esponenti berlusconiani hanno preso tempo, dichiarando che tutte le riflessioni sul post-voto avverranno a giochi finiti, nonostante la situazione di pesante stallo sia più che visibile già da ieri pomeriggio. Insomma, dietro il temporeggiare di Berlusconi ci potrebbe essere una strategia, tenendo conto – come vedremo più avanti – anche di tutto quello che c’è in gioco, delle tante poltrone che dovranno essere assegnate e di cui Bersani dovrà rendere necessariamente conto.

 

GRILLO AVVERTE: NOI NON TRATTIAMO. STRATEGIA PER UN NUOVO BOOM? – E il Movimento 5 Stelle? Difficile pensare (almeno all’inizio) che gli attivisti-onorevoli cedano a ricatti e proposte. I Cinque Stelle, dunque, premeranno affinchè si vada a nuove elezioni. Il tempo di approvare una nuova legge elettorale e poi via di nuovo alle urne. Il che, peraltro, andrebbe tutto a vantaggio proprio dei Cinque Stelle: la crisi politica in cui si cadrebbe con le nuove elezioni non farebbe altro che spostare ulteriormente i voti verso il movimento di Grillo il quale avrebbe gioco facile ad attaccare i partiti, rei di aver concepito un meccanismo elettorale illogico e poi di non aver fatto nulla per modificarlo nella scorsa legislatura (nulla di più vero, peraltro). Insomma, in ultima analisi l’ingovernabilità a cui si è giunti potrebbe portare all’ennesimo boom di Grillo. E, forse, il più clamoroso di quelli a cui finora abbiamo assistito.

 

LE CAMERE NON POSSONO ESSERE SCIOLTE NELL’IMMEDIATO: L’INCREDIBILE STALLO DOVUTO ALL’ARTICOLO DELLA COSTITUZIONE – Domanda. Mettiamo si torni alle urne (ipotesi più probabile tra le tante). Quando si potrebbe rivotare? La questione è strettamente delicata perché non dobbiamo dimenticare che a metà aprile scadrà il settennato di Giorgio Napolitano e, dunque, Camera, Senato e rappresentanti di tutte le regioni (tre per ognuna) dovranno eleggere il nuovo inquilino del Quirinale. Particolare, questo, non da poco. Spieghiamo il perché. Fino all’insediamento del nuovo Presidente della Repubblica nessuno potrà sciogliere le Camere (semmai si giunga a volerlo fare). Insomma, l’ingovernabilità, pur richiedendo nuove elezioni per essere superata, non può nei fatti essere superata. Il motivo, come già detto, va ritrovato nell’articolo 88 della Costituzione italiana: “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura”. In altre parole, almeno fino ad aprile nulla da fare. Niente elezioni anticipate. Non solo. Considerando i vari tempi di insediamento e il periodo di vacatio per consentire la stessa campagna elettorale, è facile immaginare che si andrà al voto, se tutto dovesse andare per il verso giusto, tra circa un anno (a meno che, come detto, l’interesse dei singoli partiti non abbia la meglio su quello dei cittadini). A novembre, ad esempio (lasciando dunque passare l’estate per ovvi motivi). Il tempo per riformare la legge elettorale c’è. Si spera.

 

LE DUE IPOTESI POSSIBILI PER IL NUOVO GOVERNO – Ed ecco allora che il cerchio si chiude: come sarà e soprattutto da chi sarà composto il nuovo governo? Chi ne manterrà le redini? Una possibile soluzione sarebbe quella di un’alleanza Pd-M5S ma, come ribadito ieri da Grillo, è quanto mai impensabile: i Cinque Stelle non si alleeranno con nessuno (a meno che non ci siano copi di testa da parte degli attivisti. Questo soltanto il tempo potrà dircelo). Ecco allora che l’unica strada che potrebbe essere seguita è quella di una larga (e quanto mai anomala) coalizione.

C’è, peraltro, un particolare da tenere a mente: la nomina del nuovo esecutivo sarà l’ultimo provvedimento di Giorgio Napolitano (è il Presidente della Repubblica, infatti, a nominare il Presidente del Consiglio su proposta del Parlamento). È immaginabile che lo stesso Napoliano, così come fatto con Monti, chieda alle forze parlamentari di trovare un’intesa affinché si arrivi ad una larga coalizione, soprattutto per garantire stabilità economica agli occhi dei mercati. Non bisogna infatti dimenticare che questi guarderanno con legittimo scetticismo ai risultati delle politiche e, considerando quanto Pd, Monti e Pdl, tengano in conto la finanza europea, si cercherà in ogni modo di evitare l’impennata di spread e possibili crolli in borsa. Insomma, l’unica soluzione sarà quella di ricorrere ad un nuovo governo di salute pubblica.

 

IL GIOCO (DETERMINANTE) DELLE POLTRONE: CAMERA, SENATO, MINISTERI. E QUIRINALE – A capo dell’esecutivo con grande probabilità siederà lo stesso Pier Luigi Bersani (dato che il Pd ha la maggioranza assoluta alla Camera). Detto questo, però, senza ombra di dubbio tutte le cariche che dovranno essere assegnate non potranno ricadere solo e soltanto su uomini di centrosinistra. Tante, peraltro, le poltrone a disposizione: dalle Presidenze di Camera e Senato, ai ministeri fino allo stesso Quirinale. Ecco allora che capiamo, come detto, il temporeggiamento in casa Pdl. È inutile e prematuro ora cominciare col toto-nomi, ma è indubbio che in Via dell’Umiltà si cercherà in tutti i modi di posizionare sul monte più alto un uomo vicino al centrodestra, soprattutto dopo il settennato del “comunista” Napolitano. Il nome, però, dovrà trovare l’accordo anche del centrosinistra. Ecco perché è poco probabile possa essere Silvio Berlusconi il candidato Pdl per il Quirinale (in lizza, invece, per la Presidenza del Senato). Secondo ben informati, invece, si pensa che uno spiraglio di accordo possa essere trovato intorno al nome di Gianni Letta, fedelissimo del Cav, ma potenzialmente ben accetto anche per montiani e democratici.

Questione ancora più intricata per i ministeri e per le presidenze di Palazzo Madama e Montecitorio. Una possibile intesa potrebbe essere trovata soltanto concedendo una delle due presidenze ad uno dei Cinque Stelle (non direttamente a Grillo, come pure qualcuno ha ipotizzato: sarebbe impossibile dato che Grillo non è stato eletto, né potrebbe dato che su di lui pende una condanna in via definitiva). Stesso discorso anche per i ministeri: se gli stessi attivisti hanno escluso la possibilità di entrare in un governo Pd, discorso diverso è stato fatto da Alfano e Monti. Terzo Polo e Pdl, in altre parole, aspettano sull’uscio. Un boccone amaro da digerire (l’ennesimo) per Pier Luigi Bersani il quale, pur nei fatti avendo vinto, è il vero sconfitto di questa tornata elettorale.

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