TERZA REPUBBLICA/ Uno sguardo oltre la nebbia…

di Carlotta Majorana

La costituzione del governo tecnico, più faticosa del previsto, può essere utilizzata come spunto per una riflessione più ampia sulla nascita di una Terza Repubblica e su quali saranno le sue caratteristiche e i suoi protagonisti politici.

Dopo l’ubriacatura entusiastica del fine settimana scorso, la prima giornata di consultazioni si è chiusa in un clima dinebbia1grande incertezza. Mario Monti, “obbligato” a dover entrare nel gioco sporco della politica e costretto a fare i conti con la natura ibrida di un governo tecnico è stato proclamato presidente del consiglio. I partiti pongono condizioni, hanno richieste contrapposte, cercano di stare in equilibrio. Soprattutto, cercano di sopravvivere alla Seconda Repubblica, per entrare baldanzosi nella Terza.

Tuttavia, si pongono molti interrogativi, cui è difficile dare una risposta netta. Innanzitutto, sta nascendo davvero la Terza Repubblica? Pare di sì, pare che non ci sia spazio per le perplessità, dopo una chiusura coatta e parzialmente eterodiretta con il passato. E per passato si intende chiaramente Berlusconi e il berlusconismo. Berlusconi appare nostalgico e un po’ patetico quando cerca di sopravvivere a se stesso mandando in onda l’ennesimo videomessaggio (d’altronde “lo stile è l’uomo”, come diceva il filosofo e psicanalista Jacques Lacan) in cui rievoca la sua lontanissima discesa in campo. Quel tempo sembra finito per sempre, eppure la Terza Repubblica, se vuol davvero nascere e crescere dovrà fare necessariamente i conti con i ferrivecchi che eredita dalla Seconda e sbarazzarsene. In primo luogo del conflitto di interessi e della grave anomalia che ha rappresentato fino ad ora. Ma com’è possibile arrivare ad un prodotto politicamente così maturo fin quando non viene eletto un nuovo Parlamento? Il governo tecnico che faticosamente cerca di vedere la luce di certo non può affrontare un tema così spinoso, che dunque dev’essere forzatamente rimandato a tempi migliori. In questo senso, il governo Monti non può che apparire come un governo di transizione, sebbene si ponga come termine la natura fine della legislatura. E’ anche difficile immaginare una Terza Repubblica mentre quella che viene presentata come una situazione di emergenza assoluta impone una sospensione della democrazia (come d’altronde ogni emergenza fa), intesa nel suo senso letterale, sospensione che prelude, evidentemente, alla necessità di prendere in maggiore considerazione altri soggetti, come l’Europa, fino ad ora trascurati.
Inoltre, può davvero rivelarsi utile un periodo di pax partitica per dimenticare l’esasperata personalizzazione che ha caratterizzato la Seconda Repubblica? Forse non sarà sufficiente, d’altronde non può essere considerato un fenomeno esclusivamente italiano, sebbene presenti delle specificità. Oltre a Berlusconi e alla sua sovraesposizione, sono nati altri soggetti che presentano analogie preoccupanti. Negli anni, una certa deriva populista è sembrata inarrestabile, il populismo dello stesso Berlusconi, ma anche quello di Antonio Di Pietro, quello della Lega Nord, quello Di Beppe Grillo (ed è pacifico che nessuno dei citati accetti la definizione, non c’è da aspettarselo). La demagogia e il sensazionalismo sono stati due punti cardine della Seconda Repubblica, e potrebbero essersi radicati troppo in profondità, ma potrebbero anche aver reso immuni gli italiani da ogni fascinazione in questo senso. L’incertezza rende plausibile ogni ipotesi, anche quelle che fino a ieri apparivano impensabili. E’ davvero possibile che la Terza Repubblica faccia del suo tratto distintivo la sobrietà che tanto ammiriamo in altri leader internazionali ma da quali siamo stati così diversi in questi anni? Ma c’è anche da chiedersi, quanto saranno diversi i partiti e la classe politica della Terza Repubblica che pare incombente?
Quelli della seconda si sono distinti per egoismo e litigiosità, complice anche un bipolarismo imperfetto e forzato, cui probabilmente non eravamo pronti e cui nessuno sa come ovviare, se non attraverso la frantumazione e la costituzione di piccole formazioni. Chissà se saranno disposti a cambiare, ad accettare le regole meritocratiche con cui non hanno dovuto confrontarsi fino ad ora e a creare delle identità ben riconoscibili, che trascendano il singolo individuo. Ciò, probabilmente, può avverarsi solo se cambieranno direttamente gli individui. Dopo Tangentopoli sembrava davvero che non ci fosse più spazio per ben noti soggetti che invece hanno trovato il modo e il tempo di riciclarsi, simulando disinvolti cambi di look. Ci sarebbe da augurarsi, per questa ipotetica Terza Repubblica, che ci sia davvero un ricambio generazionale, ma che possibilmente non si traduca in un giovanilismo fine a se stesso, che non ha niente di nuovo e tutto di vecchio.   
Inoltre, se la Terza Repubblica vorrà davvero rappresentare qualcosa di nuovo, dovrà abbandonare la logica clientelare e non dovrà cedere alla tentazione del privilegio per pochi a scapito di molti. La classe politica della Seconda repubblica s’è meritata giustamente l’ingrato soprannome di “casta”, e lo ha meritato, perché si è sempre presentata in modo prepotente ed arrogante, un’arroganza che solo il potere vero può permettersi. Chi con le sue azioni ha effettivamente alimentato il sentimento di anti-politica di certo ora non può lamentarsene, ma non può lamentarsene nemmeno chi pretendeva di apparire differente ma non è stato in grado di dimostrarlo e comunicarlo. 
La Terza Repubblica dovrà, in qualche modo, colmare l’enorme voragine che s’è aperta tra la politica e l’elettorato, sempre più stanco, sempre più astensionista, rassegnato a non essere ascoltato da chi in teoria dovrebbe essere lì per rappresentarlo. In un momento in cui si rende necessario un ripensamento degli equilibri nazionali e internazionali, queste domande dovrebbe porsele la stessa politica, per non soccombere sotto il peso dei mercati, dell’economia che la sta inglobando, delle tensioni sociali che si stanno inasprendo e non c’è appello alla coesione che tenga. Le aspettative forse sono troppo alte, ma sarebbe bello poter sperare di uscire definitivamente da questo gioco al ribasso, dove tutto sommato il massimo cui aspirare non è altro che il meno peggio, per nulla dissimile dal voto con il naso tappato di cui parlava tanti anni fa Montanelli. E dove perfino il grigiore di un governo tecnico viene presentato come “l’unica alternativa”.
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