RIFORMA ELETTORALE/ Alfano, Bersani e Casini puntano a liberarsi di Di Pietro, Grillo e ogni dissenso

Il 29 agosto si avvicina. Soltanto dopodomani verrà presentata la bozza sulla riforma elettorale. Non dovrebbero esserci sorprese, tuttavia. Nessun voto di preferenza e, soprattutto, coalizioni decise soltanto dopo (e non prima) le votazioni. “Una forzatura della democrazia”, la chiama Antonio Di Pietro. Ma Alfano, Bersani e Casini sono ormai d’accordo su tutto:  truccare le carte in tavola. Mettersi la vittoria in tasca prima della chiamata alle urne. Estromette i disobbedienti Grillo e Di Pietro.

di Antonio Acerbis

manzoniL’abbiamo detto più volte. I partiti trattano. E continueranno a farlo finchè non avranno la certezza di aver concepito una legge elettorale che possa tagliare le gambe alle forze disobbedienti di Antonio Di Pietro e del Movimento 5 Stelle. Segno che i grandi partiti hanno paura. Segno, soprattutto, che i grandi partiti non vogliono cambiare. Avrebbero potuto dimostrare uno slancio di buon senso. Questa era l’occasione giusta per farlo:  concepire una riforma che avrebbe potuto ri-attribuire al cittadino il suo potere democratico.

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Nulla di tutto questo. Alfano, Bersani e Casini hanno preferito trattare. Sedersi a tavolino e curare i propri interessi prima di tutto. Tutti lo sanno, sebbene siano in pochi a dirlo: la legge elettorale messa a punto altro non è che il compimento politico di quegli accordicchi che in questi giorni si stanno via via formando. L’obiettivo, in altre parole, è chiudere il cerchio: allearsi, accordarsi, dichiararsi – diciamo così – uno stato di non belligeranza. E togliere di mezzo le forze che potrebbe realmente scardinare un sistema atavico che sa di oligarchico più che di democratico. “La legge che stanno facendo ora – ha detto proprio oggi Antonio Di Pietro a  Tgcom24 – è una forzatura della democrazia. Un partito deve raggiungere la maggioranza convincendo i cittadini a votarlo, non truccare le regole del gioco per vincere”.

Proprio quello che sta accadendo, tramite tre (imbarazzanti) colpi messi a punto dal trio ABC, su cui già in altre occasioni ci siamo soffermati lungamente. Premio di maggioranza del 10-15% al partito più votato. Nessun ritorno alle preferenze. Coalizioni decise soltanto dopo il voto e non prima.

Il motivo di questa linea è ovvio a tutti: Pd, Pdl e Udc temono pesantemente Grillo e Di Pietro. Temono che possano collezionare voti, che possano estromette il potere di palazzo che detengono. Insomma, l’obiettivo è far fuori i dissidenti, mantenere lo status quo e continuare a godere dei soliti interessi di corte. Anche se questo significa mettere (ulteriormente) il potere democratico del cittadino tra parentesi.

Ecco, dunque, il motivo per cui sarebbe legittimo definire tale riforma un post-Porcellum. O, meglio, un Superporcellum. Nessun passo in avanti. Ma l’ennesimo passo indietro. Non ci sarà alcuna nuova stagione democratica. Semplicemente perché l’oligarchia partitica continua a proteggere se stessa, illudendo e blaterando di presunti cambiamenti. E lo sappiamo bene: quando comanda l’oligarchia non c’è spazio per la democrazia.

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