TERREMOTO EMILIA/ Lo Stato ancora non finanzia la ricostruzione. Ma per i terremotati riecco già le tasse

Terremotati di serie B, questo siamo”. Ecco il grido di dolore e rabbia dei tanti cittadini emiliani colpiti dal sisma del 20 e 29 maggio ed ora abbandonati dalle istituzioni. Ad oggi, a quattro mesi di distanza, lo Stato centrale è in drammatico ritardo: ancora non è arrivato nemmeno un euro per la ricostruzione. Non solo. L’esecutivo non ha nemmeno rifinanziato il fondo per l’emergenza e la legge approvata all’unanimità dal Parlamento che destina, per il 2012, 500 milioni di euro ai territori colpiti è in fase di stallo. E per i cittadini emiliani oltre il danno la beffa: nessuna proroga sulla sospensione dei pagamenti e quella che c’era non è stata nemmeno rispettata dall’Agenzia delle Entrate.

di Carmine Gazzanni

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E’ molto preoccupante che a quattro mesi dal terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna e le province di Mantova e Rovigo ancora non sia arrivato un euro per la ricostruzione da parte dello Stato”. La denuncia di Marco Carra (Pd) non lascia spazio a scusanti. Era il 20 maggio quando diversi comuni emiliani e lombardi venivano scossi da una forte ondata sismica che durò per giorni e giorni. Le immagini le ricordiamo tutti: case divelte, importanti edifici storici e religiosi distrutti, centri chiusi. Migliaia di cittadini senza una casa. L’intervento di istituzioni e politica fu immediato.

In una conferenza stampa a seguito della seconda forte scossa (il 29 maggio) anche Mario Monti, alla presenza del Governatore Vasco Errani, si pronunciò rassicurando i terremotati: “Invito tutti i cittadini ad avere fiducia. L’impegno dello Stato sarà garantito perché tutto avvenga nel modo migliore ed efficace”. E ancora: “Sono certo che supereremo questo momento. Lo Stato farà tutto il possibile nei tempi più brevi. I cittadini abbiano fiducia, l’impegno dello Stato è garantito”. E per concludere: “Dico chiaramente che questa nuova scossa che infligge ferite all’Emilia Romagna non coglie le istituzioni impreparate”. Parole chiare. Si interverrà al più presto perché le istituzioni non sono impreparate.

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Qualcosa, allora, dev’essere andato (molto) storto. Ad oggi, infatti, come ribadito da Carra, lo Stato ancora tarda nel finanziare la ricostruzione. La denuncia del parlamentare Pd è rivolta soprattutto al “mancato rifinanziamento del fondo per l’emergenza”: 50 milioni che dovevano servire anche per la realizzazione delle opere di messa in sicurezza di edifici pubblici e di culto. Non solo. La legge approvata mesi fa con la quale si sarebbero destinati altri 500 milioni di euro in favore dei territori colpiti è in fase di stallo. “Gli unici interventi – continua ancora Carra – sono quelli finanziati dagli enti locali, che sappiamo non stanno vivendo una stagione florida. La situazione non è tollerabile e l’atteggiamento del Governo è veramente incomprensibile”.

Ma non è finita qui. I cittadini emiliani, infatti, lamentano anche una disparità di trattamento rispetto ad altre zone terremotate in periodi precedenti. Prendiamo il caso del sisma del 2009 a L’Aquila: per gli abitanti abruzzesi – più che giustamente – sono state previste sospensioni dei versamenti tributari per oltre 12 mesi, un abbattimento del 60 per cento delle somme da ridare allo Stato ed un programma di restituzione suddiviso in 120 rate. Simile sorte è toccata anche nel ’97 ai cittadini umbri e marchigiani. Per gli emiliani, invece, no. Tanta confusione è stata fatta e, alla fine, a pagare sono stati i cittadini.

Cerchiamo di capire. In base a quanto previsto dal decreto n.74 del 2012 (convertito in legge il primo agosto), le lavoratrici ed i lavoratori dipendenti che risiedono nei comuni colpiti dagli eventi sismici del 20 e 29 maggio 2012 avrebbero dovuto usufruire della sospensione degli adempimenti e dei versamenti tributari fino al 30 settembre 2012. Il 24 agosto il Ministero dell’economia Vittorio Grilli firma un altro decreto con il quale si proroga la sospensione dei versamenti e degli adempimenti tributari al 30 novembre 2012. A questo punto, però, accade l’imprevedibile: l’Agenzia delle Entrate, precedendo quest’ultimo decreto del 24 agosto, attraverso un comunicato stampa diramato il 16 agosto 2012, comunica che le sospensioni fino al 30 settembre “non sono conformi alle norme vigenti”.

L’effetto di questa nota è stato disastroso: già in tante buste paga di agosto, infatti, sono scomparse le sospensioni e, in diversi casi, le tasse sospese nei mesi di giugno e luglio 2012 sono state già restituite in un’unica soluzione, provocando – ovviamente – un alleggerimento importante degli stipendi. Insomma, non solo non c’è stata alcuna proroga della sospensione dei versamenti tributari, ma addirittura non è nemmeno stata rispettata la scadenza fissata dal primo decreto legge.

Una situazione, dunque, paradossale e acuita da un altro particolare non di poco conto. Nel decreto con il quale il governo ha istituito il fondo per la ricostruzione, infatti, si dice espressamente che ai terremotati dell’Emilia non sarà riconosciuto il 100% dei finanziamenti per ricostruire la prima casa distrutta dal terremoto, a differenza di quello che giustamente è stato deciso per i terremotati abruzzesi e in occasione di tutte le altre ricostruzioni post-sismiche. Il motivo? Non ci sono soldi. È scritto esplicitamente nel comunicato pubblicato il giorno dell’approvazione del decreto: “alla luce delle risorse disponibili […] ai proprietari degli immobili in cui era presente l’abitazione principale è riconosciuto un contributo per la ricostruzione o ristrutturazione fino all’80% del costo sostenuto e riconosciuto per effettuare i lavori”. Stessa identica percentuale anche per gli “immobili destinati ad uso produttivo”.

Insomma, l’aria che si respira in Emilia nelle zone terremotate è di fortissima sfiducia: non solo non c’è copertura totale per la ricostruzione delle proprie case, non solo non sono stati rispettate le scadenze fissate, ma anche i soldi promessi stentano ad arrivare. “Siamo terremotati di serie B”, continuano a ripetere gli emiliani.

Chissà cosa direbbe oggi Monti dopo il proclama del 29 maggio in cui parlava di “istituzioni” che non saranno colte “impreparate”. La curiosità, molto probabilmente, rimarrà tale. E, soprattutto, senza alcuna risposta.

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