SCUOLA/ 17 novembre, giorno della commemorazione

Noi la crisi non la paghiamo”. Questo è stato uno dei cori che più si sono sentiti due giorni fa durante le manifestazioni e i cortei di studenti e precari che hanno riempito più di cento città italiane. E nemmeno la data era casuale. In migliaia hanno deciso di protestare contro una riforma che non fa altro che seppellire Università e Ricerca. E lo hanno fatto, come detto, in tutta Italia, occupando scuole (a Genova), impedendo la partenza dei treni (a Torino), prendendo in consegna intere facoltà (a Catania).

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Il 17 Novembre del 1939 i nazisti entrarono di forza nell’Università di Praga e uccisero 9 studenti. Il 17 novembre del 1973 furono gli studenti del Politecnico di Atene ad essere caricati dai carri armati dei soldati che, ugualmente, fecero irruzione nell’ateneo. E ancora in Cecoslovacchia, il 17 novembre 1989, la commemorazione dell’occupazione nazista del ’39 divenne l’inizio della rivolta contro il regime comunista.  Per questi motivi il 17 novembre è diventata la giornata internazionale dello studente.

Ed è stato proprio in questa giornata che in migliaia hanno deciso di protestare contro una riforma che non fa altro che seppellire Università e Ricerca. E lo hanno fatto, come detto, in tutta Italia, occupando scuole (a Genova), impedendo la partenza dei treni (a Torino), prendendo in consegna intere facoltà (a Catania). Insomma, manifestazioni in alcuni casi anche dai toni forti, ma necessarie. Eppure il Ministro Gelmini ha liquidato quasi con indifferenza tali forme di protesta. “Sempre i soliti slogan” ha detto, come se la colpa fosse di chi protestasse. Come se la situazione fosse rosea.

Ma la realtà, checché ne dicano gli uomini del Governo, è molto più drammatica di quanto si voglia far credere. E alcuni provvedimenti resi pubblici proprio in questi giorni non fanno che acuire lo sgomento e lo sdegno.

Nelle prossime ore si discuterà (e certamente si approverà) la Legge Finanziaria, o, come oggi la si chiama, “Legge di stabilità”. Nell’emendamento ecco però la novità (tragica) che infligge un ennesimo colpo all’istruzione pubblica: 250 milioni di euro per le scuole paritarie private. Sembrerebbe assurdo, ma invece non lo è.

Si rende necessario, a questo punto, fare chiarezza sulla situazione attuale. Quest’emendamento “rifocillerà” gli istituti privati, mentre una tagliola si abbatte sull’istruzione pubblica: quest’anno, nello specifico, sono previsti 123,3 milioni di euro in meno per l’istruzione prescolastica, 780,1 milioni di euro per l’istruzione primaria, 208,3 milioni di euro per le scuole medie e 841,6 milioni di euro per le superiori; in tutto quasi 2 miliardi di euro. In più assistiamo al taglio del 90% delle borse di studio (da 246 milioni di euro dello scorso anno a 25,7 del 2011).150298_177229638954305_176593489017920_649157_6813214_n

Prima di quest’emendamento i fondi destinati alle scuole private avevano subito dei tagli, ma molto meno ingenti: 253 milioni di euro su 534. E, come se non bastasse, ora arriva la beffa: con quest’emendamento che, ricordiamo, destina 250 milioni alle scuole private, in pratica si annulla la decurtazione precedente. La scuola privata potrà contare sullo stesso finanziamento degli anni precedenti.

Misura questa non soltanto illogica (va da sé che chi frequenta la scuola privata ha maggiori possibilità economiche di chi frequenta la pubblica), ma anche e soprattutto incostituzionale (l’art.33 afferma esplicitamente che le scuole private devono essere sì garantite, ma “senza onere per lo Stato”).

E, se prendiamo in riferimento alcuni dati, la misura è ancora più bizzarra. Secondo gli ultimi dati Istat, infatti, le scuole private sono 12.532, il 21,8 per cento del totale delle scuole italiane (55.579). In pratica, dunque, più soldi agli istituti che, numericamente, sono inferiori e che, economicamente, stanno senza dubbio meglio. In barba a leggi e buon senso.

Ma ci sarà un motivo? Cosa si nasconde dietro questa scelta di finanziare le scuole private e, allo stesso tempo, di infliggere un colpo mortale alle scuole pubbliche? “Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private”. E ancora: “Dare alle scuole private denaro pubblico. Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione. […]Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito”. Non siamo noi a dire questo, non abbiamo alcun titolo per farlo. E’ Piero Calamandrei. Ed era il 1950. Parole lungimiranti.

 

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