SENTENZA G8/ Diaz, tutti condannati ma nessuno in carcere. E i dieci attivisti rischiano 100 anni

La sentenza, dopo undici anni dal G8, è arrivata. Venticinque imputati, venticinque condanne. Nessuno di questi, però, come già avevamo detto, andrà in carcere. L’unico reato restato in piedi, infatti, era quello di falso in atto pubblico. Una mezza vittoria dunque per quello che Amnesty International aveva definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Ma non è finita qui. Ora la prossima data è il 13 luglio: imputati 10 attivisti che rischiano un complessivo di cento anni. Il reato? “Devastazione e saccheggio”. Se si arrivasse alla condanna, sarebbe l’ennesima beffa.

di Carmine Gazzanni

processo-scuola-diaz-Genova119,19. La Quinta sezione penale della Cassazione arriva alla tanto attesa sentenza: confermate le condanne d’appello per falso in atto pubblico per i 25 agenti imputati. Tutti gli altri capi d’accusa, invece, sono caduti in prescrizione. Nessuno dei condannati, dunque, andrà in carcere dato che il reato è coperto dall’indulto. Probabile, invece, l’interdizione dagli uffici pubblici. Cosa che certamente costerà caro ad alcuni tra i più autorevoli personaggi coinvolti, come Franco Gratteri, oggi capo della Direzione centrale anticrimine,Gilberto Caldarozzi, attuale capo dello Servizio centrale operativo, Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell’Aisi, l’ex Sisde. Nomi importanti, dunque, tutti coinvolti in quella notte del 21 luglio 2001.

C’è anche, però, chi non grida alla vittoria. Per due motivi. Innanzitutto perché come detto nessuno di costoro, nonostante gli atti oggettivamente efferati commessi a danno di semplici attivisti, andrà in carcere. La Procura Generale di Genova, proprio per la scadenza dei termini per il reato di lesione, aveva avanzato la richiesta di imputare i 25 poliziotti per tortura. Ma il sostituto procuratore generale Pietro Gaeta, nel corso della prima udienza,aveva precisato che non si può applicare il reato di tortura ai poliziotti imputati. Questo, aveva detto il pg, non è previsto dal nostro ordinamento (sebbene sia contemplato dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo). Giusto o sbagliato che sia, il risultato di tutto questo arzigogolato iter processuale è paradossale: l’unico reato rimasto in piedi è quello di falso in atto pubblico, relativo alla firma e all’avvallo di verbali di arresto e perquisizione a carico dei 93 arrestati pieni di circostanze non vere, come quella delle molotov attribuite ai manifestanti, mentre oggi sappiamo che erano state portate proprio dalla polizia. Nessuno, dunque, alla fine è stato condannato per le violenze perpetrate a danno dei giovani attivisti.

Ma c’è anche un altro motivo che lascia, nonostante la sentenza definitiva, ancora col fiato sospeso. Il 13 luglio si terrà un altro processo che riguarda i fatti di Genova. Al banco degli imputati, questa volta, non 25 agenti, ma dieci attivisti. La condanna in ballo è ben più pesante: i dieci ragazzi, infatti, rischiano una condanna complessiva a cento anni. Il reato contestato? “Devastazione e saccheggio”, un reato vecchio e impolverato  che trova origine, addirittura, nel famoso Codice Rocco, figlio del periodo fascista. Come già avevamo avuto modo di dire, le domande sorgono spontanee: perché condannare dieci persone in un evento che vide, da ambo le parti, la partecipazione di centinaia di migliaia di persone? Che si sia dato atto al “colpirne dieci per educarne cento”? Non solo. Il reato prevede una “compartecipazione psichica” tra gli imputati, anche quando non c’è – come in questo caso – un’effettiva associazione o movimento che li raggruppasse. Ma chi decide questa “compartecipazione psichica”? È evidente, dunque, il rischio di arbitrarietà in cui può incorrere un giudice.

Proprio per questo, come già documentato da Infiltrato.it, è sorto ormai da tempo un sito, 10×100 (nome non casuale), in cui, oltre al materiale processuale, è presente un appello.Il prossimo 13 luglio – si legge – dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, ‘devastazione e saccheggio’, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco”. E ancora continua l’appello: “E’ inaccettabile che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001. Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate”.

Eloquente anche lo slogan: “Genova non è finita”. No, ancora no.

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