RIFORMA UNIVERSITÀ/ Le minacce della Gelmini in una nota Miur: “Se il ddl non passa, risorse bloccate”

Mentre la protesta continua a dimostrare il dissenso del mondo della scuola, dell’università e della ricerca, il Ministro Gelmini, in una nota del MIUR, minaccia di bloccare il mondo universitario se il ddl non dovesse essere approvato e racconta una serie di balle per tenere buoni gli animi. Abbiamo letto interamente il comunicato del Miur, in cui molte affermazioni risultano non pienamente veritiere.

gelmini-brunettaMentre i lavori al Parlamento si bloccano fino al 13, la discussione sull’approvazione alla Camera della Riforma Gelmini continua a far discutere. Gli studenti anche ieri si sono riversati per le strade bloccando la viabilità e diversi licei in tutta Italia sono stati occupati.

Mentre, dunque, la protesta continua a dimostrare il dissenso del mondo della scuola, dell’università e della ricerca, il Ministro Gelmini ha pensato bene di ricattare e di raccontare una serie impressionante di frottole per tenere buoni gli animi.

Come rivela “Il Fatto Quotidiano”, infatti, in una nota del MIUR si minaccia di bloccare, in pratica, il mondo universitario se il ddl non dovesse essere approvato. La nota ufficiale è chiara: “Se il ddl non dovesse ricevere il via libera definitivo o non essere calendarizzato potrebbero verificarsi le seguenti conseguenze per il sistema universitario”. E via ad una serie di punti che lasciano increduli: nessun concorso per ordinari e associati, blocco dei bandi per i ricercatori, nessun reintegro degli scatti perché le risorse saranno bloccate. Insomma, per cercare di far approvare a tempi record la riforma senza rischiare una degenerazione del movimento di protesta, la Gelmini è disposta a scendere a ricatti. Ma siamo abbastanza sicuri che gli studenti non saranno disposti a trattare.

Spinti da questa notizia non ci siamo fermati e abbiamo deciso di leggere interamente il comunicato del Miur. Comunicato nel quale molte affermazioni risultano non pienamente veritiere.

Vediamo alcuni punti. “Per la prima volta si proibisce di partecipare ai concorsi a chi ha parentele fino al 4° grado”. Questo punto è stato ripreso da una proposta avanzata tempo dall’Italia dei Valori. Tale proposta, però, stabiliva una proibizione assoluta alle parentele fino al 4° grado (non potevano partecipare a qualunque concorso universitario in tutta Italia). Nella riforma, invece, tale radicalità non è mantenuta: se un parente di un rettore partecipa ad un concorso in un altro ateneo potrà tranquillamente accedere alla carica, con il rischio che “parentopoli” non venga mai debellata. Rischio che potrebbe essere quasi una certezza se teniamo conto che già oggi molto spesso figli di professori o rettori lavorano in altri atenei proprio per non dare nell’occhio.

Ancora. “Il Senato avanzerà proposte di carattere scientifico, ma sarà il CdA ad avere la responsabilità chiara delle assunzioni e delle spese, anche delle sedi distaccate”. Cosa vuol dire questo in realtà? Vuol dire che il Senato Accademico comincerà a ricoprire un ruolo marginale a tutto vantaggio del CdA. Ed ecco qui che si palesa il rischio della privatizzazione: degli undici membri del CdA potranno essere nominati anche tre esterni. Allo stesso modo il Presidente. E cosa vuol dire questo in un periodo nel quale le Università  stanno andando incontro ad ulteriori tagli (stando al rapporto del CUN per il 2011 è previsto un taglio di 1 miliardo e 355 milioni; e per il 2012 una sforbiciata da 1 miliardo e 433 milioni)?

Una sola possibilità: si farà avanti un imprenditore che si presenterà come un possibile “salvatore” della Ricerca e dell’Università, diventerà Presidente del CdA e l’università non sarà più “pubblica e libera”, proprio per gli interessi imprenditoriali del nuovo Presidente. Una vera e propria azienda (nella nota stessa, poco più avanti, si parla del “direttore generale” come “un vero e proprio manager dell’ateneo”).

