REFERENDUM/ Oltre un milione di firme presentate, ma i lavoratori rischiano di non votare mai

Da una parte cittadini che firmato in calce ai due referendum per le politiche del lavoro. Dall’altra la burocrazia, che non permetterà mai che i quattro quesiti vengano effettivamente votati dalle stesse persone che li hanno promossi: e parliamo dell’Italia dei Valori, Sel, Rifondazione Comunista, Verdi e Fiom Cgil che si stanno battendo per modificare le norme sul lavoro introdotte dal ministro Fornero.

 

di Viviana Pizzi

referendum-lavoro_un_milione_di_firmeI dati arrivano dagli organi ufficiali dell’Italia dei Valori: oltre un milione di cittadini hanno firmato per i due quesiti sul lavoro. In particolare quelli con cui si chiede di ripristinare il vecchio articolo 18 e si chiede anche l’abrogazione completa dell’articolo 8 del decreto 138/2011, varato dal Governo Berlusconi che aveva cancellato il valore universale dei diritti previsti dal contratto nazionale di lavoro.

Il deposito dei plichi nella sede dell’ufficio centrale per i referendum presso la Corte di Cassazione è stato effettuato questa mattina da una delegazione del comitato promotore.

C’erano Antonio Di Pietro leader dell’Idv, Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista, Angelo Bonelli dei Verdi, il segretario della Fiom Rinaldini e Massimo Smeriglio di Sinistra Ecologia e Libertà. Attorno a loro, come si vede anche dalle fotografie scattate dai numerosi cittadini accorsi per verificare se davvero le firme venivano consegnate, c’erano molti operai con la maglia rossa e la scritta Fiom in petto. Con una speranza di cambiamento per il loro futuro. Con la speranza di essere  reintegrati in fabbrica qualora una sentenza di un Tribunale lo decidesse. E non di essere accontentati con quattordici mesi di risarcimento danni per poi finire a ingrossare le file dei disoccupati e degli esodati.

 

LA BEFFA PER I CITTADINI

Una speranza, quella dei lavoratori, che rischia però di rimanere nel cassetto. Perché con molta probabilità questi referendum non saranno mai votati. La legge prevede infatti che le firme non possano essere depositate nell’anno in cui si vota per il rinnovamento del parlamento e che il deposito non possa avvenire a Camere sciolte.

La loro indizione, a opera del capo dello Stato e in una data la cui scelta spetta al Consiglio dei ministri, si presta dunque, a essere dilazionata con molta probabilità al 2014, in una domenica compresa tra il  15 aprile e il 15 giugno e comunque non prima che siano passati 365 giorni dallo svolgimento dell’ultimo voto nazionale.

Ragionando in questo modo i referendum dovrebbero svolgersi tra il 15 aprile e il 15 giugno del 2014 a meno che una possibile ingovernabilità del Paese non renda necessarie nuove e immediate elezioni anticipate anche nell’anno appena citato.

 

IL PRECEDENTE

In Italia esiste un precedente ed è datato 1971. Riguardava il referendum per abrogare una disposizione che aveva istituito per la prima volta il divorzio.

La consultazione doveva svolgersi nell’anno seguente ma i partiti chiesero all’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone le prime elezioni politiche anticipate del dopoguerra che si svolsero proprio nel 1972.

La norma dei 365 giorni dalle consultazioni elettorali fece sì che il referendum non si tenesse nemmeno nel 1973 e slittasse al 1974, quando il divorzio divenne legge a tutti gli effetti con una percentuale di quorum che raggiunse l’87,7% con i no (i favorevoli alla non abrogazione della legge tra cui i Comunisti) vinsero con una percentuale del 59,3% contro i si all’abrogazione ( Dc e Msi) che raggiunsero il 40,7%.

 

DI PIETRO: RICORRERÒ ALLA CORTE COSTITUZIONALE

Il leader dell’Idv Antonio Di Pietro però non si arrende ed ha annunciato, per la risoluzione del problema, un ricorso alla Corte Costituzionale.

Oggi – ha dichiarato – depositiamo queste firme in Cassazione per consegnare le sottoscrizioni per i referendum sul lavoro e per ripristinare il diritto costituzionale leso dei lavoratori”. Ma, precisa, “presenteremo in sede di contenzioso un ricorso alla Consulta affinché ristabilisca la questione. Le beghe politiche hanno portato allo scioglimento delle Camere. Confidiamo che la Corte Costituzionale si renda conto che non può far gravare tali beghe sui diritti dei cittadini“.

Il buon esito dell’iniziativa però addolcisce l’animo del presidente del partito che aggiunge: “Ancora una volta centinaia di migliaia di cittadini si presentano a chiedere di modificare leggi ingiuste e inique che tolgono diritti ai lavoratori. Mentre i partiti si spartiscono le poltrone, l’Italia dei Valori si presenta a depositare quesiti nell’interesse dei cittadini”.

A novembre 2011 – ha aggiunto Paolo FerreroNapolitano ha impedito le elezioni politiche, nel dicembre 2012 ha impedito che il popolo italiano potesse esprimersi con i referendum”.

La battaglia non è certo terminata ma la prima lezione di democrazia i cittadini l’hanno voluta dare. Un primo passo verso la rivoluzione tanto cercata soprattutto dalle classi sociali più deboli.

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