SERGIO MARCHIONNE/Il manager “riformista” che piace a Mario Monti.

di Carlotta Majorana

Nella sua prima settimana di vita, il nuovo governo si trova già per le mani una brutta gatta da pelare, come se non bastasse l’aumento dello spread. Con un breve comunicato ai sindacati, lunedì la Fiat ha annunciato la decisione di disdire, a partire dal primo gennaio del 2012, tutti gli accordi sindacali e “ogni altro impegno derivante da prassi collettive in atto” negli stabilimenti italiani. Il deus ex machina? Sempre lui, Sergio Marchionne, passato in un amen dalle grazie di Berlusconi a quelle del neo Premier Mario Monti.

Marchionne_e_MontiSi tratta evidentemente di una decisione unilaterale, che tuttavia vuol donare anche l’illusione di una mano tesa, assicurando la promozione di “incontri finalizzati a valutare le conseguenze del recesso ed eventualmente alla predisposizione di nuove intese collettive”. Non si tratta, però, di una decisione imprevedibile, anzi, come evidenziato anche da Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, è in perfetta continuità con la scelta presa un paio di mesi fa di uscire anche da Confindustria, da Federmeccanica e dai sindacati imprenditoriali.

Per ora, i neo ministri preferiscono non sbilanciarsi troppo. Sia Corrado Passera, ministro dello Sviluppo, delle Infrastrutture e dei Trasporti, sia Elsa Fornero, ministro del Welfare e delle Pari opportunità, si limitano a dichiarare che è una questione delicata cui va prestata la massima attenzione, commenti senza dubbio sobri ma non svelano nulla di quella che sarà la linea ufficiale del governo. In questo senso, è difficile sfuggire alla tentazione di ricordare che il premier Mario Monti si era già espresso sul tema delle politiche del lavoro, nel suo primo discorso al Senato, affermando che il governo ha l’intenzione di “proseguire lo spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro, come chiesto dalle autorità europee”.

Sembra dunque di capire che Monti intende andare avanti lungo la strada tracciata da Berlusconi, rendendo comprensibile l’augurio di lunga vita al nuovo governo (cioè che arrivi fino alla fine naturale della legislatura) che viene dall’ad della Fiat Sergio Marchionne, il quale rivendica orgogliosamente la decisione presa e tranquillizza tutti dicendo che si tratta di una questione di natura “tecnica”. D’altronde, Marchionne dovrebbe sapere che non deve certamente difendersi da Monti. Già  in passato Monti aveva avuto parole di stima per lui. In un articolo scritto per il Corriere della Sera, pubblicato nello scorso gennaio, Monti aveva elogiato il manager italo-canadese e le “riforme” dal lui proposte e lo aveva indicato – assieme all’ex ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini – come esempio di “determinazione” capace di superare lo stile di “rivendicazione ideale” che si sarebbe affermato in Italia, cioè di una rivendicazione “basata su istanze etiche”, che “finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati” e che deriva dalla “influenza avuta dalla cultura marxista”.

Monti (come Marchionne, che in più di un’occasione ha dichiarato solennemente che “protestare non serve”) preferisce invece una “rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto”. Le parole di Monti assumono ora un significato molto particolare, tuttavia avevano un certo peso anche a gennaio, a pochi giorni dal noto referendum di Mirafiori, in un periodo in cui sono emerse due “fazioni” distinte, pro o contro Marchionne. La fazione pro era, a onor del vero, molto più corposa. La Confindustria era entusiasta della sua policy aziendale, la Cisl e la Uil avevano già sottoscritto l’accordo sperato quando era stato presentato a Pomigliano a dicembre, tirandosi dunque fuori dal gioco referendario, il governo era schierato compatto al fianco di Marchionne e perfino l’opposizione spingeva verso il “sì”.

Pieferdinando Casini, ad esempio, riconosceva una certa forzatura ma si augurava comunque che gli operai votassero sì, mentre Piero Fassino, sindaco PD di Torino, ammetteva tristemente che se fosse stato un operaio avrebbe votato sì (invitava quindi a cedere, implicitamente, alla natura ricattatoria che quel referendum aveva). Il sì vinse, seppure di misura, con l’essenziale contributo degli impiegati e si registrò un’alta affluenza. Sebbene il risultato sia stato incassato, nonostante la soddisfazione e l’appoggio di Berlsuconi e dell’ex ministro del Welfare Maurizio Sacconi, Marchionne si ritrovò al centro di molte polemiche (di carattere etico, direbbe Monti), anche a causa delle cifre esorbitanti che riguardavano il suo di contratto. Le perplessità vennero sintetizzate in una provocatoria domanda retorica, comparsa sui social media e sui giornali, un quesito aperto a tutti: “E’ immorale guadagnare 6400 volte quel che guadagna un tuo operaio?”. Le proporzioni sono in effetti incredibili, eppure potrebbero essere quelle. Marchionne è infatti tra i cinque manager più pagati  in  Italia, e perfino tra i primi due in Europa, nella graduatoria dei capi di aziende automobilistiche, secondo solo a Martin Winterkorn, amministratore delegato della   Volskwagen.

