RIFORMA ELETTORALE/ Non se ne farà niente senza gli accordicchi politici della Casta

Nel Pdl si è detto chiaramente: l’importante è che torni Berlusconi, anche se si dovesse andare al voto con il Porcellum. I democratici, invece, pensano alla preoccupazione Renzi e a tenersi buono Casini con la promessa del Quirinale. Accordicchi politici, incontri ufficiosi. La riforma elettorale non si muoverà di un passo finchè i partiti non si saranno sistemati. E non avranno sistemato il loro tornaconto.

 

di Antonio Acerbis

legge_elettoraleSe n’è parlato per tutta l’estate: appena riprenderanno i lavori parlamentari, si metterà mano alla riforma elettorale. I lavori sono ripresi, ma niente è avvenuto. Niente è stato toccato. Fino ad ora poche sono state le riunioni del cosiddetto comitato ristretto – l’ultima il 29 agosto – e non ha portato a nulla. Basti leggere il comunicato di Palazzo Madama proprio di oggi sette settembre per comprendere come ci sia enorme difficoltà di intesa.

Il motivo – è ovvio – è la vicinanza alle politiche e l’esigenza, da parte innanzitutto dei grossi partiti, di trovare accordi sottobanco prima di arrivare a dare il via definitivo alla legge elettorale. In altre parole, ci sarà riforma soltanto se questa converrà agli stessi partiti che poi dovranno votarla.

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Al momento il quadro appare decisamente oscuro, con punte di divergenza – tra Pd e Pdl – per ora inconciliabili. Nessuna via di soluzione, dunque. Il rischio, allora, è che non ci sarà alcuna riforma elettorale in questa legislatura. Semplice sfiducia? Assolutamente no. Prima che si arrivi alla discussione in Assemblea passeranno settimane se non mesi, dato che al momento se ne discute ancora, come detto, in comitato ristretto. Dopodiché dovrà essere girata alla Camera e, se non verrà modificato nulla, potrà essere approvata. Tempi troppo lunghi, contrariamente alle promesse fatte in estate.

Non solo. Anche la discussione in comitato, infatti, procede a ritmi che definire blandi sarebbe eccessivo. Doveva risolversi tutto nella riunione del 29 agosto ed invece tutto è saltato. E, fino ad oggi, niente è stato ancora risolto. Basti leggere l’ultimo comunicato di Palazzo Madama (uscito proprio oggi) riguardo le posizioni dei due relatori, Lucio Malan (Pdl) ed Enzo Bianco (Pd). “Il relatore Malan – si legge  – ha indicato la sua opzione per un sistema proporzionale corretto da soglie di sbarramento e premio di maggioranza e ha escluso il calcolo dei seggi a livello di piccole circoscrizioni e i collegi uninominali maggioritari. Inoltre, ha auspicato la reintroduzione del sistema delle preferenze”. Totalmente differente la posizione di Bianco, il quale “prospetta una formula elettorale in base alla quale il 50 per cento dei seggi sarebbe assegnato con collegi uninominali, il 35 per cento attraverso liste circoscrizionali (composte da un massimo di cinque candidati), mentre il 15 per cento sarebbe attribuito quale premio alla coalizione”. Anche sul premio di maggioranza, dunque, sembrerebbe esserci una distanza siderale, con il centrosinistra che propone, come detto, un forte premio (15%) alla coalizione, mentre il centrodestra “è propenso all’individuazione di un premio di dimensioni contenute, preferibilmente al maggior partito piuttosto che a una coalizione”.

Il rischio (palese) è che si arrivi al voto – quasi sicuramente a marzo, anticipando di un mese la scadenza naturale della legislatura per non accavallare l’elezione politica con quella presidenziale – senza che ci sia la benché minima riforma. Il che, peraltro, non sembrerebbe nemmeno un problema per i grossi partiti, intenti in questi mesi a trovare la giusta strada per collezionare più voti possibili. Ed ecco allora che la posizione degli ex An comincia ad essere sempre più condivisa nel partito: convincere Silvio Berlusconi a riscendere in campo, anche senza legge elettorale. Senza che ci sta stata riforma, ma anzi insistendo, in campagna elettorale, proprio su questa ignobile mancanza dell’esecutivo precedente. Un modo come un altro, insomma, per far leva sull’onda di antipolitica e sfruttarla per portare a casa un po’ di voti.

In casa Pd non va certamente meglio. Anche qui le grane da risolvere per Bersani non sono affatto poche con Matteo Renzi che, stando ai sondaggi, cresce nei consensi. E poi ci sarebbe la questio Casini. Secondo indiscrezioni trapelate sui media negli ultimi giorni, infatti, l’alleanza Pd – Udc avrebbe un costo decisamente alto: Pierferdinando Casini, infatti, avrebbe chiesto a Bersani l’appoggio nella corsa al Quirinale in cambio dell’alleanza. A pensarci bene non è affatto una novità. Anche perché, come emerso alcune settimane fa, il Partito Democratico avrebbe in pratica già spartito le poltrone tra i suoi: Pierluigi Bersani premier e ministro dell’Economia, Veltroni Presidente della Camera, D’Alema agli Esteri, Letta allo Sviluppo e Bindi vicepremier. Nessuna poltrona di peso, dunque, rimarrebbe in tasca all’Udc che, allora, potrebbe accontentarsi con la promessa del Quirinale per Casini. Una soluzione, però, che sebbene accontenti i gotha democratici, non trova d’accordo la (folta) linea di coloro che vedrebbero Romano Prodi al Colle.

Insomma, le trattative, da una parte e dall’altra, continuano senza sosta. Tutto potrebbe cambiare (o svilupparsi) nel giro di qualche giorno. Uno solo il punto fermo: prima di arrivare ad una riforma passerà del tempo. Molto tempo. È necessario che prima tutti trovino l’accordo politico più congeniale per ognuno. Nell’interesse del cittadino, ci mancherebbe.

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