Terremoto Emilia, un anno dopo: Stato assente, ma resta la voglia di guardare avanti

20 maggio 2012. La terra dell’Emilia Romagna trema. Forte. Un disastro. 27 morti. Diversi comuni con ingenti danni. Tante, troppe, imprese in ginocchio. Ma qualcuno ce l’ha fatta. Nonostante l’assenza perdurante dello Stato. 20 maggio 2013: un anno dopo.

 

terremoto_emilia_un_anno_dopoDi quella notte in cui il cielo è crollato, gli emiliani ricordano il fiato spezzato e il cuore che per un istante lungo decenni si è fermato di battere. E’ il 20 maggio 2012 e la terra trema per la prima volta. Scala Richter 5.9. Poi una seconda scossa violenta il 29 e case e palazzi che si accartocciano lungo la via Emilia. Ad un anno di distanza restano gli scheletri di paesi che cercano di rialzarsi, una burocrazia lenta e soldi che a fatica arrivano nelle tasche dei cittadini. “L’emergenza è appena cominciata”, commenta Giuseppe Ganzerli, vice sindaco di Medolla, “non abbandonateci ora. Abbiamo bisogno di personale, ma a causa della crisi non possiamo assumere nuova gente. Monitoriamo i territori e cerchiamo di ripartire”. Medolla, Finale Emilia, Cavezzo, Mirandola, Novi, Carpi, Modena, Ferrara. Le vittime di una scossa lunga mesi sono disperse tra città che all’improvviso sono diventate note alle cronache nazionali. Piccoli centri di una pianura padana sconfinata tra chiese, portici e bar. Ad unirli le fabbriche e i capannoni di poli industriali tra i più importanti del Paese. Sono ancora lì come scheletri tra piloni di cemento piegati su se stessi e calcinacci radunati in un mucchio agli angoli delle strade.

L’allarme lo ha lanciato lo stesso Vasco Errani, presidente della regione Emilia Romagna: “Riteniamo che a oggi i fondi per ricostruire possano non essere sufficienti. Nello specifico, manca un miliardo di euro”. I danni prodotti dal sisma del 2012 si attestano intorno ai 12 miliardi, tenendo presente che 27 persone hanno perso la vita e ci sono stati oltre 16 mila sfollati. Nel conto dei fondi stanziati si calcolano quasi 10 miliardi provenienti dallo Stato (2,5 miliardi per la gestione dell’emergenza, 6 miliardi per la ricostruzione di case e imprese, 50 milioni ricavati dalle politiche per il piano di sviluppo rurale e 50 da quelle legate alla ricerca e all’innovazione), 670 milioni di euro destinati dall’Unione Europea e circa 37 milioni raccolti con gare di solidarietà e iniziative specifiche. La sfida della Regione per il 2014 è quella di reperire i soldi mancanti che sul territorio potrebbero fare la differenza.

I centri storici tra macerie e edifici inagibili cercano di ripartire. 16 le zone rosse riaperte su di un totale di 22. Non abbandonare le piazze e le vie del paese per evitare che la vita ricominci in periferia è l’idea delle tante cittadine emiliane che si trovano a fare i conti con una burocrazia ancora molto lenta. Così Cavezzo, uno dei paesi più colpiti dalla seconda scossa del maggio 2012, ha visto la nascita del centro commerciale “5.9”: “Si tratta di una struttura”, racconta la commerciante Debora Tolomei, “con sedici attività tutte ospitate da container. Volevamo restare nel centro del paese per evitare di abbandonare la zona e così abbiamo preso l’iniziativa”. Al primo piano “Radio Emilia 5.9?, conduce i programmi un gruppo di ragazzi dai 18 ai 25 anni. Trasmettono ogni pomeriggio e raccontano della loro vita che è ricominciata tra ansie, paure e calcinacci.

Il colpo più duro è quello al settore produttivo. In Emilia vive il 14% della popolazione regionale con 51mla imprese e circa 175 mila addetti. Il terremoto e la crisi economica sono stati due elementi letali per settori di prestigio a livello locale e nazionale. Ricominciare è sempre più difficile. In una situazione critica anche le 6000 aziende agricole della zona che in un anno, secondo la denuncia della Coldiretti, non hanno ricevuto nemmeno un euro di finanziamento. Il danno nelle campagne dell’Emilia è stimato per circa un miliardo: 600 mila le forme di Parmigiano cadute con il sisma, 37 i caseifici colpiti tra Modena, Reggio Emilia, Mantova e Bologna e rovinati oltre 600 allevamenti.

