RIFORMA ELETTORALE/ Dopo il Porcellum ecco il Porcellum 2: nessuna preferenza e coalizioni dopo il voto

Far fuori Grillo, Vendola e Di Pietro. L’obiettivo inconfessato di Bersani, Alfano e Casini è quello di realizzare una grande coalizione estromettendo le forze scomode. E per farlo ecco la tanto attesa riforma elettorale: un post-Porcellum che più porcellum non si può. Nessuna preferenza (sebbene promessa da tutti) e coalizioni solo dopo il voto. In modo tale che tutto venga deciso alle spalle dell’elettore, nelle segrete stanze del potere.

di Carmine Gazzanni

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Non c’è che dire. Mario Monti ha fallito. Lo dice la società civile. Lo dice, anche se in maniera velata, gran parte di quella stessa classe politica che fino ad ora, per ben otto mesi, ha mantenuto attaccata la spina dell’esecutivo. Ma lo dicono, soprattutto, i mercati: lo spread è tornato ai livelli berlusconiani, sintomo che la cura Monti non ha portato ai risultati sperati. Tutt’altro. Lo dicono proprio quei mercati, dunque, per i quali lo stesso Monti era stato nominato. Un dovere di responsabilità, si diceva allora.

Per lo stesso dovere di responsabilità il premier dovrebbe rimettere il suo mandato. Aspettare – questo sì – che il Parlamento legiferi su una seria legge elettorale e poi salire al Colle. Ha fallito. Lo sa lui, lo sa il suo governo. Non c’è altro da fare: elezioni anticipate a ottobre.

Ed ecco allora che la palla torna ai partiti dell’arco parlamentare. Si giocheranno la carta delle urne a ottobre o attenderanno la scadenza naturale della legislatura fissata ad aprile prossimo? I dubbi sono tanti e quasi tutti ruotano attorno al rischio dell’ondata di antipolitica e alla crescita di partiti come Sel e Idv, due fattori che potrebbero travolgere i grandi partiti di Pd, Pdl e Udc.

Tutti, insomma, sono coscienti di un fatto: il loro futuro dipende in gran parte da che strada intraprenderanno proprio sulla legge elettorale, legge che a sua volta risentirà degli accordicchi politici che in questi giorni si stanno via via formando.

L’obiettivo – per tutti – è quello dunque di un cerchio perfetto: stabilire alleanze preventive, in virtù di queste navigare verso una ben precisa riforma elettorale, tramite cui cercare di ottenere un buon risultato alle politiche proprio con quella stessa coalizione preventiva. Il tutto condito dal desiderio di far fuori i partiti scomodi (leggi Grillo, Di Pietro e Vendola) che, già con il governo Monti, sono stati relegati a ruolo di disturbatori indesiderati.

Siamo alla fantapolitica? Sembrerebbe proprio di no. Per una serie di fattori. Cominciamo dal primo: quello che prima sembrava un’ipotesi neanche lontanamente possibile – le elezioni anticipate – ora appare nella sua concretezza. Ne sono chiari segni le paure di Monti (addirittura salito al Colle per confessare il desiderio di ritirarsi anche a Napolitano) e alcune dichiarazioni di politici che lasciano intravedere un futuro diverso rispetto a quello prospettato dalle linee ufficiali dei partiti. Gaetano Quagliariello: “L’opzione del voto a novembre si va concretizzando non per volontà degli attori ma per necessità, impellenza, mancanza di alternativa”.

Ecco allora che, come detto, la palla passa ai partiti. Paradossalmente saranno proprio questi a decidere sulla durata del governo Monti: tutto dipenderà da quanto impiegheranno (o vorranno impiegare) per concepire una giusta (e condivisa) riforma elettorale. Quello che comincia a profilarsi, però, non promette nulla di buono: la strada intrapresa dall’anomala maggioranza montiana è un’insalatona con dentro di tutto. Obiettivo: accontentare un po’ tutti. Tranne, ça va sans dire, Antonio Di Pietro. E, con lui, Grillo e Vendola.

abc_legge_elettorale1Quello che sta venendo fuori, dunque, è un grande accordo tra Bersani, Alfano (leggi Berlusconi) e Casini, una grande coalizione che regga le sorti dell’Italia nel dopo Monti. Dunque, il paradosso dei paradossi: per superare il Porcellum si è pensato ad una riforma più porcellum del Porcellum stesso. Un post-Porcellum coi fiocchi. La bozza di riforma pensata dai tre leader, infatti, prevedrebbe una soglia di sbarramento (4% o 5%), il diritto di tribuna per i partiti che non riescono ad eleggere parlamentari, l’abbandono del maggioritario ripristinando il sistema proporzionale, la cancellazione dell’attuale premio di maggioranza, l’indicazione del candidato premier sulle liste e la riduzione del numero dei parlamentari: dagli attuali 945 a 750 (500 deputati e 250 senatori).

Ma ecco il colpo di genio: non ci sarà alcun ritorno alle preferenze. Tanto parlare per nulla. Niente di niente. Come detto, un post-Porcellum. Anzi, un Porcellum al quadrato, dato che, stando alla bozza, c’è un altro particolare non da poco: le coalizioni non verranno decise prima (e dunque non saranno note all’elettorato), ma soltanto dopo dai partiti stessi. Che, dunque, nelle segrete stanze potranno fare il bello e il cattivo tempo. Un esempio per intenderci: un elettore di sinistra decide di dar sostegno al Partito Democratico. Lo vota, ma il Pd, dopo le urne, decide di allearsi con Casini. Quanto sarà tenuto conto, in questo modo, del reale volere dell’elettore x?

Il tutto per far fuori i dissidenti Di Pietro, Grillo e Vendola. Per loro non c’è spazio. Troppo pericolosi per il mantenimento dello status quo e dei soliti interessi di corte.

Insomma, se la riforma dovesse passare così com’è stata concepita da Alfano, Bersani e Casini, ci troveremmo con una politica di Palazzo (e solo di Palazzo) in sostituzione di una politica che, ancora una volta, si sforza di essere democratica, ma non riesce mai ad esserlo realmente.

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