SUD, ITALIA/ Gli schiaffi di G, il mitra di Caparezza, la Canzone e il grande jazz: figli di Annibale

Il Signor G non si sentiva italiano, pur essendolo “per fortuna o purtroppo”. Umberto Bossi si è sempre sentito padano, e a Ponte di Legno (Brescia) ha ripetuto per anni il rito dell’ampolla, che non sto qui a raccontare. Per certo Francesco Belsito, l’ex tesoriere della Lega, vi partecipò più volte. Pino Daniele cantava che “quell’autostrada è un muro” e Vinicio Capossela indicava il Sud come “terra di confine, terra di dove finisce la terra”. Il filosofo Massimo Cacciari, in un saggio del 2002, spiegava gli aspetti problematici dell’etimo “confine”. In genere, si conviene che l’Italia sia trina, non una: Nord, Centro e Sud, con mentalità, culture, abitudini diverse. Vediamoci meglio, qui e ora.

di Emiliano Morrone

Giorgio_Gaber_3Io immagino i barbari che secoli fa si trovarono nel Settentrione, gli etruschi in Toscana, Umbria e Lazio e gli italici in Calabria. Cucinavano a modo loro e avevano un senso proprio della società e del cosmo, della vita e della morte.

Annibale, secondo la band Almamegretta ed altri, sparse nella Penisola il seme africano. Ieri Umberto Eco ha ricordato su Repubblica la rigorosa operosità di Milano, aperta al teatro, alla musica e agli scambi, motore di un’Italia diseguale, dove a Roma la Dc faceva i suoi giochi e, aggiungo, a Reggio Calabria la Gelmini diventava poi avvocato. Proprio a “‘Ndrangheta City”, come l’ha ribattezzata Attilio Bolzoni in un lungo e recente reportage per Repubblica. Ovviamente la “povera” Gelmini non c’entra niente con i Condello, i De Stefano e le altre famiglie della mala.

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Negli ultimi anni s’è discusso della Questione settentrionale, portata nei palazzi del potere dal partito di Bossi. S’è dimenticata, però, la Questione meridionale. C’è voluto lo scrittore Pino Aprile per riprendere la storia dell’Unità d’Italia, che non fu solo e tanto l’azione illuminata di Cavour, l’eroica spedizione di Garibaldi nel Mezzogiorno e il sacrificio dei fratelli Bandiera, uccisi vicino Cosenza.

Goethe se ne andò a Sud, rapito dalla rude verginità dei luoghi, oggi riempiti di cemento, come ha descritto l’antropologo Mauro Minervino, traduttore di George Gissing, altro del Grand Tour, nel suo stupendo Statale 18. Il leggendario Enea, se non sbaglio, sbarcò in Puglia, dove per Caparezza “la notte è buia” e “fuma perfino il Gargano”, oltre all’Ilva di Taranto.

Con Chick Corea, tra i migliori pianisti jazz, originario di Albi (Catanzaro), Pino Daniele ci regalò un pezzo memorabile, Sicily. Il cantautore partenopeo definì l’isola come “terra ‘e nisciuno”. Oggi concluderemmo che non è né dei Riina né dei Servizi segreti italiani, né di chi ordinò per davvero l’assassinio di Paolo Borsellino.

Il grande bassista jazz John Patitucci, mio lontano parente, compose un brano strumentale che consiglio a tutti di ascoltare. Il titolo è Calabria, le note esprimono i contrasti della mia terra, della sua terra, del nostro vagare di emigrati, ormai apolidi.

Nella canzone Comunista, Lucio Dalla riabilitò “Andrea del vento, ragazzo di Crotone, che si fa avanti e racconta la sua vita di cafone”. Un cafone calabrese come me, che non ho mai indossato il gessato, portato la coppola o intimidito compratori di voti sporchi.

Comunque la mettiamo, il Sud è tutta un’altra musica, ancora incompresa.

 

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