SCALATA BNL-UNIPOL/ Antonio Fazio: “direttore d’orchestra” o “uomo perfetto”? Tra Opus Dei, Casta e sole a strisce…

di Carmine Gazzanni

Prima che arrivasse il 2005, quando è esploso lo scandalo delle scalate bancarie, Antonio Fazio sembrava fosse l’uomo perfetto: economista lungimirante, grande uomo di cultura, fervente cattolico studioso di Tommaso D’Aquino, un nome congeniale per il Quirinale e per il mondo politico, da destra a sinistra. La realtà dei fatti, invece, ha dimostrato tutt’altro. Ecco un breve ritratto di quello che il pm di Milano Luigi Orsi ha definito “il direttore d’orchestra” di uno dei più grandi scandali che la storia finanziaria italiana (e non solo) ricordi.

Antonio_Fazio_ex_Governatore_Bankitalia_condannatoGennaio 1993, anno del centenario della Banca d’Italia. Carlo Azeglio Ciampi è deciso: a fine anno abbandonerà la carica di governatore (anche perché Scalfaro, nel frattempo, lo incarica di formare il nuovo Governo). Come è accaduto in questi giorni, anche allora il mondo politico era in fermento per la nomina del successore: i papabili, allora, andavano da Tommaso Padoa Schioppa, “benedetto” dallo stesso Ciampi, a Mario Monti, candidato di Andreatta. Alla fine, però, ecco spuntare un nome che mette d’accordo tutti: Antonio Fazio. D’altronde, come non potrebbe esserlo. Una vita spesa in Banca d’Italia, la sua: nel ’63 è esperto all’ufficio ricerche econometriche, poi ne diventa capo. Ma Fazio non si ferma qui: viene nominato capo anche dell’ufficio mercato monetario e, dal 1972 al 1979, è capo dei servizi studi. Nel 1980, infine, diventa vicedirettore generale. Insomma, un nome che riceve il plauso unanime del mondo della politica, del Quirinale e del mondo cattolico: l’economista, d’altronde, grande studioso tomista, è anche sostenitore dei Legionari di Cristo e autorevole simpatizzante dell’Opus Dei. Emblematico quanto raccontato, nel 2005, da Massimo Gramellini su La Stampa: “Politici, sindacalisti, banchieri e analisti internazionali dichiaravano convinti che era stato eletto il migliore e facevano a gara nel ricordare le sue umili origini, la laurea 110 e lode, l’apprendistato americano col guru Modigliani, il pragmatismo avulso dalle fumisterie degli economisti professorali, la costruzione del modello econometrico della Banca d’Italia e la paternità del piano di risanamento realizzato dal governo di unità nazionale di Giulio Andreotti. I commentatori esaltavano ‘l’uomo giusto senza ombre’, ‘lo studioso che ha superato tutte le tappe di una carriera irta di ostacoli’, persino ‘l’angelo custode dei piccoli risparmiatori”.

In effetti, i primi anni di Governatorato sono distinti da continui e reiterati encomi. Addirittura, incredibile ma vero, nel 1999 il nome di Fazio viene nuovamente avanzato in maniera unanime per il Quirinale. Alcune dichiarazioni di allora rendono l’idea della cecità del mondo politico: “Antonio Fazio è la coscienza critica di questo paese. Lui è davvero al di sopra delle parti. Non c’è dubbio” (Pier Ferdinando Casini, 16 marzo ’99), “Antonio Fazio è il miglior candidato al Quirinale, secondo la consulta etico-religiosa di An” (Ansa, 22 aprile ’99), “Ci vorrebbe un cattolico democratico di alto profilo disposto a farsi carico del problema per arginare questa destra che con le destre europee non ha niente da spartire. Io vedo solo Antonio Fazio” (Massimo Cacciari, 19 aprile 1999). Addirittura Leoluca Orlando lo vede come possibile candidato premier: “Antonio Fazio è l’unico. Ma non si può chiedere a uno come lui, con le sue qualità, di affidarsi a una manica di pazzi. Il Vangelo dice che non bisogna sprecare i talenti” (9 maggio 2000).

