SPENDING REVIEW/ Il decreto diventa legge, sì della Camera alla “summa della incostituzionalità”

Con 371 voti favorevoli, 86 no e 22 astensioni il testo è diventato legge. I tagli riguardano soprattutto la pubblica amministrazione ma anche i costi di alcuni servizi sulla presidenza del Consiglio. Il testo è passato con i sì del Pd e di Fli e contro il parere del Pdl e dell’Idv.

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di Viviana Pizzi

spending_review_diventa_leggeCi ha pensato la Camera dei deputati a licenziare il testo dopo che anche il Senato aveva detto sì qualche giorno fa. Cosa significa tutto questo?  Che il testo  discusso oggi a Montecitorio entra subito in vigore. Il decreto ha ricevuto, alle 15,45,  371 sì, 86 no e 22 astensioni.

In aula erano presenti in 479, nonostante un video prodotto da “Il Fatto Quotidiano” ha mostrato l’assenza di molti deputati quando si è discusso della legge.

Tuttavia i  votanti sono stati 457.

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Gli articoli approvati sono stati numerosi. Tra i tagli previsti dalla nuova legge c’è quello  al personale e degli acquisti della pubblica amministrazione. Non mancano il riordino delle province, gli sconti sui farmaci per la sanità pubblica e le nuove norme per l’aumento delle tasse universitarie.

Ma a cosa punta il provvedimento sul quale ha lavorato per giorni il supercommissario Enrico Bondi?

A ridurre la spesa per l’acquisto di beni e servizi,  a rivedere l’organico della pubblica amministrazione con un taglio, entro ottobre, delle dotazioni delle amministrazioni centrali (con un meno 20% per la dirigenza e meno 10% per il resto del personale) e una revisione del turn over.

Dalla presidenza del Consiglio dei Ministri informano che è stato infatti introdotto inoltre il contenimento dei costi per il parco auto, i buoni pasto e la riduzione delle spese per il funzionamento della presidenza del Consiglio.

Ma cosa significa tutto ciò? In base al comma 6 dell’articolo 19 della tanto odiosa legge si evince che il personale non verrà affatto toccato. In pratica il comma a cui si fa riferimento nel primo passaggio riguarda il personale di dirigenza; quello invece a cui si riferisce nel secondo indica le consulenze esterne, i contratti a tempo determinato, conferiti “a persone di particolare e comprovata qualificazione professionale”.

Per costoro nessuna spending review, insomma. Il che non è affatto secondario perché  sempre nel decreto del 30 marzo 2011, infatti, si legge che sono proprio costoro, gli illuminati da consulenze esterne, a godere di un trattamento piuttosto privilegiato: il servizio economico per costoro, si legge ancora nel decreto, “può essere integrato da una indennità commisurata alla specifica qualificazione professionale”. Insomma, i consulenti possono aspirare ad un’indennità a differenze degli stessi dirigenti. E sono proprio questi incaricati esterni a sottrarsi dalla mannaia della spending review.

Come direbbe il buon Tomasi di Lampedusa: tagliare tutto per non tagliare proprio niente. Almeno per quanto riguarda la politica e il personale che conta a discapito delle piccole amministrazioni come le province tra cui quella di Isernia che è stata completamente cancellata dal decreto insieme a Matera e Terni.

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Ma i partiti politici su questo argomento caldissimo si sono spaccati. Da una parte, insolitamente, l’Italia dei Valori e il Pdl hanno espresso i loro malumori, Pd e Futuro e Libertà si sono schierati a favore dell’esecutivo Monti.

Per quanto riguarda i dipietristi la posizione ufficiale e la decisione di votare contro era già stata annunciata in mattinata dal vicepresidente Antonio Borghesi.

Questo decreto – ha annunciato – è la summa della incostituzionalità” perché ha contenuti “eterogenei e frammentari”. Rappresenta “un’aberrazione” costituzionale visto che si è inserito “un intero decreto legge dentro un altro decreto legge”.

Entrando nel merito il deputato ha sottolineato che “siamo in presenza di una logica di tagli , anziché quella di una revisione strutturale dei meccanismi che alimentano le spese”.

I dubbi di Carlo Ciccioli del Pdl si sono concentrati sulla situazione economica del Paese

Si rischia di “raschiare un barile già vuoto – ha spiegato Ciccioli, la pressione fiscale che rasenta il 50%non è sostenibile come non lo è un aumento dell’Iva. Mettere i conti in regola, secondo l’onorevole, sta “deprimendo il sistema economico italiano” al punto che il dopo significherà “disoccupazione e compressione dei consumi”. E nel frattempo è accaduto anche questo. Quando le agenzie hanno incominciato a “battere” le dichiarazioni del premier Mario Monti (con Berlusconi al governo spread a 1200) i deputati del Pdl hanno fatto andare sotto il governo su un ordine del giorno del decreto per la spending review che riguarda la sicurezza.

Lo abbiamo fatto apposta – ha spiegato il tesoriere del gruppo Pietro Laffranco per protesta contro le parole di Monti su Berlusconi. Abbiamo voluto lanciare un segnale”.

Diversa la posizione del finiano Aldo Di Biagio.

Il decreto sulla spending review è ormai entrato nell’immaginario collettivo come una sorta di grossa forbice amministrativa che infierisce su tutto e tutti, un’immagine certo fantasiosa che sta anche a noi rettificare”.

Nel confermare il sì  espresso da Futuro e Libertà Di Biagio ha aggiunto: “Vogliamo credere che con questo provvedimento ci sia davvero voglia di voltare pagina. Infatti da Fli si aspettano che questi cambiamenti  possano tramutarsi “in una sorta di opportunità, che possano rappresentare una porta normativa e finanziaria attraverso la quale sia possibile accedere ad una nuova pagina della storia amministrativa del Paese”. 

Dal Pd  avevano già parlato di fiducia “scontata”.

Se fossimo andati a un dibattito parlamentare normale– ha commentato Merlo-  ci sarebbero state parecchie defezioni, il Pd vigilerà affinché i servizi di base non vengano messi in discussione. Il servizio sanitario “dovrà rimanere universale” mentre i tagli “sono tanti, ma sui servizi alla persona, garantiremo la tutela dei diritti”.

Dal suo canto  il segretario Pier Luigi Bersani ha voluto far sapere che chiederanno “che vadano fatte delle correzioni, perché va bene tagliare gli sprechi ma non la spesa sociale”. Esattamente quello che non sta facendo Monti.

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