Quando Repubblica era il megafono del sanguinario Monti

Monti ospite d'onore alla festa di Repubblica

Monti ospite d’onore alla festa di Repubblica

Repubblica è il miglior megafono del governo dei professori e dei banchieri. Tutto giusto quel che fa. Due editoriali di Scalfari in altrettanti giorni, e nel mezzo la replica della Camusso, per avallare la politica del governo Monti: l’unica possibile nel particolare momento che attraversiamo. E per dire (lo si legge tra le righe) che i leader sindacali di ieri erano più lungimiranti di quelli d’oggi.

E chi si oppone, chi sostiene che i lavoratori italiani hanno già dato abbastanza in termini di sacrifici e non possono accettare una riforma del mercato del lavoro che li penalizza ulteriormente si prende l’accusa di fare del sindacalismo ideologico, alla maniera della Fiom; e di essere conservatore e passatista di fronte al mondo che cambia. Tutti schierati dalla stessa parte, dunque.

Dalla parte giusta. Quella del governo.

Quella di Napolitano (contestato dagli studenti di Bologna) che ha nominato Monti per salvare il paese ormai a un passo dal baratro. E quella di Marchionne e del modello Pomigliano, naturalmente. Tutti dalla parte giusta: i giornali dell’area (cosiddetta) progressista e il falso centrosinistra di oggi. Ma cosa si pretende ancora dai lavoratori italiani e da quel che resta della mitica classe operaia? Lo stesso Scalfari, nel primo editoriale (domenica scorsa), non ha potuto fare a meno di riconoscere che “l’85 per cento delle imposte personali gravano sui lavoratori dipendenti e sui pensionati”.

Questo non basta. Non basta che il peso dei sacrifici e il rigore del governo (per salvare l’Italia, l’Europa, la moneta unica, le banche in difficoltà ma aiutate dalla Bce con bassi interessi sui prestiti concessi) gravino su quelli che hanno sempre pagato le tasse e dato il proprio contributo a un paese con 120 miliardi di evasione fiscale. È ancora poco per i bocconiani al governo e per chi gli fa autorevolmente da megafono.

È poco mettere i padri contro i figli nell’Italia di oggi; avere famiglie con genitori in cassa integrazione e figli disoccupati; avere salari inferiori alla media europea e privi di potere d’acquisto; avere un giovane su tre senza lavoro; avere disuguaglianze sociali indegne di una società democratica; avere lavoratori cui non è consentito, come negli stabilimenti Fiat, di scegliersi i propri rappresentanti sindacali.

È questa la modernità? La modernità necessaria per competere nell’economia globalizzata? Ed è la libertà di licenziare, l’eliminazione dell’articolo 18 a rendere le imprese più forti e a creare più occupazione? Il sindacato, quella sua parte che fa seriamente gli interessi dei lavoratori, è da tempo sulla difensiva. Cosa si vuole, cosa vuole Scalfari, che rinunci completamente al proprio ruolo? Che non difenda, nella imminente trattativa con il governo, i lavoratori dipendenti che della crisi provocata da altri hanno patito le maggiori conseguenze e ne stanno pure, privi di colpa, pagando il prezzo?

Si vuole un sindacato sottomesso, pronto a sottoscrivere la riforma del mercato del lavoro voluta dal governo. Pronto a firmare accordi come quello di Pomigliano. Per un mondo nuovo, e più povero, e meno libero; e per la gioia di Repubblica e del suo fondatore.

 

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