2005. LA ROTTURA DI UN ‘SOGNO’: LE DUE SCALATE E FAZIO, “DIRETTORE D’ORCHESTRA”.

Guido Rossi, ex Presidente della Consob, oggi senatore, nel 2005 è l’unico a vederci lungo. Scriveva, infatti, nel suo libro Capitalismo Opaco: “Non resta più nulla di quella sacralità della Banca d’Italia che per decenni era stata rispettata nel mondo intero. Fazio l’ha distrutta con il suo esercizio opaco della vigilanza come strumento di potere. Questa non è una storia che comincia con le scalate bancarie del 2005. Non dimentichiamo che gli scandali Cirio e Parmalat erano stati scandali soprattutto di carattere finanziario […] Fazio ha distrutto l’istituzione arroccandosi di una gestione meschina della vigilanza, perchè era l’unico strumento di rivincita che gli restava dopo aver perso il potere sul cambio e sulla moneta, che è finito alla Banca centrale europea”. È proprio questo quello che accade: Fazio supera (ed elude) il ruolo di vigilanza che gli spetterebbe da Governatore. Non solo non controlla, ma favorisce i non controllati. Ed ecco, allora, le due “scalate”, della Banca Popolare di Lodi (leggi Fiorani) all’Antonveneta e dell’Unipol (leggi Consorte) alla Bnl.

Iniziamo dalla prima. Maggio 2005: la Consob denuncia un patto occulto tra gli scalatori italiani della Banca Antonveneta, voluta sia dalla Banca Popolare di Lodi guidata da Giampiero Fiorani che dagli olandesi di Abn-Amro. Il tutto si aggrava quando la procura di Milano, ricevuto un esposto della Abn-Amro, si avvale di una recente legge che recepisce una direttiva europea contro gli abusi sul mercato e inasprisce la lotta all’aggiotaggio (manipolazione di un titolo sul mercato finanziario finalizzata a cambiarne il prezzo o, quanto meno, l’idea che i protagonisti del mercato hanno rispetto a quel titolo). Il gip Clementina Forleo dispone le intercettazioni telefoniche. Lo scenario che emerge è inquietante: viene a galla uno scenario che comprende il boicottaggio delle opa (Offerta Pubblica d’Acquisto) straniere sulle banche italiane, partito prima di quanto dichiarato ufficialmente dalla Banca d’Italia e dalla Consob. Non solo: dai documenti emerge che la Bpl di Fiorani possiede in proprio il 30% dell’Antonveneta, ma, grazie a società offshore e l’attività di giovani rampanti come Stefano Ricucci, è arrivata a controllare il 40%. Il tutto, chiaramente, senza che nulla sia pubblico. Il motivo presto spiegato: la legge vuole che, superata la quota del 30%, bisogna necessariamente lanciare un’opa, in modo da far alzare il prezzo delle altre azioni e consentire ai piccoli risparmiatori di poterle venderle. Cosa che Fiorani si guarda bene dal fare: in questo modo evita di dover pagare tutte le azioni.

A Lodi, allora, arrivano gli ispettori della Banca d’Italia che esprimono, in un rapporto, parere fortemente negativo (nel rapporto emerge un buco di un paio di miliardi di euro e un finanziamento alla scalata occulta ad Antonveneta di oltre un miliardo): le pretese della Bpl su Antonveneta dovrebbero, a questo punto, fermarsi qui. Ma è proprio a questo punto che interviene Fazio: per la prima volta nella storia della Banca, scavalca le strutture tecniche interne e nomina tre esperti esterni (tra cui l’avvocato Agostino Gambino, già legale di Michele Sindona) che ribaltano il rapporto precedente ed esprimono un parere favorevole sul piano di rientro di Fiorani. Sembrerebbe che l’allarme sia rientrato. Ma le intercettazioni giocano un brutto tiro ai “furbetti del quartiere”. Da dodici minuti è passata la mezzanotte dell’11 luglio 2005. Fazio telefona a Fiorani: ha firmato in favore della sua Opa. L’amministratore della Bpl è commosso al punto da aver “la pelle d’oca”, poi aggiunge: “io, guarda Tonino, in questo momento ti darei un bacio sulla fronte”.

