REGIONALI 2013/ Vincono Maroni, Zingaretti e Frattura: forti dubbi sul reale cambiamento

Prove tecniche di un’alleanza con il Movimento 5 Stelle. Anche nelle regioni. È questo, in definitiva, il dato più eclatante (ai fini nazionali) dello spoglio avvenuto ieri nelle tre regioni al voto. Tanto Paolo di Laura Frattura in Molise, tanto Nicola Zingaretti nel Lazio, quanto lo sconfitto (nonostante i buoni risultati nella roccaforte Pdl-Lega) Umberto Ambrosoli, hanno aperto agli attivisti eletti nei consigli. Insomma, la linea politica regionale rispecchia quanto sembrerebbe si possa profilare anche in Parlamento. Per gli uomini di centrodestra, invece, i dati parlano chiaro: dopo undici anni di sultanato termina la gestione Iorio in Molise; Storace è stato sconfitto anche per colpa di Berlusconi (e del lascito della nuova onorevole Polverini); il vincente Roberto Maroni ora si ritrova con la grana degli uomini del Celeste e con quella dell’assegnazione della segreteria della Lega. Salvini o Tosi, questo il dilemma.

 

di Carmine Gazzanni

Roberto Maroni in Lombardia, Nicola Zingaretti nel Lazio, Paolo Di Laura Frattura in Molise. Sono loro tre i vincitori delle elezioni regionali che sono coincise con le politiche che hanno segnato l’ingovernabilità del Paese. Per Zingaretti e Frattura importanti vittorie, la prima arrivata dopo gli scandali che hanno investito la Pisana, la seconda dopo ben undici anni di gestione di centrodestra targata Michele Iorio. In Lombardia, invece, nonostante le pesanti inchieste giudiziarie che praticamente hanno colpito tutta la giunta di Formigoni, Roberto Maroni è riuscito a canalizzare i voti intorno alla sua figura e a impedire la vittoria del suo rivale Umberto Ambrosoli che pure ha raggiunto buoni risultati dato che parliamo di una roccaforte come la regione lombarda. In tutte e tre le regioni si conferma l’ottimo andamento dei Cinque Stelle: in Molise è addirittura secondo partito avendo scavalcato anche il Pdl (che perde miseramente la leadership nella regione in cui governa tutte le più importanti amministrazioni ormai da anni); in Lazio e Lombardia, invece, si attesta subito dopo Pd (ottima prova dei democratici che sono prima forza politica, non solo nel Lazio dove Zingaretti ha stravinto, ma anche in Lombardia) e Pdl.

Insomma, anche nelle regioni chiamate al voto si conferma il trend delle politiche: Molise e Lazio cambiano colore, mentre la Lombardia si conferma feudo leghista-berlusconiano. Crescono poi, come detto, i Cinque Stelle. Rivoluzione Civile, Fare e Terzo Polo targato Monti-Casini praticamente non esistono: spariti tutti dalla scena e dalle urne. In altre parole, il quadro politico – regionale e nazionale – sta cambiando radicalmente: altro che bipolarismo, altro che centro determinante (il centro, ne è la prova questa tornata, praticamente non esiste), altro che presunto cambiamento civile. Sono tre le forze che si contenderanno il futuro politico italiano. Anche le regionali confermano un dato, dunque: è nato – per dirla con il costituzionalista Michele Ainisil tripolarismo. E il Pd, se vuole affondare Berlusconi, ne deve necessariamente tener conto. Lo sa non solo Bersani. Ma anche Amborosoli, Frattura e Zingaretti.

