SECONDA REPUBBLICA/ “La Storia dei Partiti”: Forza Italia, il trionfo del post-ideologismo

di Carlotta Majorana

La Seconda Repubblica è finita, la Terza non è ancora iniziata, viviamo un interregno in cui dominano ambiguità, presunta equità, sacrifici, lacrime amare (o di coccodrillo?) e il sangue sociale di buona parte degli italiani. Da dove veniamo e dove stiamo andando, sono queste le domande cui cercheremo di dare risposta con “La Storia dei Partiti”, un viaggio da Tangentopoli all’ultimo Governo Berlusconi. Prima puntata su Forza Italia, il partito personale post-ideologico.

In senso orario: Dell'Utri, Berlusconi, Confalonieri, Galliani, Previti

Nelle sue recenti apparizioni pubbliche Silvio Berlusconi sembra voler abbozzare, seppure tra tante incertezze, la nuova linea politica per la prossima campagna elettorale. Gli argomenti sono i soliti, si torna ai vecchi cavalli di battagli per la ricerca del consenso smarrito: l’anticomunismo (risibile nel 1994, delirante nel 2011), gli attacchi alla magistratura, la riforma del fisco. Ma è chiaro, non basta.

Berlusconi gioca anche un’altra carta già consumata, cioè la sua persona. Scansa il sipario forse prematuramente calato e si pone di nuovo al centro della scena, interpretando molteplici ruoli. C’è di nuovo l’imprenditore e tycoon che cerca di mettere al riparo le “sue” aziende dalle grinfie comuniste, c’è di nuovo il presidente del Milan che vuol fare il pieno di trofei, campionato, Champions League e chi più ne ha più ne metta, ma ora può vestire anche i panni dello statista responsabile, serio, europeo, disposto a farsi da  parte (momentaneamente?) per il bene del suo paese. E’ difficile immaginare Berlusconi ancora candidato come leader alle prossime elezioni, è troppo anziano, troppo logorato da un’infinità di scandali e da anni di pessimo governo, tuttavia va riconosciuto che è difficile anche pensare ad un candidato alternativo. Questo perché Forza Italia prima e il PDL poi hanno rappresentato, fino ad ora, la forma più radicale del fenomeno di personalizzazione politica.

 

FORZA ITALIA: IL PARTITO PERSONALE POST-IDEOLOGICO

Nel 2001, in un testo intitolato “Il partito personale”, il politologo Mauro Calise sottolineava la lunga trasformazione, graduale ma costante verso una direzione, che stavano vivendo i partiti. Essi avevano da tempo cessato di essere soggetti rappresentativi di corpi sociali omogenei e avevano perso la funzione di collegamento tra società e istituzioni. I partiti erano diventati sempre più dei “partiti personali”, dove a fare la differenza non era più la tradizione storica di appartenenza, ma il leader. Il leader stava diventando il suo partito e viceversa. In sé, il fenomeno della personalizzazione del potere, ovviamente, non è nuovo e non riguarda soltanto l’Italia. Tuttavia a rendere unico il caso italiano è stato proprio Silvio Berlusconi con la creazione di Forza Italia, nel 1994. Fino alla fine degli anni Ottanta, i partiti storici (in particolare Dc, Pci e Psi) venivano considerati i veri protagonisti del sistema politico-sociale, dotati di lunghissimi tentacoli capaci di raggiungere  ogni territorio e ogni palazzo, di infiltrarsi in ogni crepa, di condizionare tutte le attività economiche che contavano e anche quelle che contavano poco.

L’esito della lottizzazione selvaggia fu la tangente elevata a sistema, la diffusione di un gigantesco impianto di corruzione che, una volta scoperchiato dalla magistratura, coinvolse tutti. Berlusconi, che doveva a quel sistema tutte le sue fortune personali, non poteva starsene a guardare. A differenza di quanto affermato più volte, però, Forza Italia non è realmente nata in quattro mesi. Già dal 1992, Marcello Dell’Utri aveva parlato ad Ezio Cartotto, consulente Finivest e Publitalia, della pianificazione di un’operazione politica da parte della stessa Fininvest, per evitare che, dopo la perdita dei consueti referenti politici, ci fosse una ritorsione da parte delle “sinistre” contro le aziende di Berlusconi. Dopo circa due anni di incertezze, la “discesa in campo” viene annunciata in modo innovativo dallo stesso Berlusconi, che da quel momento impone il suo stile alla politica italiana.