Ma la festa si interrompe presto: Clementina Forleo firma per il sequestro delle azioni Antonveneta e, a metà dicembre, Fazio è costretto a dimettersi. Il processo parte il 23 ottobre 2008. L’undici maggio di quest’anno la seconda sezione penale del Tribunale di Milano condanna Fazio a quattro anni di reclusione, un milione e mezzo di multa e l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici per aggiotaggio. Decisiva la testimonianza dello stesso Fiorani (condannato a un anno e otto mesi): “Io lo informavo passo passo di tutto quello che accadeva”. E ancora:Fu il governatore a dirmi: Dobbiamo bloccare l’Opa degli olandesi… Già nel 2004 Fazio mi diede l’ok, perché lui era per l’italianità delle banche”. D’altronde, basti pensare che sotto Fazio la Bpl passò dal 48° posto al 7° nell’ambito del sistema bancario italiano. Un bel salto.

Ma, come sappiamo, questa non è l’unica scalata avvenuta col placet di Fazio. Il caso Antonveneta, infatti, apre uno squarcio tutt’altro che encomiabile: i nuovi vertici di Bankitalia stoppano anche l’opa di Unipol su Bnl perché priva – anche questa – delle necessarie garanzie. Stesso meccanismo della scalata precedente: il presidente di allora dell’Unipol Giovanni Consorte intestava occultamente a prestanomi quote della Bnl che non poteva, almeno nell’immediato, comprare in proprio. Così facendo l’Unipol raggiungeva un quota superiore al 30% (quota che, come detto, avrebbe dovuto imporgli di lanciare l’offerta pubblica). Anche qui compaiono i furbetti del quartierino: Francesco Gaetano Catagirone che aveva sostanziose quote della Bnl e che le aveva girate, in segreto, a Consorte. Ma anche Danilo Coppola, Giuseppe Statuto, Stefano Ricucci e Vito Bonsignore, attuale europarlamentare del Pdl. Tutti secondo l’accusa avrebbero aiutato, in modo occulto, Giovanni Consorte a raggiungere il 51% della Bnl a danno degli spagnoli del Bbva. E la Banca d’Italia? Fazio avrebbe promosso “l’idea della costituzione di una cordata italiana che contrastasse l’iniziativa di BBVA (in pratica, come nel precedente caso con la olandese Abn-Amro) e ciò con indicazione specificamente rivolta a Fiorani (che ha patteggiato la pena, ndr) e da questi coltivata nei contatti con Caltagirone e quindi con Consorte”. Fazio e l’ex capo della vigilanza Francesco Frasca avrebbero operato “per il rilascio delle autorizzazioni richieste da Unipol a salire prima al 10% e poi al 15% operando con tempistica sollecitamente favorevole”. I due ex vertici di Bankitalia avrebbero, inoltre, ostacolato e comunque reso meno agevole “l’offerta pubblica di scambio proposta da BBVA”. Insomma, un meccanismo speculare al precedente caso. Ed anche qui, infatti, ieri la condanna: 3 anni e sei mesi e pagamento di un milione e 300 mila euro di multa per Fazio; 3 anni e 10 mesi e un milione e 300mila euro di multa per Consorte; tre anni e sei mesi e novecentomila euro di multa, tra gli altri, per Caltagirone, Ricucci, Statuto, Coppola e Bonsignore.

E intanto il mondo politico tace. Di quegli encomi che gratificavano l’operato di Fazio prima del 2005, nemmeno l’ombra.

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