INTESA PD-M5S. NON SOLO A MONTECITORIO, MA ANCHE NELLE “NUOVE” REGIONI – Se Bersani, nella tanto attesa conferenza di ieri, ha aperto – seppur in maniera velata – ai Cinque Stelle, i candidati di centrosinistra alle regionali, appena conosciuti i risultati dello spoglio, non sono stati da meno. Umberto Ambrosoli: “Ho cercato di trovare punti in comune e sarò lieto, quando sarà possibile, di fare battaglie a fianco del Movimento 5 Stelle su temi come la trasparenza e la partecipazione, che pure fanno parte anche del nostro programma”. Nicola Zingaretti: “la collaborazione con i Cinque Stelle è una grande responsabilità, perché è evidente anche in questo voto che c’è una grande voglia di cambiare. Ora spetta a noi grande coerenza, serietà e non prendere in giro le persone e dimostrare che la buona politica può cambiare un’istituzione governando bene e affrontando anche il tema dello sviluppo e del lavoro: mi sembra la grande sfida nel Lazio nei prossimi mesi ma anche in Italia”. Insomma, quanto sembra possa prospettarsi in Parlamento (alleanza o para-alleanza Pd-M5S) potrebbe replicarsi anche nelle nuove regioni. Il che, peraltro, non sarebbe nemmeno una novità. La risposta, infatti, va trovata nel sistema Crocetta messo in piedi in Sicilia, definito dallo stesso Grillo una “cosa meravigliosa”. Un sistema, peraltro, elogiato dallo stesso governatore dell’isola e che ha portato ad importanti risultati, soprattutto nell’ottica dei tagli alla politica e agli sprechi. Insomma, un accordo tra democratici e cinque stelle è tutt’altro che impossibile. Sia nelle regioni che in Parlamento. E probabilmente chissà: l’apertura dei nuovi Governatori (più Ambrosoli) potrebbe essere stata suggerita anche dal vertice. Un modo, in altre parole, per aprire la strada ad un saldo accordo in campo nazionale, unica via per garantire cambiamento e stabilità.

 

MARONI VINCE. MA ORA DEVE RISOLVERE DUE GRANE: FORMIGONIANI E SEGRETERIA LEGA – Sebbene i numeri non siano più gli stessi (la Lega non arriva nemmeno al 13% delle preferenze), il sogno che fu di Umberto Bossi si è concretizzato: la Padania è, almeno politicamente, una realtà. Con la vittoria del segretario federale in Lombardia la Lega nord controlla le tre principali regioni del settentrione d’Italia e centra quell’obiettivo strategico su cui faceva perno la rinnovata alleanza con il Pdl: la possibilità storica di sedere al vertice di Palazzo Pirelli e costituire, con i colleghi Roberto Cota (governatore del Piemonte) e Luca Zaia (presidente della Regione Veneto), la macroregione del Nord.

regionali_2013_maroni_zingaretti_fratturaInsomma, Maroni si è preso la sua rivincita, dopo un risultato non molto eccitante in campo nazionale (la Lega avrà solo 17 senatori e 18 deputati). Eppure le grane per il segretario federale potrebbero cominciare proprio ora, sia in regione che nel suo partito. Partiamo dalla prima questione. Il Governatore uscente e prossimo senatore Roberto Formigoni ha subito dichiarato: “in Lombardia hanno vinto 18 anni di buon governo, abbiamo vinto sotto i bombardamenti”, per poi aggiungere: “mettiamo subito in chiaro le cose: noi abbiamo fatto vincere Maroni, ora lui e la sua squadra dovranno realizzare il nostro programma. È stato il Pdl a fare da traino, la Lega non ha avuto un grande risultato”. Insomma, per il Celeste i meriti sarebbero anche (e soprattutto) i suoi. Le parole di Formigoni, nei fatti, suonano come avvertimento: bada a tener conto dell’appoggio indispensabile del Pdl. Tanto che i maligni cominciano già a parlare di un’ipoteca formigoniana sulla prossima giunta, con ex assessori fedelissimi del Celeste pronti per la riconferma (in primis Raffaele Cattaneo ai Trasporti e Romano Colozzi al Bilancio), cosa che certamente non piacerà alla base leghista desiderosa di cambiamento dopo i tanti scandali che hanno investito la giunta del Celeste e che ha portato proprio la Lega a togliere l’appoggio e a costringere il Governatore alle sue dimissioni.

Resta poi da chiarire cosa ne sarà della leadership della Lega Nord: Maroni ha più volte anticipato di voler lasciare la segreteria federale in caso di vittoria (e anche di sconfitta) alle regionali, facendo spazio a un giovane il cui identikit coincide sia con il segretario lombardo Matteo Salvini sia con quello veneto Flavio Tosi. Chi dei due sarà il predestinato, ancora non è dato saperlo. Certa è la vicinanza di Maroni al sindaco di Verona, anche se le cose potrebbero cambiare dopo la débâcle elettorale della Lega nella regione veneta (a tutto vantaggio dei Cinque Stelle, diventati anche qui primo partito).