Il videomessaggio mandato a reti unificate – mossa che solo lui poteva permettersi, dall’alto del suo potere mediatico – segna un punto di svolta nella comunicazione politica italiana. L’esposizione di se stesso, della sua famiglia, delle sue (presunte) qualità umane e dei suoi (presunti) meriti imprenditoriali, diventarono il tratto distintivo della sua politica. Berlusconi faceva leva sulla retorica familistica e sulla curiosa ostentazione di una ferrea fede cristiana (un po’ eccessiva per un massone divorziato) per aggiudicarsi i voti dei cattolici, rimasti orfani della Dc, e contemporaneamente puntava sul rampantismo e la spettacolarizzazione, tipici della “Milano da bere” socialista da cui proveniva. I vertici di Forza Italia vennero occupati dai suoi consulenti, venne messo in piedi non un semplice partito ma un “partito-azienda”, un soggetto ibrido di difficile collocazione in un sistema democratico a causa dello spaventoso conflitto di interessi che porta con sé. Eppure non furono solo i suoi dipendenti a seguirlo.  

Molti ne restarono affascinati perché Forza Italia si presentava anche come il primo partito post-ideologico della storia. Basti pensare al suo nome. E’ un nome che non rimandava a nessuna delle grandi narrazioni del passato, non lasciava intravedeva neppure l’ombra di un impianto teorico strutturato, di un sistema normativo complesso di tradizione decennale o persino secolare. Non dice nulla, è solo uno slogan calcistico. L’obiettivo è proprio quello: è un nome che punta a una reazione emotiva, che viene memorizzato con semplicità e che si associa ad una sensazione positiva ed esaltante. Tende a coinvolgere ogni italiano. E’ un nome che pesa anche per i detrattori, quelli che vorrebbero sottrarsi, cui rimane lo sgradevole sapore di aver subito uno scippo di tipo simbolico. La dimensione simbolica rappresentava effettivamente un territorio di conquista privilegiato per il padrone delle televisioni, che così come da vita al partito-azienda, rimodella le sue aziende per farle diventare partito (dopo molti anni, il giornalista Enrico Mentana definirà Mediaset un “comitato elettorale”).

Il partito Forza Italia è unico anche perché la sua storia non può essere letta separatamente da quella dell’azienda Fininvest, dalla tv semplicemente, che gli ha permesso di saltare i passaggi classici della diffusione delle idee, del radicamento territoriale, per raggiungere direttamente e velocemente la mobilitazione di massa. Le televisioni di Berlusconi si dedicarono ad una propaganda martellante. I presentatori delle frivolissime trasmissioni Fininvest si improvvisarono opinion-leader e infilavano, tra un quiz e il lancio della pubblicità, esplicite dichiarazioni di voto in favore di Forza Italia, invitando il pubblico, a loro affezionato, a fare altrettanto. I calciatori del Milan, assurti dai tifosi al rango di semi-dei, facevano la loro parte con le vittorie e assecondando senza battere ciglio le richieste del club. Le identità collettive, che rappresentano il collante dei partiti politici, venivano sostituite dal consenso personale che Berlusconi riusciva ad ottenere, attraverso una narrazione non più ideologica e storiografica ma solo biografica, in cui veniva presentata un’immagine del capo ben definita, senza sbavature, e ogni elemento diventava parte di una sinfonia agiografica. L’indignazione provocata dal sistema di tangenti emerso non è stato in grado di evolvere verso la costituzione di un’opinione pubblica matura anche a causa della continua demolizione del senso che veniva e viene offerta dalle televisioni, una distorsione costante delle informazioni e degli avvenimenti.

