TECNOCRAZIA/ Far fuori Di Pietro e Grillo e trattare le larghe intese

«Trattativa» è termine di moda, ormai. Indica il patto di morte fra Stato e mafia come la sintesi fra Pd, Pdl e satelliti sulla nuova legge elettorale. «Trattativa», con tanto di evidenza grafica, i grandi giornali hanno battezzato l’accordo in ponte.

di Emiliano Morrone

dipietro-grillo_tecnocraziaIeri, giorno dell’approvazione alla Camera del dl Sviluppo, Alfano, Franceschini e Bersani hanno cercato l’intesa per messaggi verbali. Il primo ha preteso l’elezione diretta di deputati e senatori, gli altri collegi uninominali e sprint. Accantonata la riforma sulla spesa pubblica, invece, al Senato Pdl e Lega hanno converso sul semipresidenzialismo.

Il quadro conferma la paura delle urne dei montisti: troppo brevi i tempi per un meccanismo elettorale a loro utile, nel senso che li preservi da controllori o, peggio, governanti scomodi, cazzuti e a ragione incazzati.

Agosto incombe, mentre cresce il terrore dell’antipolitica. Al punto che la stampa forte ha presto evidenziato sul web uno studio del docente Iulm Massimo Camisani Calzolari, dedicato ai follower Twitter. Dopo quella di Grillo, il lavoro ridimensionerebbe la popolarità di Di Pietro. Come se la spinta di Grillo, i referendum, le leggi d’iniziativa popolare e le battaglie di Di Pietro in parlamento si potessero ridurre a contatti e interazioni virtuali.

Metti una, due, tre coincidenze insieme, e arriva il sospetto che operi un piano per tagliare l’opposizione ostinata al governo delle banche. Tutto un taglio, oggi: lavoro, scuola, ospedali, pensioni, università, comuni.

Domenica scorsa l’editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica, con questi dogmi: l’opportunità di elezioni a ottobre, la cessione della sovranità degli Stati europei, la necessità di un esecutivo venturo Pd-Udc, la giustezza del conflitto sollevato da Napolitano con la Procura di Palermo, la speculazione di «ribassisti» e «mestatori», successivo un richiamo a Di Pietro e Travaglio. Prima e dopo il Logos di Scalfari, invece, accuse di politica e stampa a salvaguardia delle rispettive posizioni, di potere diretto o derivato, nel processo dello Stato allo Stato del baratto. Su tutte, merita un focus l’aggressione ad Antonio Ingroia del deputato Calogero Mannino, imputato a Palermo nella «trattativa».

Alla Camera, ieri l’ex ministro dell’Agricoltura ha definito una «fangaglia» le conclusioni dei pm palermitani, che, come si sa, hanno chiesto il rinvio a giudizio per 6 uomini dello Stato, fra cui lo stesso Mannino e Dell’Utri, e sei uomini di Cosa nostra. Quindi, ha insultato Ingroia. Il solito Di Pietro, rivolgendosi duramente al presidente Fini, è intervenuto, durante le dichiarazioni di voto sul dl Sviluppo, per difendere la Procura di Palermo e la giustizia.

Questa di Palermo sembra una questione terza, rispetto ai provvedimenti per la ripresa dell’economia, con lo spread di nuovo al limite. Non lo è, in realtà. Perché l’obiettivo è accantonare la vicenda siciliana, coniugando vecchie postazioni di potere, che rimontano alla «trattativa», con il progetto di un’Italia supina alle lobby finanziarie d’oltralpe. Serve facciata, grancassa mediatica e proiezione del terrore, per raggiungere lo scopo. Ma i solutori della crisi stanno nel sistema di chi l’ha prodotta, si badi. E, letto il recente appello di Luciano Gallino, Guido Rossi, Valentino Parlato e altri, non siamo gli unici a pensarlo.

Tra le chiacchiere, l’ipocrisia e le assenze al voto sul dl Sviluppo, Di Pietro ha definito «una truffa» le misure previste: che avranno attuazione ed effetti nel lungo periodo; che impegnano cifre molto più basse degli 80 miliardi sbandierati dal governo; che promanano dall’ennesima fiducia, cioè senza discussione, con la beffa sull’ordine del giorno in Aula. A questo proposito, Di Pietro, il quale «ha chiesto a Napolitano di verificare che non vengano operate queste prese in giro», ha precisato: «Oggi il governo si è impegnato a modificare la legge che stiamo approvando e per cui ha chiesto la fiducia. Ma ci rendiamo conto a che punto di ipocrisia siamo arrivati?».

I pericoli sono enormi, in questo momento storico. Forse non ne abbiamo piena coscienza. Forse continuiamo a vivere nella convinzione che ogni cosa si rimetterà al proprio posto senza doverci impegnare, senza dover rischiare, parlare, agire. Siamo spesso indifferenti e divisi, rassegnati e lontani dalle sorti pubbliche. È questo il momento di ritrovarci e condividere, resistere, costruire.

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