SICILIA/ Collaboratore Idv in coma perché “affiggeva manifesti elettorali”. La politica sta rischiando il collasso

In fin di vita perché affiggeva alcuni manifesti elettorali. È questo quello che è accaduto a Ragusa ad un militante Idv: colpito con un pugno da un uomo che stava facendo lo stesso lavoro per altri candidati ragusani, è caduto a terra sbattendo la nuca. L’episodio, di una gravità assoluta, apre una domanda strettamente legata all’esasperazione dello scontro politico e sociale. A chi imputare le responsabilità?

 

di Gino Venticelli

tnsc--1760703230La notizia è di quelle da far rabbrividire. Un collaboratore dell’Italia dei Valori originario di Modica venerdì sera è stato colpito a Ragusa, in Piazza Igea, mentre stava affiggendo alcuni manifesti elettorali da un uomo che stava facendo lo stesso lavoro per altri candidati ragusani. Un pugno. Il collaboratore cade a terra. Sbatte la nuca. In coma. Ed ora lotta tra la vita e la morte.

Sin da subito le condizioni del giovane sono apparse estremamente gravi, tanto che dall’ospedale Civile di Ragusa hanno disposto l’immediato trasferimento in elisoccorso nella divisione di rianimazione del Cannizzaro di Catania. Qui è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico per l’asportazione dell’ematoma cerebrale. L’episodio – come rivela l’agenzia Ansa – ha scosso il coordinatore provinciale di Idv, Giovanni Iacono: “Non ci sono parole per commentare questo increscioso episodio che ci ha portato alla determinazione di non affiggere più manifesti”.

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Bisogna subito precisare che probabilmente – ci saranno accertamenti nei giorni prossimi – l’aggressore non aveva intenzione di provocare un incidente così grave (si è prontamente presentato alla Polizia ed è stato denunciato per lesioni colpose gravissime). Una domanda, però, resta aperta. Se mentre si affiggono manifesti si arriva a conseguenze così tragiche, qualcosa non sta andando nel verso giusto. Qualcosa rischia di sfuggire dalle mani. A tutti. Politica, istituzioni, società civile. Il periodo che ci apprestiamo a vivere nei prossimi mesi sarà infuocato (e già lo è): le elezioni (politiche e non solo, dato che queste coincideranno anche con la fine del settennato al Quirinale) si avvicinano e i partiti già sono pronti a darsi battaglia, a fare il possibile per portare a casa un risultato soddisfacente: a scendere a patti, giocare sporco, sfruttare anche le vie istituzionali per – come diceva Guicciardini – il proprio “particulare” (si veda che cosa sta succedendo con la legge elettorale). Il tutto in un periodo nel quale sentiamo un giorno sì e l’altro pure di scandali, di cricche, dei Fiorito di turno. Episodi che, ovvio, non fanno altro che alimentare quell’ondata di antipolitica incredibilmente non considerata (per convenienza più che per stupidità) da gran parte della politica italiana.

Il clima politico, dunque, è più che caldo. Non lo è da meno quello sociale: né potrebbe essere il contrario, dato che i due ambiti si compenetrano e si fondono. Il primo ha ripercussioni sul secondo, e viceversa.

D’altronde questo non è altro che un percorso cominciato tempo fa. Anni fa. È un dato di fatto, d’altronde, che la politica in quest’ultimo periodo abbia perso la propria strada. Il proprio fine. Il proprio fondamento. Immersa in scandali,  casini, feste con maiali o con feci. Buona parte della classe politica italiana rischia di rimanere impantanate in queste bassezze (se già non lo è). Disinteressati al bene comune, lontani da una dialettica sana perché realmente politica, quello che rimane ai partiti è il mero scontro, la mera lotta che, tra scandali, dimissioni e indagati, finisce con il risolversi in atti incredibilmente fuori da ogni logica, come quello che è successo a Ragusa.

Si dirà: è stato un caso. Sarebbe un grosso errore, però, derubricarlo semplicemente come “spiacevole incidente”. Basta d’altronde guardarsi attorno, leggere i giornali, ascoltare i notiziari per rendersi conto di come lo scontro politico sia diventato anti-politico. Di come la politica sia diventata in gran parte – questa sì – antipolitica. L’etimologia del termine ci aiuta a comprendere ancora meglio quanto detto: il termine deriva da polis, ovvero città nel senso di comunità, di società, di unione tra uomini che perseguono un bene collettivo. Il bene collettivo. Ecco, oggi manca questo. Manca il fulcro di ogni attività politica. Manca, al tempo stesso, il suo fondamento e il suo fine. È ora che i partiti se ne ravvedano. Per la loro salvezza. Per la loro sopravvivenza. Altrimenti quello che rimarrà è la mera lotta. Non più dialettica. Ma scontro fine a se stesso. Spoglio di qualsiasi ideale e fine.  Se si dovesse continuare su questa strada, insomma, quello che oggi pensiamo sia un “incidente”, potrebbe – in forme e vesti diverse – non esserlo più.

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