Alcuni quotidiani – pochi – e qualche trasmissione televisiva fecero anche notare che, a differenza di altri manager europei, Marchionne non solo ha una parte di retribuzione fissa, cioè indipendente dalle vendite e dagli effettivi miglioramenti della qualità dei prodotti, di ben 3 milioni di euro all’anno, ma ha anche un ricchissimo “tesoretto” di stock option. Marchionne ha infatti circa 10 milioni di stock option, che potrebbe tramutare in azioni da vendere in Borsa e, a gennaio, il guadagno stimato dalla una simile vendita si aggirava intorno ai 100 milioni di euro, ovvero la paga annuale di circa 6400 operai Fiat (che percepiscono una delle retribuzioni più basse confrontate con quelle della media europea). Sergio Marchionne, dunque, avrebbe contraddetto un vecchio assioma economico ed etico, formulato dal banchiere John Pierpont Morgan, secondo cui “il compenso del capo di una grande società non deve mai superare quello della media dei suoi dipendenti, moltiplicato per venti”.

Marchionne non fu di certo un protagonista silenzioso nella querelle, non ci stava a fare il convitato di pietra e si difese, seppure con argomenti piuttosto dubbi. Il manager si autodefinì “il più precario della Fiat” in quanto la sua retribuzione rimaneva legata ai risultati (dichiarazione già abbastanza azzardata di per sé, ma sostanzialmente neppure vera), rivendicò il suo guadagno in nome delle grandi responsabilità di cui sarebbe investito e cercò pure di buttarla sulle sue mancate vacanze. Non tutti, comunque, erano e sono con Marchionne. Il suo più convinto antagonista nella battaglia referendaria fu Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, sindacato che si trova anche ora in prima linea contro la decisione di sospendere gli accordi sindacali. Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale della Fiom, ha infatti definito la scelta un “diktat fascista”, ed è tornato anche lui sul referendum di gennaio, dichiarando: “Un anno fa a Pomigliano Marchionne imponeva per la prima volta il suo diktat.

Allora in tanti dissero che quella era un’eccezione. Oggi quell’eccezione è diventata la distruzione del contratto nazionale e la negazione delle più elementari libertà per i lavoratori”. Le parole di Cremaschi sono sufficientemente chiare: si teme che la decisione altro non sia che l’esportazione, in tutti gli stabilimenti, del  “modello Pomigliano”, che ha introdotto una serie di cambiamenti. Quali? In primo luogo, è prevista un’attività di produzione che si svolge 24 ore su 24, con turni che restano invariati (8 ore) ma tempi di pausa ridotti (e spostando la pausa mensa a fine turno). Ai lavoratori, anche quelli cassintegrati, viene richiesta una partecipazione obbligatoria ai corsi di aggiornamento, con spese di trasporto a proprio carico. A fronte della  riduzione delle pause, è previsto un incremento dello stipendio medio di 30 euro lordi. L’azienda si riserva una serie di facoltà decisionali: quella di non retribuire i primi tre giorni di malattia qualora ci sia un sospetto di malafede, quella di aumentare le ore di straordinario, quella di far seguire qualunque mancato rispetto di una clausola contrattuale con il licenziamento.

Anche la Cgil esprime la stessa paura della Fiom e la sua leader, Susanna Camusso, ha sottolineato che “un’azienda che continua a citare un piano industriale che non illustra fa venire il sospetto che le sue intenzioni siano altre”. Cisl e Uil, ora come allora, sono decisamente più possibilisti. In particolare, Raffele Bonanni, segretario della Cisl, ha zittito le voci critiche, anche nel suo stesso sindacato, dichiarandosi disponibile a sottoscrive un contratto nazionale dell’auto a parte, sia con regole nazionali, sia con regole aziendali “specifiche che si adattino alla realtà dei vari territori”. Per martedì, è previsto un primo incontro tra la Fiat e sindacati metalmeccanici, all’Unione industriali di Torino. Dal governo, per ora, silenzio assoluto e assordante.

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