REGIONI/ Bocciati i tagli? Ecco i 280 parlamentari ex consiglieri che non vogliono rinunciare al vitalizio

La scorsa settimana la Commissione Bicamerale sugli Affari Regionali ha bocciato il decreto governativo sui tagli anti-casta. Vizi di forma, è stato detto. Il testo – a detta dei parlamentari – minerebbe l’autonomia degli enti territoriali. È davvero così? Il dubbio viene, soprattutto se si pensa che sono ben 200 i deputati e 80 i senatori ex consiglieri regionali a godere, oggi, di un assegno mensile che, in media, tocca gli otto mila euro. Se il decreto dovesse passare, dovrebbero rinunciare alla lauta pensione (che si aggiunge, ovviamente, allo stipendio da parlamentare). Solo in Commissione gli ex sono otto. È difficile pensare che quest’esercito vada a toccare i propri interessi. E le proprie tasche.

 

di Carmine Gazzanni

Commissione_Bicamerale_sugli_Affari_RegionaliIl dubbio che il decreto non sarebbe mai passato, in realtà, c’era da tempo. Erano molti a credere che, prima o poi, al momento opportuno, il testo presentato direttamente da Mario Monti per arginare i folli sprechi dei consigli regionali si sarebbe impantanato. Come volevasi dimostrare. La scorsa settimana, come molti ricorderanno, è arrivato lo stop della Commissione Bicamerale sugli Affari Regionali: il testo mina l’autonomia degli enti territoriali e, dunque, non si sposa con quanto stabilito dal Titolo V della Costituzione. Insomma, non può essere approvato perché, nei fatti, incostituzionale. Ergo: almeno per il momento nessuno taglio ai vitalizi, nessun taglio ai compensi, nessuna riduzione del numero di consiglieri e delle commissioni, nessun controllo maggiore sui bilanci dei partiti da parte della Corte dei Conti.

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Ma è davvero così che stanno lo cose? In realtà, già andando a vedere chi sono i membri della Commissione, qualche dubbio viene. Qui, infatti, sono ben otto i parlamentari ex consiglieri regionali. Particolare non da poco dato che questi godono di un assegno vitalizio – che come vedremo mediamente tocca gli otto mila euro, ma può essere anche molto più alto – proprio per aver ricoperto quell’incarico. Stiamo parlando del leghista messinese Matteo Bragantini (due legislature all’Assemblea regionale siciliana), delle due pidielline Anna Maria Bernini e Isabella Bertolini (Emilia Romagna), di Paolo Fontanelli (Pd, dal ’91 in Regione in Toscana). E ancora Pierangelo Ferrari (Pd), Pietro Laffranco (Pdl) e, infine, Mario Tassone (Udc). Quello stesso Mario Tassone che solo pochi giorni fa aveva detto che il suo vitalizio da 6.800 euro era “troppo modesto”. Domanda: come si può pensare che questi ex possano oggi approvare una norma che toccherebbe in maniera determinante i propri interessi e, soprattutto, le proprie tasche?  Come si può pensare, ad esempio, che Bregantini rinunci a ben 21 mila euro di assegni mensili (fonte Il Sole 24 Ore)? Peraltro, nonostante sia la Sicilia la regione più generosa in vitalizi, neanche i colleghi del leghista messinese se la passano poi così male. Nel caso sei stato ex consigliere regionale nel Lazio ti toccano ben 16 mila euro; se in Campania 14 mila; se in Puglia 12 mila; se in Veneto 10 mila; se in Piemonte 8 mila. E poi via a scalare.

Parecchi soldi a cui, pare, nessuno dei parlamentari è disposto a rinunciare. Ma ammettiamo che il testo alla fine arrivi in discussione in Aula. La situazione certamente non migliorerebbe. Anzi, se vogliamo peggiora anche. Su 630 deputati, infatti, ben 200 sono ex consiglieri (che dunque godono del vitalizio regionale). Se ci spostiamo a Palazzo Madama le cose non cambiano: anche qui un esercito di ben 80 ex.

Ma come funziona il sistema del vitalizio regionale? Se si può, anche peggio di quello parlamentare. Mentre infatti deputati e senatori accedono di diritto al vitalizio dopo almeno una legislatura completa (cinque anni) e una volta compiuti i sessantotto anni di età, per i consiglieri regionali è tutta un’altra storia: nessun tetto d’età e, soprattutto, bastano soltanto due anni e sei mesi (precisamente la metà dei cinque anni che invece toccano al parlamentare) per ricevere il bel gruzzoletto. Un esempio su tutti, il caso di Nicole Minetti: dopo due anni e sei mesi di attività regionale, alla veneranda età di 27 anni avrà diritto ad un assegno di 7.530 euro.

Un’assurdità che, al momento, non verrà minimamente toccata. Vizi di forma? Forse. Fatto sta che gli stessi parlamentari che l’hanno deciso godono di quei soldi a cui, nel caso in cui il decreto passasse, dovrebbero rinunciare. Come dire: tagliamo, facciamo, diciamo. Ma non toccate le nostre tasche. I vizi di forma sono sempre in agguato.

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