Andiamo avanti. “Riduzione dei settori scientifico-disciplinari, dagli attuali 370 alla metà (consistenza minima di 50 ordinari per settore)”. Si dice per evitare “troppe cordate ristrette”. Dati alla mano la realtà è ben diversa: l’Italia è il Paese che meno investe nella Ricerca (o,8% Pil contro la media del 2% dei Paesi Ocse); in più per le collaborazioni, per le missioni all’estero e quant’altro è stato imposto un drastico taglio che rischia concretamente di mandare all’aria progetti internazionali, partecipazione a conferenze e a riunioni.

Ancora. “I migliori docenti interni all’ateneo che conseguono la necessaria abilitazione nazionale al ruolo superiore potranno essere promossi”. Sembrerebbe una buona notizia. Ma ne leggiamo altre: “messa a bando pubblico per la selezione esterna di una quota importante delle posizioni di ordinario e associato”; “revisione degli assegni di ricerca per introdurre maggiori tutele, con aumento degli importi”; “sarà costituito un fondo nazionale per il merito al fine di erogare borse di merito e di gestire su base uniforme, con tassi bassissimi, i prestiti d’onore”. Insomma, a leggere questa nota pare che il Ministero abbia in mente una pioggia di finanziamenti da riversare sull’istruzione. Ma non si parlava di tagli?

Gli studenti non sono in piazza anche perché si trovano con i finanziamenti più che dimezzati e dunque senza più possibilità – per molti – di alloggio e borsa di studio? Sveliamo l’arcano (e la furbata del Miur): come sottolineato ieri da diversi parlamentari negli interventi alla Camera molte misure previste dalla Riforma rimarranno lettera morta. Ed è logico che sia così: com’è possibile pensare che si costituisca davvero “un fondo nazionale per il merito al fine di erogare borse di merito” se oggi vengono tagliate le stesse borse di studio (in media si parla di circa il 60% in meno in ogni ateneo)? Ed infatti ecco l’astuto meccanismo della Riforma: tutte queste belle espressioni, tutti questi finanziamenti sono rimandati ad altri decreti attuativi che impegneranno il Governo nei prossimi anni (qualunque esso sia), ma, chiaramente, verranno adottati soltanto se ci sarà una copertura finanziaria. Possibilità che, ad oggi, sembra davvero molto remota. E allora? Non è detto che tutte queste belle parole si tramutino in belle azioni. Anzi, si è legittimati a pensare il contrario. Non a caso nella Riforma ben 16 volte compare la dizione “senza oneri aggiuntivi per lo Stato”.

Ma andiamo avanti. “Riforma del reclutamento, con l’introduzione di un sistema di tenure-track: contratti a tempo determinato di 6 anni (3+3). Al termine dei sei anni se il ricercatore sarà ritenuto valido dall’ateneo sarà confermato a tempo indeterminato come associato”. Sarà davvero così? Assolutamente no. E’ molto più probabile che le università, specie se gestite da privati, mandino tutti a casa dopo i sei anni e prendano altri precari, in maniera tale da risparmiare. Come una vera e propria azienda, insomma.

Ed infine un’altra questione molto controversa: “le risorse saranno trasferite dal ministero in base alla qualità della ricerca e della didattica. Fine della distribuzione dei fondi a pioggia”. Siamo davvero sicuri sia così? Certamente aumenta il ruolo decisionale del Miur (con il conseguente impoverimento del potere dei singoli atenei), ma lo stesso Ministero dell’Istruzione, sulle questioni economiche, non sarà libero di agire. Si legge nel ddl (art.25): “Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio”. In ultima analisi, dunque, sarà Tremonti (o chi per lui nelle prossime legislature) a decidere quanto stanziare per la Ricerca e per le Università. Come se il Miur fosse commissariato dal Ministero dell’Economia. Insomma, ancora una volta la dimostrazione che questa non è una riforma  che segue una struttura programmatica per obiettivi e risultati, ma è un ddl che risponde ad una logica esclusivamente di tipo amministrativo-contabile. Tagli. Punto.

 

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