Della notte che ha ferito a morte l’Emilia ora restano le paure, nella speranza che politici e amministratori locali possano dare maggiori certezze. “Tutti dobbiamo fare i conti con i fantasmi”, ha ricordato il sindaco di Cavezzo Stefano Draghetti, “e un danno psicologico molto forte”. Le strade sono vuote la sera, non si lasciano a casa le mogli da sole e in giardino le tende sono ancora montate. Si dorme sul divano quando gli incubi non lasciano pace. “Tutti quanti speravamo che la ricostruzione partisse prima. Vedere i piazzali vuoti senza cantieri non aiuta. In ogni caso andiamo avanti e sarà il tempo a dare la giusta misura della capacità di reazione della nostra comunità”.

A chiudere gli occhi sembra quasi di sentirlo ancora il rombo della terra che trema senza alcun preavviso, forte, con una violenza tale da buttare giù i palazzi. E poi le grida strazianti di chi ha paura, di chi chiama disperatamente i propri cari, di chi, sotto le macerie, muore. Perché ciò che il terremoto ha lasciato dietro di sé è un marchio a fuoco nella mente degli emiliani, la cui vita, a maggio 2012, è cambiata. Dimenticare è impossibile, ricordare, inevitabile. Quella notte del 20, quando alle 4.03 il pavimento sembrò rovesciarsi. Quella mattina del 29, quando alle 9, sotto la rassicurante luce del sole, l’incubo tornò per portare con sé altre vite, altre storie, altre persone. In pochi secondi, appena qualche scatto della lancetta di un orologio, in 28 morirono e in 45.000, tra Modena, Bologna, Reggio Emilia e Ferrara, lasciarono le proprie case, con la consapevolezza che non tutti vi avrebbero fatto ritorno. Non tanto presto, almeno. Una catastrofe.

Oggi, a un anno da quei terremoti, l’Emilia ancora lotta per rialzarsi. Si tiene a bada la paura nonostante la terra tuttora tremi, certo, ma molto resta da fare in quella che un tempo era un’area rigogliosa di colture, brulicante d’imprese e affollata di persone. “Un mondo”, per citare le parole di Luisa Turci, sindaco di Novi di Modena. I fenomeni sismici non hanno ferito solo la terra, squarciandola dall’interno, ma anche la popolazione.

terremoto_emilia_un_anno_dopo_2013In dodici mesi la Regione Emilia Romagna ha chiesto e ottenuto circa 10 miliardi di euro per ricostruire ciò che il territorio ha perso, ciò che il terremoto ha cancellato. Ma la macchina della ricostruzione è un soggetto lento, pesante, e nonostante i soldi siano stati ufficialmente sbloccati a gennaio, cinque mesi dopo sono pochi, anzi, pochissimi coloro che ne hanno ricevuti un po’. Peccato che il tempo sia proprio ciò che manca alle aziende, che debbono riaprire se non vogliono chiudere definitivamente. Che devono riaccendere le macchine, e subito, se non vogliono licenziare centinaia, migliaia di operai, per poi fallire. Il tempo e la liquidità, ovviamente.

Chi ha potuto ha utilizzato i risparmi di una vita per ricostruire la propria casa o far ripartire l’azienda. Chi non ha potuto attende, se n’è andato, oppure si è indebitato. “Perché purtroppo, sebbene l’avessimo chiesto a più riprese, nessuno in un anno ha pensato a stipulare accordi con le banche per garantire prestiti alle imprese a tassi agevolati, o a soluzioni ponte per concedere denaro contante in attesa dei contributi – spiega Alberto Nicolini, presidente di Terre Mosse, associazione che riunisce oltre 40 imprese terremotate ma decise a non delocalizzare – la verità è che non ci sono solidi, i debiti ci soffocano, le aziende per non licenziare fanno fronte a diseconomie enormi e più che per guadagnare, chi è fortunato e lavora lo fa per sopravvivere. Fortunatamente gli emiliani sono persone in gamba e dove non è arrivato lo Stato, che tarda persino a pagare i rimborsi, è intervenuta la solidarietà”. Perché è così che molti hanno resistito mese dopo mese, con più fatture da pagare, in tasca, che banconote.

“Sì, è passato un anno dal terremoto, ma in realtà la ricostruzione è appena iniziata” racconta Massimo Palmieri, proprietario del Salumificio Mec Palmieri, che dal 1919, a San Prospero, produce tra i migliori salumi della tradizione emiliano romagnola – solo da qualche mese le gru sono al lavoro per ricostruire lo stabilimento”. E solo perché i Palmieri hanno deciso di pagare di tasca propria la demolizione e la ricostruzione della loro fabbrica. Ingarbugliati come tanti imprenditori dell’area ‘cratere’ nel fitto intreccio che è l’iter per presentare la domanda di rimborso, i due fratelli titolari dell’azienda hanno deciso di iniziare i lavori ancor prima di sapere quanto sarebbe stato loro riconosciuto dallo Stato, e nonostante di contributi, ancora oggi, non se ne siano visti. A macchinari fermi, a capannoni crollati e a commesse da rispettare, del resto, non se la sono sentita di rimanere con le mani in mano, in attesa che i soldi pubblici stanziati dal governo arrivassero a rifocillare le loro casse vuote.

