SECONDA REPUBBLICA/ “La Storia dei Partiti”: Popolo della Libertà, un sultanato berlusconiano

di Carlotta Majorana

Nella seconda puntata de “La Storia dei Partiti” – la Seconda Repubblica, da Tangentopoli alla fine dell’ultimo Governo Berlusconi – raccontiamo il sultanato di Arcore, quel Popolo della Libertà nato quasi per caso e infiltrato da starlette, veline, responsabili e mezze tacche della politica che nulla avrebbero a che fare con il bene pubblico. E invece…

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Forza Italia è stato sempre presentato, in modo decisamente menzognero, come un partito moderato, anzi di più, come l’unica possibile collocazione per i moderati. A livello europeo, ha chiesto ed ottenuto l’ingresso nel gruppo del Partito popolare europeo nel 1998, suscitando polemiche e critiche da parte dei popolari italiani, e perfino da gruppi di altri paesi. Gli oppositori temevano soprattutto che il Parlamento europeo potesse andare incontro ad una eccessiva bipolarizzazione, a scapito dei centristi.  

In effetti, sebbene Forza Italia fosse piena zeppa di ex-Dc, e sebbene Berlusconi si sia paragonato in più occasioni ad Alcide De Gaspari, si trattava di un partito che non aveva nulla di centrista, ma che anzi ha dato una spinta energica, decisiva verso l’affermazione del bipolarismo. Si è trattato però di un processo innaturale, basato su logiche antidemocratiche e su principi troppo disarticolati. Lo smisurato egocentrismo di Berlusconi, il suo ottuso manicheismo, la sua continua identificazione di stesso nel “Bene” e dell’avversario nel “Male”, hanno generato un bipolarismo malato fondato sul giudizio relativo alla sua persona, riassumibile nella formula semplicistica e politicamente dittatoriale del “o con me o contro di me”.

Questo atteggiamento lo ha portato a dichiarazioni di estremo disprezzo vero Umberto Bossi quando, nel 1995, fece cadere il suo primo governo a pochi mesi dall’elezione. Berlusconi, con il suo solito linguaggio teatrale e pretenziosamente mistico, definiva Bossi “traditore” e giurava e spergiurava che non avrebbe mai più stretto accordi elettorali con la Lega. D’altronde, uno come lui, che ha esasperato il grado di personalizzazione partitica, non poteva che farne una questione personale. Dopo cinque anni di reciproci attacchi e insulti, nel 1999 Bossi e Berlusconi decisero però di fare come se niente fosse e tornarono alleati. La vittoria delle elezioni politiche del 2001, ampiamente annunciata, portò Berlusconi di nuovo al governo, con una maggioranza ampia e solida. Tuttavia, per partiti come Forza Italia e la Lega, che dovevano il proprio consenso ad una natura populista di “opposizione”, la trasformazione in partiti di governo non poteva essere totalmente indolore. Le successive elezioni politiche, quelle del 2006, vennero vinte di misura dall’Unione di Romano Prodi, nonostante la campagna elettorale mastodontica organizzata da Forza Italia e da Mediaset (che, è chiaro, sono come un animale a due teste).  

Il ritorno all’opposizione rappresentò una boccata d’aria e diede il via libera al rilascio delle tensioni e dei risentimenti, permettendo ai partiti alleati con Berlusconi di ritrovare la perduta autonomia, dopo anni di subordinazione, quando non di umiliazione, che pure parevano accettare di buon grado. Il primo a sganciarsi fu l’Udc di Pierferdinando Casini (che a causa di Berlusconi aveva perso il segretario del suo partito, Marco Follini, nel 2005), seguito poi da Gianfranco Fini e Alleanza nazionale. Berlusconi, scaricato dai suoi sodali, incapace di rovesciare il governo Prodi con ripetuti tentativi di “spallata” (tra i quali una incredibile e dispendiosa manifestazione di “piazza”, organizzata fin nel minimo dettaglio dall’alto e inedita per Forza Italia, che conosceva solo la forma di mobilitazione televisiva), Berlusconi appariva già spacciato, finito. Invece decise di giocare l’asso. Il 18 novembre 2007, mentre prendeva parte ad una raccolta firme organizzata da Forza Italia per chiedere nuove elezioni, all’improvviso Berlusconi salì sul predellino della sua automobile e tenne un discorso memorabile: “Oggi nasce ufficialmente un grande partito del popolo delle libertà, il partito del popolo italiano.

Anche Forza Italia si scioglierà in questo movimento. Invitiamo tutti a venire con noi contro i parrucconi della politica in un nuovo grande partito del popolo”. Questo breve e spiazzante annuncio contiene molti elementi comuni a quelli del videomessaggio mandato in onda nel 1994: Berlusconi, all’epoca in politica già da 13 anni, continuava a contrapporre se stesso ai “parrucconi”, tendeva la mano verso coloro che lo stavano isolando, promettendo una nuova magia, il processo messianico della formazione di un popolo, il “partito del popolo italiano” (di nuovo la solita strategia inclusiva che mira a coinvolgere chiunque). Molti derisero la cosa, considerandola un ultimo disperato tentativo di restare a galla. Anche Gianfranco Fini sembrava ormai immune da ogni fascinazione e liquidò la decisione con un lapidario “Siamo alle comiche finali”.

