TERZO POLO/ Le proposte di un partito senza senza reale peso politico

Dimissioni di Silvio Berlusconi e rilancio di un nuovo Governo forte di una maggioranza bipartisan. Questa è stata ieri la proposta lanciata dal Terzo Polo con interviste rilasciate in pompa magna dai suoi tre leader nazionali. Gianfranco Fini al Messaggero, Pierferdinando Casini al Corriere della Sera, Francesco Rutelli al Quotidiano Nazionale: tutti e tre appassionatamente e con imbarazzante puntualità per cercare di convincere il nuovo segretario pidiellino Alfano ad una svolta, un nuovo Governo senza Berlusconi, ma con un leader che sia ”politico e non tecnico” – ha detto Casini – sostenuto da una “maggioranza bipartisan di unità nazionale” – ha specificato Rutelli – perché “la cosa fondamentale per l’interesse nazionale è di non continuare a perdere tempo con un governo che galleggia” – ha continuato Fini.

 

di Carmine Gazzanni

La proposta indecente, come facilmente ci si poteva aspettare, è stata immediatamente rispedita al mittente dal Popolo della Libertà: per il capogruppo Cicchitto i tre leader sono mossi esclusivamente da “una contrapposizione pregiudiziale e frontale all’attuale governo”, per la neo-ministra Bernini altro non è che “demagogia pura”. Insomma, un rifiuto più che auspicabile.

fini_rutelli_casiniTuttavia, la questione qui da analizzare è un’altra: pare che in questi giorni, certamente poco “estivi” visti gli scandali giudiziari che stanno coinvolgendo tanto il centrodestra quanto il centrosinistra, a dettare la linea politica dell’opposizione pare essere il Terzo Polo con questa trovata – assolutamente macchinosa – delle interviste simultanee del trio Fini-Casini-Rutelli. Eppure il partito centrista, stando ai numeri, non dovrebbe avere alcuna autorità nel porsi a guida anche dei partiti di centrosinistra: sembra, in effetti, che il peso politico del Terzo Polo – spesso attribuitogli da molti (vedi Bersani) senza che ce ne sia oggettivo bisogno – a volte sia assolutamente spropositato rispetto alla sua reale forza elettorale. Prendiamo in esame i risultati delle ultime amministrative: dopo tanto parlare, dopo la scorsa estate infuocata con la rottura tra Fini e Berlusconi, dopo le convention di presentazione della nuova forza politica, dopo gli occhi dei media tutti puntati su questa nuova crescente creatura, la coalizione centrista ha riscosso bassissime percentuali, non potendo certamente competere come forza autonoma né con i partiti di centrodestra né con quelli di centrosinistra, attestandosi anche in città di prim’ordine addirittura come quarta forza politica dietro al Movimento Cinque Stelle. Insomma, tutto fumo e niente arrosto.

Una forza afona dunque che, più per demeriti altrui che per meriti propri, troppo spesso si erge a capopopolo dell’opposizione. Qui non si discute, infatti, della trovata delle tre interviste che si sono distribuiti i tre leader centristi (anche se, mi si permetta, stiamo parlando di una trovata alquanto imbarazzante per la “tempestività” dei tre): ognuno è libero di intraprendere le strategie politiche che vuole.

Quello che invece deve essere messo in luce – ahimè, ancora una volta – è l’assenza del Pd, che preferisce accodarsi agli annunci di una forza da 4-5 punti percentuali rinunciando in questo modo ad un ruolo di prim’ordine che pure gli spetterebbe, ma che sino ad ora non ha mai interpretato. Dopo le interviste in simultanea, infatti, pronto l’intervento di Massimo D’Alema: “Tutti  dovrebbero capire che Berlusconi porta alla rovina. Non soltanto l’economia, ma anche il sistema democratico” e ora “anche nella destra c’è chi comincia a capirlo”. E in serata un ulteriore segno della vicinanza tra Pd e Terzo Polo: una nota congiunta di Casini e Bersani tramite cui “hanno proposto un incontro di tutte le forze parlamentari di opposizione per discutere dell’emergenza economica e delle proposte per affrontarla”. D’altronde non è un mistero: è dalla nascita del Terzo Polo che l’atteggiamento del Partito Democratico è opaco, confuso, segno di un intento di apertura verso le forze centriste. Quello che si spera, però, è che il Pd non dimentichi – anche questa volta – che non tocca agli altri guidare le forze di opposizione. Così è stato alle amministrative, con il Pd in festa per risultati storici come quelli di Milano e Napoli, ma certamente non da protagonista (a Milano ha vinto il vendoliano Pisapia battendo alle primarie il candidato pidino Boeri; a Napoli il Pd al primo turno addirittura ha corso da solo rendendo evidente un parere contrario alla candidatura di de Magistris); così è accaduto alla corsa referendaria, nella quale l’appoggio del Pd è stato minimo o addirittura inesistente (l’Idv, partito promotore dei referendum, non ha mai fatto mistero del fatto che non ha ricevuto un benché minimo supporto nella raccolta delle firme dal Pd, che anzi credeva non si sarebbe mai giunti al fatidico quorum).

Ed ora la storia si ripete: Bersani & co. dimostrano nuovamente di essere molto spesso sprovvisti di idee, di accodarsi, di rinunciare ad un ruolo di vera alternativa al sistema berlusconiano. Il risultato è un partito troppo spesso spaesato, non chiaro nella sua linea politica, a volte vicino alle voce più squisitamente di sinistra, altre volte lontano, un partito pigliatutto, ma che alla fine troppo spesso rimane con le mani vuote.

Ma attento Bersani: Fini, Rutelli e Casini sono noti per il loro essere voltagabbana. Il primo anni fa era legato a doppio filo alla cultura fascista per poi rinnegarla, soltanto due anni fa era un fervente berlusconiano convinto dell’esistenza di un partito dei giudici, per poi ora schierarsi dalla parte della magistratura nelle inchieste nelle quali è imputato Berlusconi. Il secondo ha cambiato ben cinque partiti: è nato politicamente con i Radicali, è stato tra i fondatori dei Verdi, è stato leader della Margherita, è poi confluito nel Pd e, dopo aver perso miseramente l’elezione a sindaco di Roma, ha fondato l’Api. Casini, infine, quando era leader del Ccd è stato favorevole all’alleanza col Carroccio, per poi trasformarsi con l’Udc  in fervente antileghista; e ancora: prima berlusconiano doc, poi antiberlusconiano; primo strenuo difensore del bipolarismo ed ora acceso terzista (alcuni anni fa dichiarava: “Il centro che conta è quello che si schiera. La gente non disperderà il voto in centri che non hanno prospettiva. Il centro vero deve scegliere perché il bipolarismo c’è, è nel cuore degli italiani che odiano le manovre di Palazzo”). Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Molto meglio.

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