L’editore Berlusconi sfruttò al massimo gli strumenti che aveva e tutti quelli che non erano d’accordo venivano fatti accomodare fuori. Il caso più clamoroso fu probabilmente l’allontanamento del giornalista e storico Indro Montanelli dal quotidiano “il Giornale”, che aveva fondato molti anni prima e che ancora dirigeva. Nelle aziende, come nel partito, ogni forma di dissenso veniva bruscamente repressa. Il partito, per la verità, semplicemente non contemplava la democrazia interna. Non erano previsti congressi, non era neppure pensabile la creazione di correnti e di posizioni di minoranza, la linea era quella, unitaria, uguale per tutti, perchè l’aveva decisa il capo e il capo aveva sempre ragione. In questo senso, Forza Italia era a tutti gli effetti un partito-chiesa, molto più integralista di quelli della Prima Repubblica, che erano sì diventati veri e propri padroni di anime per i loro elettori, ma che al loro interno erano dilaniati. I partiti tradizionali contenevano numerose correnti e fazioni, le lotte intestine erano spietate e se la Dc fu in grado di far diventare il correntismo uno dei suoi punti di forza, che gli permise di rimanere al governo per quarant’anni, il Pci se la cavava con il principio del centralismo democratico di tradizione leninista, secondo cui in un partito deve esserci “libertà di discussione e unità d’azione”.

Forza Italia non prevedeva niente del genere, come pure non prevedeva appuntamenti congressuali, niente mozioni, niente dibattiti, tutti elementi definiti “metastasi”, un cancro per i partiti, dallo stesso Silvio Berlusconi. Eppure, all’interno di Forza Italia c’era davvero di tutto. Al progetto di Berlusconi avevano aderito in tanti: ex Dc (demitiani, forlaniani e andreottiani, l’en plein), ex Psi, ex Pci (questi ultimi passati nell’arco di pochi anni dal socialismo reale al sostegno per la “rivoluzione liberale” che Forza Italia prometteva), laici e credenti, ciellini, liberali, popolari. Un circo capace di far impallidire la corte craxiana di nani e ballerine, alleato con i postfascisti del Msi, poi Alleanza Nazionale (uno degli indizi della discesa in campo fu proprio la dichiarazione di voto in favore di Gianfranco Fini come sindaco di Roma da parte di Berlusconi), e con i pagani leghisti. L’armata telepolitica di Forza Italia trovò anche il sostegno iniziale di qualche intellettuale.

Considerati i nomi, è legittimo pensare che costoro non si bevvero tanto la storielle delle “toghe rosse” che volevano rovinargli la vita, ma che videro realmente in Berlusconi e in Forza Italia una strada verso la modernità. Chi aveva vissuto con particolare dolore la “gabbia” intellettuale di stampo cattocomunista, provò un senso di liberazione di fronte alla possibilità di un’alternativa, seppure per poco tempo. Il pifferaio magico Silvio riuscì ad attirare a sé filosofi stimati come Lucio Colletti, Marcello Pera, Vittorio Mathieu. Forza Italia, che per molti studiosi non è mai stato altro che un partito di plastica, conobbe però una breve “stagione dei professori”, intellettuali che gli conferirono un’insperata parvenza di credibilità politica e teorica e controbilanciarono parzialmente il campionario di canzoncine prescolari, orologi del Milan e slogan demagogici.

Il debole impianto normativo di Forza Italia non ha saputo trarre vera linfa dai suoi intellettuali, rimanendo ancorato principalmente alla maschera dell’anticomunismo, ad un liberismo deformato e malinteso, all’avversione per la giustizia e la magistratura e ad un cattolicesimo strumentale e di facciata. Ad ogni modo, Forza Italia è stato il partito che più di tutti ha favorito il ritorno di un potere che la tipologia weberiana definisce patrimoniale e carismatico, a scapito di quello legale-razionale su cui si era fondata la logica dei partiti tradizionali.

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