Certo è che senza la solidarietà dei propri ‘vicini’, forse, Massimo non ce l’avrebbe fatta. Perché è questo ciò che di meglio il terremoto ha lasciato emergere, se qualcosa di buono si può trovare in una tragedia simile. La solidarietà. Quella che ha spinto le ditte concorrenti del Salumificio Palmieri a telefonare a Massimo per offrirgli la possibilità di produrre i suoi salumi nelle loro fabbriche, così che non dovesse chiudere. Quella che ha indotto alcune aziende della rete Net Base a mettersi a disposizione delle imprese del biomedicale, affinché potessero riaprire il prima possibile e consegnare le commesse agli ospedali di tutta Italia. I fratelli Palmieri, come molte altre aziende del tessuto emiliano, in cambio, sono rimasti. “Non saremmo mai potuti andare via – ricorda il titolare – questa terra non merita di essere lasciata sola”. E così i 60 operai che per Massimo lavorano. “Hanno tutti una famiglia – spiega – qualcuno è senza casa, qualcuno ha la moglie disoccupata, ha figli… non potevamo davvero lasciarli senza lavoro”. E questo non accadrà, infatti. Perché entro un paio di mesi il Salumificio riaprirà, le macchine saranno riaccese, e chissà, forse presto arriveranno anche i rimborsi per pagare tutti i debiti accumulati. “Ma mi raccomando – scherza Massimo – ditelo che i nostri salumi sono i migliori”.

Anche Fabio Mantovani e Mirco Ottani, proprietari della Obm di Medolla, che realizza impianti elettrici civili e industriali, hanno dovuto demolire quasi interamente la loro azienda storica, fondata dai genitori nel 1976, così conosciuta nel territorio che al funerale di Adriano Ottani, nel 2011, una folla si presentò per porgere l’estremo saluto. Anche loro sono dovuti ripartire dalle macerie, e dalle macerie hanno ricostruito ciò che la furia della terra ha distrutto.

“Dopo il terremoto – racconta Fabio – abbiamo parlato con i nostri clienti, piccole come grandi aziende, e insieme abbiamo deciso di restare. Di non abbandonare l’Emilia. Non è stato facile, abbiamo demolito e ricostruito tutto con i nostri risparmi e con qualche debito, ma il 10 maggio abbiamo inaugurato”.

Mirco e Fabio la mattina del 29 maggio, subito dopo il terremoto, erano già al lavoro. Non nella loro azienda irrimediabilmente distrutta, però. Erano in città, a Medolla. Perché la popolazione si era riversata in strada, ferita, terrorizzata, e aveva bisogno di aiuto. E loro non hanno voluto negarglielo. Hanno assistito il Comune allacciando tutti gli impianti necessari a collegare le postazioni temporanee situate in piazza, sotto le tende, e poi hanno collegato anche gli impianti della Protezione Civile, così che tutto fosse operativo nel più breve tempo possibile per accogliere gli sfollati. Ma quando glielo si fa notare scrollano le spalle, accantonando la questione come se il loro gesto non fosse stato poi così importante. “Abbiamo semplicemente dato una mano” sorride Fabio.

terremoto_orologio_finale_emilia_scossa_terremoto2Ora però, dodici mesi dopo quei terribili terremoti, sono loro, le aziende, ad avere bisogno di aiuto. A chiedere a gran voce che la pesante macchina statale si velocizzi, che magari anche la fiscalità si alleggerisca. Tutto da soli non possono fare. Anche se la solidarietà, in Emilia, non è mai mancata. Nemmeno quando il “mostro senza volto” ha strappato via la quotidianità come fosse un foglio di carta. Nemmeno quando pensare a sé stessi sarebbe stato forse più proficuo. “Ho visto tanti lavorare giorno e notte, dormire in auto qualche ora e rialzarsi, pronti ad aiutare clienti, concorrenti, vicini di casa – conclude Nicolini, l’emozione forte nella voce – qui c’è una partita Iva ogni 10 – 15 abitanti, lo Stato non lo dimentichi. Noi certo non dimentichiamo l’orgoglio che sentiamo dentro nel far parte di una terra tanto generosa, tanto solidale con chi è in difficoltà più di noi”.

 

LEGGI DALLA FONTE ORIGINALE – Martina Castigliani e Annalisa Dall’Oca su IlFattoQuotidiano.it

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