“Sono stata violentata per 20 anni. L’ho denunciato. E ho vinto.” La lettera shock di una lettrice.

Ci aveva scritto alla vigilia della sua testimonianza in aula. Doveva raccontare davanti a un giudice il suo calvario di violenza. Venti anni fatti di paure, botte, stupri e poi l’ultima aggressione sessuale, quella avvenuta lo scorso agosto quando lui, lo stupratore, si è sentito braccato dal coraggio crescente della sua ex vittima. Lui e lei uno davanti all’altro, con lui che la aggredisce e violenta per l’ultima volta. E poi lei, la donna aggredita, che si alza dal giaciglio dove il suo aguzzino l’aveva trascinata, cammina per strada ma stavolta non raggiunge la sua casa per nascondere le sue ferite e buttare i vestiti strappati. Va direttamente in caserma dai carabinieri per denunciare per porre fine alla sua sofferenza. La lettera che ci scrive era diretta anche al giudice che ha condannato lo stupratore. Lo aveva fatto perché aveva paura di non riuscire a proferire parola in aula. Invece non solo ci è riuscita ma ha vinto anche lo sguardo del suo aggressore raccontando sé stessa e il suo dolore in un confronto in cui ha vinto lei, col corpo e l’anima. Un coraggio premiato con una condanna a quattro anni di carcere per violenza sessuale e minacce. Non è definitiva ma all’uomo è stato impedito di dimorare dove vive lei. Abbiamo deciso di pubblicarla integralmente per invitare le donne a denunciare quello che subiscono sempre e comunque. Per abbandonare lo status di vittime e diventare protagoniste del proprio destino.


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Lettera firmata

Per ovvie questioni di privacy e sicurezza la Redazione ha scelto di mantenere riservate le generalità dell’autrice.


Signor giudice,

ho scritto queste memorie perché sono una donna emotiva. Avevo paura che davanti a Lei e alle altre persone presenti in aula non sarei riuscita a proferire parola. So benissimo che il suo compito é quello di giudicare la colpevolezza o meno dell’imputato. So bene che é lui sotto processo e noi io. La sua e non la mia vita dovrebbe dipendere da questo giudizio. Eppure sento di essere io sotto la lente di ingrandimento. Come se la mia credibilità fosse da giudicare. Se sono davanti a lei é perché l’imputato mi ha regalato venti anni di carcere. So che questa pena non sarà a lui applicata ma sono convinta che una punizione ci deve essere per quanto ha commesso. L’episodio del 17 agosto altro non é che l’ultimo di una serie che mi hanno reso quasi impossibile vivere. Quando mi ha minacciato di morte se avessi continuato a scrivere delle violenze subite. Quando ha detto che la dovevo smettere di parlare che ero una pazza. E quando per farmi smettere ha usato lo stesso strumento di dolore utilizzato diciassette anni prima per privarmi della mia verginità. Mi ha anestetizzato, cinque mesi fa, per più di venti minuti. Le mascelle mi facevano un male cane. Ho mangiato gelato e creme liquide per una settimana intera per non sentire il suo sapore! E mi sono detta subito: basta subire. Dal momento in cui ha provato a stuprarmi ancora. Dal momento in cui ho deciso per la prima volta di rivolgermi alla giustizia. Da quando ho deciso di dire stop alla galera in cui mi ha rinchiuso per anni e nella quale io stessa mi ero rinchiusa. Quel carcere fatto di quelle botte che mi dava senza dimostrare un minimo di amore soprattutto quella sera in cui gli dissi che, dopo tre anni di inferno, ci saremmo lasciati. Non dimentico quanti pugni sulle labbra mi ha dato quella sera, soltanto perché ero stata sincera e gli avevo detto che avevo baciato un altro ragazzo. Quello che mi avrebbe potuta rendere felice. E non dimentico nemmeno la sua reazione alla mia decisione. Quella lucida crudeltà con la quale mi ha punita. Aspettando due settimane e preparando il suo piano con minuzia. Attendendo la cena di classe dell’estate per agire sempre d’estate ad agosto, il mese in cui il caldo strapazza i cervelli. Siamo tutti insieme a cena. Io vado serena ma senza il mio nuovo amore per non urtare la sua sensibilità. Lui mi saluta serenamente, come se avesse superato tutto. E invece no! Si ubriaca ma non ci faccio caso. Io chiedo a un nostro amico comune di accompagnarmi a casa. Non potevo sapere che anche lui… volesse punirmi. Salgo in macchina sua, sembra che mi vuole portare a casa ma poi mi accorgo che cambia strada. Chiedo spiegazioni e non mi risponde subito, poi ecco che mi dice che andiamo al bosco a parlare. Mi tranquillizzo nuovamente, in paese c’era baldoria per la festa del patrono. Una volta arrivati però qualcosa non quadra. Vedo l’auto dell’imputato parcheggiata proprio lì. Mi fanno scendere e io comincio a piangere. Lui, l’imputato, pronuncia queste frasi: eccola la mia verginella mo ti sistemo io non ti preoccupare, al tuo ragazzo gliela preparo io la sua donna. Comincio a piangere sempre di più mentre lui incomincia a toccarmi ovunque. Cerco di divincolarmi, urlo come una pazza ma nessuno mi sente. L’amico e un altro che lui si é portato dietro mi bloccano e lui mi spoglia. In due solo per non farmi muovere. Il terzo, quello che avete di fronte, mi strappa anche il reggiseno. Sapeva che io non volevo che vedesse il mio seno. Sapeva quanto ci tenevo alla mia intimità. Mi toglie anche le mutandine e mi stupra senza ritegno. Era la mia prima volta. Non la dimenticherò mai. Urlavo, dentro di me avevo un dolore lancinante. Tre uomini mi avevano vista nuda. Uno di loro mi aveva tolto la mia verginità e gli altri si sono apprestati a fare i loro porci comodi con me! Poi alla fine di tutto, mi dicono: ora vai dal tuo amore e digli quanto sei puttana, come ti sei divertita con noi. Ci sono andata dal mio ragazzo, con la morte nel cuore, a dirgli che mi ero sbagliata, che non lo amavo e che ci dovevamo lasciare subito. Allora non denunciai. Non ne avevo il coraggio. Mi dissero che “si sarebbero divertiti” con mia sorella e con le mie cuginette piccole. Eppoi mi vergognavo di me stessa. Non ero più vergine, non avevo saputo evitare lo stupro. E mi sono rinchiusa in carcere, vivendo con loro l’ultimo anno di scuola. Faccia a faccia con i miei stupratori. Non rendevo più, ho rischiato di essere bocciata. Poi all’università non ero io. Non studiavo, pensavo solo a stordirmi per non sentire il dolore. Davo un esame ogni diciotto mesi se tutto andava bene. Ora lavoro, ma dopo anni di depressione e sacrifici. Dopo aver tentato anche di suicidarmi perché vedevo davanti allo specchio la controfigura della mia persona. Senza mai denunciare nulla, nemmeno alla mia famiglia. Ora però non voglio permettere che accada di nuovo. Non mi devo far abbattere. VOGLIO VIVERE. Spero che questo tribunale me ne dia la possibilità. E riconosca che la vittima sono stata io per tanto tempo. Ho sbagliato a non credere nella giustizia in passato. Confido in Lei adesso, nella sua umanità e nel suo giudizio!

Ex vittima

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