SPENDING REVIEW/ Governo e ABC mantengono la casta, bocciati i veri risparmi

Spending review. Riduzione della spesa pubblica. Oggi è cominciata la discussione in Aula e, mentre gli organi di stampa sono stati attirati dalle possibili “cifre” in gioco, noi siamo andati a leggere i vari emendamenti bocciati. Si rimane scioccati: bocciato l’emendamento che avrebbe permesso di destinare nell’immediato i soldi risparmiati per alleggerire la pressione fiscale; bocciati i tagli alle consulenze, alle spese di rappresentanza, agli uffici di presidenza delle regioni, province e comuni; bocciato l’emendamento che avrebbe abolito la possibilità del doppio incarico ed anche quello sulle auto blu. Ma cosa intendono Monti e ABC con spending review?

di Carmine Gazzanni

Tagli alle amministrazioni pubbliche, alla sanità, ai lavoratori pubblici. Ancora non conosciamo il testo definitivo della cosiddetta spending review (che peraltro tarda ad arrivare) e già molti, dai sindacati ai partiti fino ad alcuni ministri stessi, sono in allarme. È in un forte clima di incertezza, dunque, che è cominciata la discussione in Aula. E, mentre diversi organi di stampa sono presi soltanto dallo stabilire se la manovra sarà divisa in due tranches o meno, sono stati votati i primi emendamenti. Molti di questi sono stati bocciati – come ormai succede sempre con il governo Monti – perché non graditi all’esecutivo. Non sia mai scontentare i professori di governo. Questione di responsabilità, cantano in coro Pd, Udc e Pdl.

Eppure a leggere alcuni di questi emendamenti bocciati si rimane tra lo sconcertato e l’esterrefatto. Prendiamo, ad esempio, l’emendamento 1.3 presentato da Silvana Mura (Idv): dopo le parole “razionalizzazione delle attività e dei servizi offerti”, chiede la parlamentare, aggiungere “nella salvaguardia delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantite in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale”. Sembrerebbe un’aggiunta talmente ovvia che non varrebbe nemmeno la pena votare. E invece la commissione Affari Costituzionali, si legge nel resoconto della seduta di oggi, “formula un invito al ritiro, altrimenti il parere è contrario”. La parlamentare Idv decide di non ritirare. La Camera, dunque, vota: solo 16 sì, 361 i no. Insomma, come se per 361 parlamentari non si dovesse tener presente i “diritti civili e sociali” nei tagli del governo Monti.

Ma andiamo avanti. Altro emendamento interessante è firmato Lega Nord. È l’emendamento 1.13: “ai fini dell’attuazione del presente decreto, le risorse ricavate dalla riorganizzazione e revisione della spesa delle amministrazioni pubbliche sono destinate prioritariamente, insieme a quelle derivanti dal contrasto all’evasione e all’elusione fiscale, alla riduzione della pressione fiscale, in particolare sui redditi da lavoro e da impresa”. Ovvio: nel momento in cui si predispongono tagli, cui prodest se non per ridurre la pressione fiscale? E invece la Camera la pensa diversamente: 62 sì, 363 no.

Ancora. Antonio Borghesi ha pensato, nella formulazione dei suoi emendamenti, che forse qualche auto blu in meno avrebbe permesso di recuperare un bel po’ di euro. Come dargli torto. Ed ecco, allora, l’emendamento 5.16: “dopo le parole ‘le misure di razionalizzazione della spesa’ aggiungere le seguenti ‘con particolare riferimento alle spese relative alle autovetture di servizio per la pubblica amministrazione statale e locale, con esclusione di quelle per il soccorso pubblico’”. Niente da fare: commissioni e governo esprimono parere contrario. Si passa al voto della Camera: 64 sì, 390 no. Si deve pensare che questi 390 siano particolarmente affezionati ai loro macchinoni pagati con i soldi dei cittadini.

Insomma, non c’è spazio per i tagli a privilegi e spese assolutamente superflue. Né finisce qui:  l’emendamento sui tagli alle spese di rappresentanza, quello per accelerare la liquidazione di enti disciolti (che ad oggi è soggetta a tempi biblici, basti pensare all’ex partito di Rutelli …), quello relativo alla riduzione di “consulenze e collaborazioni esterne e quello sulle “spese relative agli uffici di supporto dell’attività dei presidenti di regione e di provincia, dei sindaci, nonché degli assessori delle giunte regionali, provinciali e comunali”. Niente da fare. Tutti bocciati. Senza appello. Tutti con il parere contrario – ci mancherebbe – delle commissioni e del governo a cui, a questo punto, verrebbe da chiedere su cosa stia pensando di tagliare, se non su quegli enti e quelle amministrazioni che sono l’emblema dell’Italia sprecona in cui viviamo.

Né c’è stato modo di inserire un altro emendamento che avrebbe legato i tagli all’evasione fiscale. Sebbene infatti tutti – dalla Banca d’Italia alla Corte dei Conti – concordino nel ritenere che la lotta all’evasione possa dare una grande mano al nostro Paese per risollevarlo dalla crisi, l’emendamento presentato da David Favia, “potenziamento delle strutture e degli strumenti di controllo e di monitoraggio dell’attività di contrasto all’evasione ed elusione fiscale e contributiva”, non ha ricevuto il parere favorevole di governo e di quella stragrande maggioranza incline a chinare il capo.

A riprova di quanto detto un ultimo emendamento (tra i tanti) bocciato. E probabilmente è proprio questo che più di tutti lascia sgomenti e, probabilmente, anche con un pizzico di rabbia. Anche questo (il 6.02) è a firma Silvana Mura: “I componenti – si legge – dei consigli di amministrazione e dei collegi sindacali degli enti pubblici, anche economici, e degli organismi pubblici, anche con personalità giuridica di diritto privato, nonché degli enti concessionari di pubblici servizi, non possono far parte contemporaneamente di più di due consigli di amministrazione o di due collegi sindacali”. Una misura non solo utile dal punto di vista politico ed economico, ma anche encomiabile dal punto di vista morale, vista l’insofferenza di molti cittadini costretti a pagare pesanti tasse e vedere, dall’altra, doppi petto godere di doppio stipendio. Niente. Il governo prima, la Camera poi respingono: 72 sì, 382 no.

Un giorno chiederemo a Monti, Bersani, Alfano e Casini cosa intendano per “spending review”.

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