Lo scetticismo di Fini era comprensibile, soprattutto considerando che lui ci aveva impiegato anni a trasformare il Msi in Alleanza nazionale, con un progressivo abbandono e marginalizzazione delle posizioni più radicali, che gli era anche costato una parte del suo elettorato ma che gli aveva garantito un certo grado di istituzionalizzazione. Il centro-sinistra si sentì scimmiottato. Da pochi mesi, dopo anni di dibattito e incontri, i Ds e la Margherita si erano fusi per dar vita ad un soggetto unitario, il Partito Democratico, un progetto coltivato nel tempo che pure aveva dovuto scontrarsi con numerose resistenze interne (e che aveva causato la fuoriuscita di alcuni alti esponenti), per il quale vennero organizzate anche delle farsesche elezioni primarie, che quantomeno avevano salvato l’apparenza della collegialità. La dichiarazione di Berlusconi, dunque, venne nuovamente presa sottogamba. Eppure, dopo pochi mesi, in seguito alla caduta del fragile governo Prodi, il Popolo delle Libertà vinse le elezioni. All’ultimo momento Fini si convinse, sciolse Alleanza nazionale e fondò insieme a Berlusconi il nuovo partito, forse pensando che l’unica strada per tornare al governo passasse per Berlusconi (che anni prima lo aveva pur sempre “sdoganato”) e sperando in una maggiore democrazia interna.

Fini sarà invece quello che meglio di tutti conoscerà la logica sta alla base del Popolo delle Libertà, quando oserà mettersi di traverso in materia di politiche della giustizia. Non solo verrà isolato e messo in minoranza, tanto da costringerlo ad abbandonare il partito dove invece resteranno anche alcuni vecchi colonnelli di Alleanza Nazionale per aggiungere al danno la beffa, ma sarà anche oggetto di una campagna mediatica diffamatoria e volutamente sensazionalistica, portata meticolosamente avanti dai giornali e dalle televisioni di Berlusconi (il conflitto di interessi sembra ormai del tutto assorbito e accettato). In questo senso, l’utilizzo che il Popolo delle Libertà fa dei media è ancor più aggressivo, denigratorio, minaccioso. Il Popolo delle Libertà, come partito, è in effetti una Forza Italia ancora più megalomane e autoritaria. Non ci sono i vecchi liberali né gli intellettuali, perdono influenza o vengono direttamente sostituiti da yes-men fino ad allora semi-sconosciuti,  pronti a ridare smalto al capo. Ci sono personaggi relativamente giovani e inesperti che permettono anche a Berlusconi di vantarsi di aver “svecchiato” la classe politica, e poi ci sono figure ancor più spregiudicate (come Giorgio Stracquadanio o Renato Brunetta), che fanno della provocazione, della prevaricazione e della boutade la propria cifra intellettuale e politica. Angelino Alfano, che fino a tre anni prima faceva da claque a Giulio Tremonti quando questo era ospite di trasmissioni televisive, viene fatto nientemeno Ministro della Giustizia; Mariastella Gelmini, già sfiduciata dal consiglio comunale di Desenzano del Garda per assenteismo, diventa Ministro dell’Istruzione; Mara Carfagna, indicata da tutti come “pupilla” di Berlusconi, diventa Ministro delle Pari opportunità.

Se Forza Italia era un partito post-ideologico, il Popolo delle Libertà un’ideologia ce l’ha: è il berlusconismo, una teoria della conquista e della conservazione de potere fine a se stessa, in cui non si riesce più a separare le idee in quanto tali da chi le impersona, più adatta ad un’autocrazia plebiscitaria che alla democrazia pluralista, dove invece sarebbe previsto un sistema di pesi e contrappesi. Il vero volto del Popolo delle Libertà si mostra subito, appena vinte le elezioni del 2008. Infatti la prima proposta di legge elaborata riguarda l’immunità alle quattro più alte cariche dello Stato (Presidente della Repubblica, Presidenti di Camera e senato e, ovviamente, Presidente del Consiglio), un “lodo” cui presterà la faccia e il nome proprio Angelino Alfano.  La più efficace immagina utilizzata per descrivere il Popolo delle Libertà è quella fornita dall’eminente politologo Giovanni Sartori, che lo definisce un “sultanato”. In un articolo per il Corriere della Sera, Sartori scrive: “il Cavaliere sultaneggia su un partito cartaceo davvero prostrato ai suoi piedi. Nomina ministri e ministre che vuole. Caccia chi vuole, come se fosse personale di servizio. Nessuno fiata i ministri del partito di sua proprietà sono tali per grazia ricevuta. E tornano a casa senza nemmeno fare un gemito se così decide il padrone. Non manca, nel suo governo, nemmeno un gradevole harem di belle donne. Il sultanato era un po’ così”.

Ora, dopo che gli scandali sessuali e la crisi economica sembrano aver travolto Berlusconi, spazzandolo via per sempre, è difficile ipotizzare quale strada seguirà il Popolo delle Libertà per sopravvivere al suo leader, al suo padrone, che è anche l’elemento principale alla base della sua ideologia. L’ipotesi probabilmente più accreditata è quella che vede Angelino Alfano candidato premier alle prossime elezioni, dopo la nomina a segretario di partito (designato direttamente da Berlusconi e ufficializzato per acclamazione, senza uno straccio di congresso che si rispetti, al solito). Seppur vagamente, si è parlato di tanto in tanto di primarie, un concetto che in qualche modo rimanda ad una regola partitica in senso proprio. Il lento logoramento del capo, distratto dai processi e psicologicamente vittima dell’immagine di se stesso che ha creato, ha determinato anche la nascita di correnti, sotto le mentite spoglie delle fondazioni, capeggiate da personaggi la cui unica ideologia è la conquista del potere. La personalizzazione ha questo effetto perverso, è al tempo stesso punto di forza e limite invalicabile: c’è un problema di successione perchè il potere carismatico non può essere trasmesso.

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