SPESE CULTURA/ Italia maglia nera d’Europa: stupida massa in stupido Stato?

In Italia la spesa per il settore culturale arriva appena un miliardo e ottocentomila euro l’anno mentre in Francia la cifra è 12 volte superiore (oltre dodici miliardi’anno), la Germania arriva 8, 6 miliardi e la Gran Bretagna 5,3. Come incidono questi numeri nello sviluppo del Paese e nella manipolazione del pensiero generale?

 

di Viviana Pizzi

Cifre che mettono in evidenza un dato triste ma che purtroppo è emerso in questi ultimi anni con i tagli al settore voluti dai recenti governi: ci vogliono ignoranti per governarci meglio.


LE AZIONI DEI GOVERNI BERLUSCONI E MONTI

I governi Berlusconi e Monti non hanno prodotto ricchezza nel settore: quello che invece si è potuto vedere è un attacco di inaudita violenza alla cultura e all’informazione  che dovrebbero rendere le persone “cittadini consapevoli”.

Il Fondo unico dello Spettacolo durante gli ultimi due governi è stato ridotto alla metà circa: da 500 milioni di euro che venivano impiegati nel 2008 all’inizio dell’ultimo Governo Berlusconi (cifra che in Francia serve a finanziare soltanto il settore cinema) è stato portato soltanto a 200 milioni di euro nel 2012. Si sono inoltre messe le mani sul servizio pubblico radiotelevisivo portandolo verso una lenta privatizzazione e accentrando enormemente i poteri nelle sole mani del direttore generale.

Oggi infatti Luigi Gubitosi ha nelle mani una fetta di potere molto grande. Può da solo decidere infatti  se bloccare o no le nomine Rai di direttori di Rete di Tg e dei vicedirettori. Tema su cui non soltanto Berlusconi e Monti stanno cercando di mettere le mani e impostare la politica della lottizzazione che va avanti dal dopoguerra.

 

BERSANI PARTECIPA ALLA LOTTIZZAZIONE RAI

Sulla spesa nel settore cultura Bersani sostiene che siano poche in Italia e si promette di far si che i fondi per il settore aumentino. Nel caso dell’informazione però le posizioni del Pd non sono così diverse da quelle di Berlusconi e Monti. Anche Pierluigi Bersani infatti partecipa alla spartizione delle poltrone all’interno del consiglio di amministrazione in Rai.

Tramite il direttore di Rai 3 Andrea Vianello e quello del Tg3 Bianca Berlinguer di fatto controlla un pezzo del settore dell’informazione pubblica attraverso il terzo canale nato appositamente nel 1979 per favorire la partecipazione del vecchio Pci alle spartizioni di un sistema che assegnava Rai Uno alla Dc e Rai due al vecchio Psi. Ora invece Rai 1 è appannaggio dell’Udc, Rai 2 del Pdl e Rai 3 proprio del Pd come già dimostrato da noi in precedenza.

mind_control_be_carefulBersani è colui che non si è opposto alla dirigenza della Rai voluta da Gubitosi soltanto per garantirsi elezioni più controllate ma, stando a quanto riportato da “Il Fatto Quotidiano” è anche colui che è pronto a chiederne le dimissioni qualora non faccia seguito alla necessità di nominare i vicedirettori delle varie reti previste nel periodo immediatamente successivo alle elezioni.  Ergo un pezzo del sistema.

 

FUORI DALLE LOTTIZZAZIONI SI CHIEDE DI ELIMINARE L’INFLUENZA DEI PARTITI DALLA RAI

Fuori dal “sistema Rai” Rivoluzione Civile, così come Grillo. Al contrario degli altri partiti che lottano per un posto al sole che gli permetta di controllare meglio il sistema dell’informazione Ingroia chiede l’approvazione di una legge sul conflitto di interessi e una legge antitrust che rompa gli attuali oligopoli. Punta anche alla riapertura del mercato della pubblicità che impedisca la nascita di nuove posizioni dominanti e lesive della concorrenza e del pluralismo.

Una riforma del settore che garantisca la centralità del servizio pubblico radiotelevisivo e garantisca una gestione democratica e partecipata e decentrata della Rai.  Per farlo è necessario eliminare l’ingerenza dei partiti nominando i membri del Consiglio d’amministrazione in base a curricula e progetti editoriali scelti tra il personale della cultura, dell’informazione e della produzione culturale. Sia nelle reti che nelle testare si deve tornare alle assunzioni per concorso pubblico.

Per farlo bisogna che si pensi a un nuovo inizio per la cultura e il sistema delle comunicazioni. Portando l’investimento nella cultura almeno all’1% del Pil finanziando tramite la fiscalità generale e di scopo.

Anche per i settori culturali diversi dall’informazione (teatro, cinema, musica, spettacolo viaggiante, artisti di strada, editoria libraria e carta stampata) occorrono leggi di sistema che garantiscano risorse certe e pluralismo dell’offerta culturale e delle strutture produttive. Uno sguardo anche ai lavoratori della cultura che devono essere garantiti come tutti gli altri: occorrono ammortizzatori sociali, malattie professionali, infortuni sul lavoro, maternità, diritto alla pensione e il riconoscimento del carattere intermittente del loro lavoro.

Per farlo è necessaria la defiscalizzazione degli investimenti in cultura e l’Iva al 4% per tutte le opere e le attività culturali.

Dove trovare il compenso economico? Con la promozione di leggi che tutelino da un lato la possibilità di scaricare opere audiovisive o musicali dalla rete e dall’altro il diritto d’autore come compenso economico del lavoro creativo ed artistico e come diritto morale a difesa dell’integrità e del destino della propria opera.

Un programma che metta al centro di tutto la dignità dei lavoratori e la necessità della promozione della cultura. E che escluda la politica dal controllo dell’informazione e della cultura.

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