SPESE MILITARI/ Ingroia: “Ecco come risparmiare 230 miliardi nei prossimi 12 anni.”

Ecco quanto gli sprechi militari tolgono all’economia di un Paese in crisi come l’Italia: dove tagliare e risparmiare? Come reinvestire?

 

di Viviana Pizzi

ABOLIRE LE SPESE MILITARI E DESTINARLE AL LAVORO

Ridurre la spesa militare per aiutare poveri e indigenti e creare posti di lavoro. Che arriva a 25 miliardi annui. Quella per 90 caccia bombardieri F 35 da sola è pari a 15 miliardi di euro. Numeri che stridono con quelli della povertà e della disoccupazione ormai arrivata all’11,2% nel dicembre scorso.

Il programma F 35 appartiene un po’ a tutti.  In Italia è iniziato nel 1999 con il governo D’Alema ed è stato confermato nel 2002 dal secondo Governo Berlusconi per poi passare a Prodi nel 2006 e al terzo Berlusconi nel 2009. In origine gli F 35 erano 131 e ora sono passati a 90.

Ora nel 2013 dopo quattordici anni di spese pazze per un piano militare che potrebbe essere evitato, scende in Campo Rivoluzione Civile che propone insieme al suo leader Antonio Ingroia di bloccare tutti i programmi di acquisto di nuove armi e destinare proprio quelle risorse al lavoro. Il risparmio nell’immediato dovrebbe essere proprio di quindici miliardi  di euro per poi passare a 25 abolendo tutti i piani militari.

 

SENZA F 35: SI RECUPERANO METÀ DEI POSTI DI LAVORO NELL’EDILIZIA

Come investire nel lavoro i soldi risparmiati? Ecco un esempio pratico. Si potrebbero far fruttare nei lavori di edilizia scolastica, per le infrastrutture e le opere a difesa dell’ambiente.

Secondo l’Ance (Associazione Nazionale Costruttori Edili) un miliardo di euro investiti nel settore delle costruzioni determina una ricaduta di 3,374 miliardi di euro. Di uno nelle costruzioni, 1013 miliardi nei settori direttamente collegati e 1,361 nella spesa delle famiglie alimentata dall’aumento dei redditi generato dalla maggiore produzione.

Tutto questo che significa? Che i 15 miliardi di euro risparmiati dall’acquisto dei caccia bombardieri investiti nel settore costruzioni genererebbero un indotto di oltre 50 miliardi di euro. A livello occupazionale aggiungere un miliardo alla produzione significa creare 17 mila posti di lavoro. Di conseguenza quindici miliardi di euro porterebbero a creare 255.000 unità lavorative ossia la metà dei posti persi negli ultimi due anni nel settore edilizio. E in questo periodo di crisi non è poco.

 

NO ALLA LEGGE DI PAOLA SULLA RIORGANIZZAZIONE MILITARE

taglispesemilitariLe idee di Rivoluzione Civile nell’ambito militare non si fermano all’abolizione del programma F 35. Antonio Ingroia è contrario anche alla riforma delle forze armate  voluta dal ministro Di Paola. Tutto questo perché ipoteca una spesa di più di 230 miliardi di euro nei prossimi 12 anni che potrebbero risollevare invece, qualora non spesi in armi, anche altri settori del lavoro in crisi come quello dell’edilizia.

Certo nell’idea di Ingroia bisogna sempre tener conto della situazione internazionale, non si parla di smantellamento totale. Allo stesso tempo però bisogna anche tener conto del contenimento della spesa pubblica riducendo le forze armate e mettendo fine agli sprechi e ai privilegi che investono il settore della Difesa. La ricetta sarebbe questa: ridurre immediatamente le basi americane presenti in Italia partendo da quella di Vicenza.

In cosa consiste però questa famosa legge Di Paola alla quale il Pd di Bersani ha fatto un’opposizione quanto mai blanda? Approvata a dicembre la legge autorizza le Forze armate a riorganizzarsi in proprio in 12 anni con una delega per ora in bianco. Potranno rivedere modello organizzativo e infrastrutture e chiedere il pagamento delle attività di protezione civile. Introduce anche il principio dell’invarianza della spesa: i risparmi, con cui si taglieranno anche posti di lavoro, resteranno alla Difesa con una “flessibilità gestionale” che l’autorizza spendere come vuole e si prevede in armamenti.

 

NO ALLE TRUPPE MILITARI IN MALI, SI AGLI AIUTI UMANITARI

L’idea sugli interventi militari di Rivoluzione Civile si differenzia dall’asse Bersani – Monti anche riguardo alla questione dell’intervento in Mali in aiuto del Governo francese. Infatti mentre le due forze hanno detto sì all’aiuto al Presidente della Repubblica francese Francois Hollande, Antonio Ingroia sostiene che l’Italia non deve dare alcun sostegno militare all’intervento francese.

In che consiste invece quello che secondo il movimento deve essere fatto? Bisogna sostenere tutte le forze che stanno lavorando in senso contrario all’intervento militare e operano invece per ottenere l’immediato cessate il fuoco per creare le condizioni per una soluzione politica.

Non partecipare alla missione di guerra però non significherebbe non essere d’aiuto e girare la testa altrove. Perché appoggerebbe l’intervento dell’Onu qualora sia trasparente e slegato dagli interessi delle ex potenze coloniali. Invece devono inviare aiuti umanitari alle centinaia di profughi causati dalla guerra. Questo per permettere all’Italia di inserirsi a pieno titolo nelle nazioni che cooperano per la soluzione di problemi come la fame, la miseria, i diritti umani, la democrazia e l’ambiente.

Una via che dovrebbe prevenire il sorgere di pericolosi conflitti mondiali a scapito della loro risoluzione pacifica. La ricetta Ingroia è proprio quella di organizzare un sistema Italia della cooperazione internazionale approvando una legge e promuovendo la cooperazione comunitaria.

 

QUESTIONE MEDIORIENTALE: SI ALLO STATO DELLA PALESTINA

Il parlamento italiano ha votato sì e anche Rivoluzione Civile di Ingroia è d’accordo: lo stato Palestinese va riconosciuto come indipendente da quello di Israele.  Si tratta di due popoli che devono vivere in due Stati diversi.

Come fare per arrivare all’obiettivo? Impegnarsi per ricostruire la pace in Medio Oriente secondo quanto previsto dal diritto internazionale e dalle risoluzioni dell’Onu.

Per farlo bisogna anche costruire un’Europa dei cittadini sociale e non violenta attraverso una nuova istituzione che si chiami Comunità del Mediterraneo.  Così facendo si può anche promuovere la cooperazione per la lotta contro la grande criminalità organizzata transnazionale.

Anche in vista di creazione di organismi di coordinamento internazionale per un’antimafia globale. Tutto questo rafforzando le istituzioni  internazionali dei diritti umani e creando le  istituzioni nazionali per i diritti umani a  cominciare dalla Commissione diritti umani e dal Difensore civico nazionale. Solo così si potrebbe garantire di realizzare l’agenda dei diritti umani proposta da Amnesty international.

Un programma ambizioso  che potrebbe davvero portare cambiare la rotta della partecipazione italiana alla vita militare dell’Europa e del Mondo. Che prima di tutto però porterà lavoro e occupazione e in questo momento di crisi non è poco.

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