 

DISFATTA STORACE. BERLUSCONI E POLVERINI GLI HANNO SEGATO LE GAMBE – Sono in tanti a pensarlo nell’entourage di Francesco Storace e, forse, è quello che pensa anche lui: Silvio Berlusconi non ha mai digerito la sua ricandidatura. Avrebbe preferito Giorgia Meloni (che dovrebbe rifarsi con la corsa al Campidoglio) o Beatrice Lorenzin. La sua, in altre parole, è stata una candidatura imposta al Pdl, in cambio dell’appoggio de La Destra alle politiche (appoggio rivelatosi quanto mai irrisorio). E questo, visto il peso del Cavaliere, probabilmente è stato determinante: Berlusconi non ha fatto una vera campagna elettorale per Storace, limitandosi a inviare modesti segnali.

Il crollo del partito degli azzurri, di fatto, non si spiega altrimenti. Certo, è vero. Anche nel Lazio il boom di Grillo si è sentito forte, ma a far saltare i piani del candidato di centrodestra, nettamente battuto da Zingaretti, ha contribuito l’assenza di una visione condivisa all’interno della coalizione, unita a parole, divisa nei fatti.

Senza dimenticare, poi, gli scandali che hanno toccato la precedente giunta e di cui sembra che ora la prossima deputata Renata Polverini voglia lavarsene le mani: l’ex governatrice, infatti, ha ribadito di non avere “colpe” se il Pdl del Lazio ha fatto registrare un sonoro flop. Lo scandalo Fiorito, insomma, non è cosa che la riguardi. Così Storace deve accontentarsi di fare il capo dell’opposizione in consiglio regionale del Lazio, con l’amaro compito di far dimenticare gli scandali della passata legislatura. Abbandonato da tutti i big. Già prima che cominciasse campagna elettorale.

IL MOLISE NON È PIÙ FEUDO. FORSE – La vera grande novità sembra essersi avuta nel piccolo Molise. Undici anni è durato il sultanato targato Michele Iorio. Nel corso di questo decennio abbiamo assistito praticamente a tutto. Ed ogni volta si pensava che il baratro fosse stato toccato. E invece no: c’era sempre modo e tempo per raschiare ancora il fondo. Parentopoli a go go, sanità dissanguata, occupazione bloccata, processi a carico, condanna in primo grado per corruzione, condanne della Corte per la gestione della ricostruzione, società partecipate spolpate da privati con il benestare dell’amministrazione regionale. Ora – pare – tutto questo è finito. Michele Iorio non è più. La disfatta è tanto clamorosa quanto pesante da digerire: Paolo Di Laura Frattura, il candidato di centrosinistra, ha quasi doppiato il suo rivale (44% contro il 26), complice anche l’ottima prestazione del Cinque Stelle Antonio Federico.

Ora la palla, dunque, passa in mano a Frattura, il quale avrà il non facile compito di portare questa regione ad un cambiamento culturale, prima ancora che politico ed economico. I dubbi che si addensano intorno alle reali possibilità di una svolta, però, non sono pochi.

Troppe ombre sulle liste (basti pensare all’alleanza con l’Udeur nelle cui file spicca Vincenzo Niro il quale “da secondino – come ricordava qualche settimana fa Il Fattofece passare quattro pistole e decine di coltelli in carcere a Campobasso in cui era detenuto Raffaele Cutolo, boss della Nuovacamorra organizzata”) e alleanze illogiche decise solo per opportunismo politico (clamorosa quella con Rialzati Molise, lista del cognato di Aldo Patriciello, europarlamentare del Pdl). Senza dimenticare, peraltro, che lo stesso Frattura nasce nel centrodestra essendo uno dei fondatori di Forza Italia in Molise.

Giudicare prima dell’operato sarebbe sbagliato. Gli auspici non sono dei migliori. Starà a Frattura far ricredere chi è ancora terribilmente scettico.

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