STIPENDIO PARLAMENTARI/ Taglio di 700 euro dalla busta paga. Ma è l’ennesima bufala …

di Carmine Gazzanni

La notizia è di quelle che hanno dell’incredibile. I parlamentari hanno deciso di “tagliuzzarsi” lo stipendio: meno 1300 euro lordi (circa 700 euro netti). Eppure, a conti fatti, le cose non stanno proprio così. Ecco i motivi dell’ennesima bufala made in Montecitorio.

stipendio_parlamentariGià da ieri, chi più chi meno, tutti i quotidiani rendevano conto della stretta agli stipendi dei dipendenti pubblici decisa dal Governo Monti. In una nota ufficiale, infatti, il Presidente del Consiglio mostrava la propria consapevolezza sulla “importanza del contenimento dei costi degli apparati burocratici” e, proprio per questo, “in tempi fissati in novanta giorni il Presidente Mario Monti ha trasmesso al Presidente del Senato, Renato Schifani, e al Presidente della Camera, Gianfranco Fini, lo schema di provvedimento concernente il limite massimo retributivo dei dipendenti pubblici, previsto nel ‘Salva Italia’”. Ad essere toccati, dunque, tutti i dipendenti pubblici il cui stipendio avrà, da ora in poi, un termine di paragone, un parametro di riferimento: quello del primo Presidente della Corte di Cassazione. “In nessun caso – infatti – l’ammontare complessivo delle somme loro erogate da pubbliche amministrazioni potrà superare questo limite”.

E, chiaramente, non potevano non essere toccati anche loro, i parlamentari, i cui stipendi saranno tagliati di 700 euro netti. Non stiamo parlando, com’è evidente, di una mannaia. Ma, per lo meno, è un inizio. Non solo.  A questi tagli si aggiunge una riduzione del 10% per le indennità dei deputati titolari di incarichi istituzionali, ovvero il Presidente della Camera, i vicepresidenti, i deputati questori, i segretario di Presidenza, i presidenti e membri degli uffici di presidenza degli organi parlamentari. E ancora: i rimborsi per le spese per i collaboratori parlamentari (i cosiddetti portaborse) non saranno più al 100% forfettarie, ma al 50. Il resto, per essere rimborsato, dovrà necessariamente essere rendicontato e documentato dai parlamentari.

Tuttavia, c’è qualcosa che non torna. In effetti, il taglio di cui abbiamo parlato, che è stato presentato da molti come il primo passo verso un Parlamento “meno casta”, è solo una naturale conseguenza di un’altra norma che non modifica per nulla il peso (e dunque il contenuto) delle buste paga dei parlamentari nostrani. In effetti, tale decurtazione arriva contestualmente ad un’altra norma, che segna il passaggio dai vitalizi al calcolo contributivo per l’ottenimento dell’assegno pensionistico. In altre parole, basta col sistema retributivo (che era ancora valido soltanto per i parlamentari) – tramite cui la pensione non era determinata dai contributi versati, ma, come sappiamo, dallo stipendio degli ultimi cinque anni (una legislatura, per intenderci) – ed ecco il sistema contributivo anche per loro. Il motivo di questa misura? Semplice: omogeneizzare il criterio per l’assegnazione della pensione tra “casta” e comuni cittadini.

Ed ecco allora la bufala: se non ci fosse stato questo taglio i parlamentari, col passaggio al contributivo, avrebbero preso ancora più di quanto prendono oggi. Col rischio di alimentare un già forte malcontento sociale. Infatti, i vitalizi (sistema retributivo) entrano nell’imponibile e, dunque, sono tassati. I contributi previdenziali invece (previsti, chiaramente, dal contributivo) no. In altre parole, con la stessa pensione, passando dal retributivo al contributivo, il guadagno “lordo” (tassato) si sarebbe tradotto in un guadagno netto.

Ed ecco allora il taglio: 1300 euro lordi (700 netti) in meno per i parlamentari. Risultato? Come spiegato, il taglio è solo formale perché lo stipendio, al netto, resterà lo stesso. Nessuna decurtazione concreta quindi.

Come diceva Tomasi di Lampedusa, “bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale”.

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